Le agenzie di rating stanno cancellando i tuoi risparmi. Ma al Governo non interessa.

Silvio Berlusconi le definì non credibili, Matteo Renzi mostrò perplessità dopo che Moody’s, una delle principali agenzie di rating, tagliò le stime sul Pil italiano. Correva l’anno 2014. Lo scorso venerdì, la stessa agenzia ha rivisto il proprio giudizio declassando l’Italia da Baa2 a Baa3, un voto sopra i titoli spazzatura, criticando la sostenibilità delle scelte del governo.

Passano gli anni, ma la risposta governativa rimane la stessa: screditare le agenzie di rating e negarne il valore del giudizio. È colpa della finanza. Lo stesso Matteo Salvini, oggi ministro dell’Interno, intervenuto al forum di Coldiretti, a Cernobbio, lo scorso 20 ottobre ha affermato che la volontà è quella di andare avanti “Nonostante le agenzie di rating e i commissari europei.” A seconda di come gira il vento, sembra che l’asse dei nemici del governo si sposti dagli immigrati all’Europa, dai buonisti alla finanza. Agenzie di rating comprese. Ma, per quanto le vogliano sminuire, il giudizio delle agenzie di rating è una grossa fonte di preoccupazione per l’esecutivo, perché da quel giudizio dipendono le condizioni di accesso al credito del nostro Paese.

Le agenzie di rating funzionano in un modo apparentemente semplice: raccolgono e analizzano una quantità enorme di dati, dando un parere sulla solidità creditizia degli strumenti finanziari di una società, che riceverà di conseguenza un voto che va da A, per le più solide, a D, per quelle in default. Lo stesso avviene per i titoli di Stato. Tutti gli investitori al mondo si baseranno su quel giudizio per indirizzare i propri risparmi. Ma no risk, no fun: a giudizi più alti corrisponderà un rendimento più basso, a giudizi più bassi un rendimento più alto, per compensare il rischio di non recuperare l’intero capitale investito.

L’alternativa alle agenzie di rating sarebbe fare ricerche personali, affrontando enormi difficoltà nell’accedere a banche dati di società non quotate, spesso non visibili al pubblico. In pratica, si tratta di scegliere se scavare una gigantesca buca usando una pala, o un cucchiaio. Tutti scelgono la pala, che è dunque investita di un enorme potere. Se poi si considera che le principali agenzie, Standard & Poor’s (S&P), Moody’s e Fitch, da sole detengono la quasi totalità del mercato del rating, si comprende la loro capacità di influenzare l’opinione dei mercati riguardo l’affidabilità di un debitore.

La influenzarono a tal punto che nel 2008 alcuni strumenti finanziari, combinati con mutui (subprime) che avevano deteriorato il proprio valore, vennero valutati AAA, come il più sicuro degli investimenti. Gli investitori continuavano a comprare, sicuri di aver fatto un affare, quello che in realtà era un asset ad alto rischio. Questa serie di eventi, amplificati dal giudizio delle agenzie di rating, contribuì a innescare la crisi globale del 2008. Il più famoso è il caso Lemhan Brothers, la banca d’investimento che veniva valutata con A da S&P, A2 da Moody’s e A+ da Fitch, ancora poche ore prima del fallimento. Anche in passato, nella storia del nostro Paese, accadevano cose simili: nel 2003, fino a una settimana prima del più grande crac finanziario della storia italiana, S&P valutò Parmalat con il rating BBB.

Errori che vengono favoriti dal modello di business delle agenzie di rating. La società che emette un’obbligazione, infatti, deve pagare un costo all’agenzia per ricevere un voto sulla solidità del titolo emesso. È evidente il conflitto di interessi. Qualche passo in avanti però è stato fatto, nel 2014, quando il Comitato di Basilea che vigila sul sistema bancario ha posto incentivi per sviluppare modelli interni alle banche, e l’Ue ha introdotto un’agenzia di rating europea per contrastare l’oligopolio delle tre società americane.

Raymond McDaniel, presidente e chief executive officer di Moody’s Corp., a sinistra, e Kathleen Corbet, ex presidentessa di Standard & Poor’s, testimoniano di fronte al Senato per la sicurezza interna e gli affari governativi a Washington, 2010

L’agenzia S&P rivedrà il proprio giudizio sui titoli di Stato italiani. Lo scorso ottobre, la stessa agenzia che aveva promosso l’Italia da BBB- a BBB (per via di un miglioramento dell’economia, del sistema bancario e della finanza pubblica del nostro Paese) ora ritiene quel giudizio non più in linea con la situazione economica italiana. Segnali di un declassamento si erano già percepiti il 27 aprile scorso, quando S&P affermava che il rating del nostro Paese sarebbe stato soggetto a una variazione in negativo se il nuovo governo si fosse discostato dalle politiche di contenimento del deficit. Complice forse la lettera di risposta sulla Legge di Bilancio inviata dal ministro Tria alla Commissione europea, che non mostrava passi indietro.

Una bocciatura da parte delle agenzie di rating influenzerà verso titoli più sicuri le risorse degli investitori. Per convincerli a compare i nostri titoli, lo Stato dovrà pagare un tasso d’interesse più alto. Ecco che entra in gioco lo spread, la differenza tra i rendimenti dei titoli di stato tedeschi e quelli italiani, che aumenterà per riflettere la percezione di un rischio più alto. Vale la stessa regola, no risk no fun. Tutto questo non dovrebbe creare eccessivo allarmismo, almeno fino al declassamento a C, il voto dei titoli speculativi o spazzatura. Da C in giù, la maggioranza dei fondi di investimento non accetta di impiegare i soldi dei risparmiatori, che per legge devono essere investiti in rendimenti sicuri, in titoli speculativi.

Nel peggiore dei casi, uno Stato i cui titoli siano stati bollati come junk non riuscirà a reperire sul mercato i fondi necessari per finanziarsi. Questo lo lascia con una sola opzione: aumentare le tasse – per rendere meno aspra la parola tasse il governo Berlusconi, nell’agosto 2011, coniò l’espressione “clausole di salvaguardia”, che oggi viene spesso citata. Nel migliore dei casi il declassamento potrebbe comportare un aumento dello spread, e quindi un incremento della spesa per interessi sul debito. Significa più spese per lo Stato. In entrambi i casi però, un’ulteriore tensione sui mercati non farebbe altro che aumentare questa spesa, sottraendo risorse per politiche sociali, e con una buona probabilità di un aumento delle tasse. Senza contare l’esposizione del sistema bancario italiano, da sempre primo prestatore dello Stato, che si rifletterebbe su tassi più alti concessi a famiglie e imprese. Altro che “Lo spread è lontano dall’economia reale.”

E così, mentre per la prima volta nella storia la Commissione europea boccia la manovra del governo sostenendo che i chiarimenti ricevuti lunedì non sono stati convincenti e richiedendo all’Italia di modificare la Legge di Bilancio per il 2019, Salvini afferma che “Bruxelles attacca un popolo” e Di Maio risponde che “Non ci fermeremo.” L’attuale nemico è ora l’Europa, impersonificata dal burocrate Pierre Moscovici, commissario per l’Economia e le Finanze, reo di aver rigettato la manovra italiana.

Prima le agenzie di rating, poi l’Europa, ora nuovamente le agenzie di rating. O è un complotto ben orchestrato dalla finanza o viene il dubbio che qualcosa di vero ci sia nelle critiche al governo italiano. La conferma la si trova nelle cifre del rapporto dell’Istat sui conti economici nazionali, dove si legge che il rapporto debito-Pil, dal 2013 a oggi, è stato costantemente sopra il 130%, e il deficit tra il 2,4% e il 2,9%, mentre i parametri del Patto di Stabilità e Crescita stabiliscono 60% per il primo e 3% per il secondo. Per di più, a fronte di una crescita bassa e un debito che continua a crescere.

Benigni, nel film Tu mi turbi, si rivolgeva così al direttore di banca che gli chiedeva garanzie sul mutuo: “Nemmeno io la conosco direttore, ma mi fido.” L’Italia, in questi ultimi cinque anni, si è comportata come una persona che si è indebitata per spendere più di quello che aveva, promettendo di avere abbastanza soldi in futuro per ripagare il debito dell’anno prima. E l’Italia lo fa da sempre, anche da prima che esistesse l’Unione. Evidentemente, dopo anni di promesse mancate, la Commissione europea e il club dei 19 dell’area euro non si fidano più del nostro Paese.

Anche perché non possiamo nemmeno dire di aver messo a frutto le risorse accumulate facendo debito, andate in parte in misure assistenzialiste come gli 80 euro, in parte in occasioni sprecate per fare una serie riforme strutturali, e non i soliti tagli, tra cui pubblica amministrazione, istruzione, giustizia, fisco. Non pervenuta, ad esempio, la lotta all’evasione, relegata in un limbo a metà tra i ricordi d’infanzia e le reminiscenze di un film non più in voga.

Sembra che il nemico sia sempre un ente invisibile, superiore, impalpabile, che non si vede ma che c’è. Oggi il nemico di Salvini e Di Maio è l’Europa, domani la finanza. Dimenticandosi che la finanza è fatta dei risparmi investiti magari dai nostri nonni, o della pensione integrativa di nostra madre, o semplicemente del nostro mutuo sulla casa. Ma queste sono cose troppo reali per essere nemici. Forse proprio come con un professore severo, l’atteggiamento italiano è come quello dello studente che afferma “Ce l’ha con me”, evitando una presa di coscienza sull’attuale stato di salute dell’economia italiana e cercando nuovi colpevoli tra i vicini di banco (tedeschi, francesi, immigrati, buonisti) in questa classe che si chiama Europa. Nel frattempo, lo spread vola.

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