I Paesi africani hanno affrontato epidemie più letali del coronavirus. Impariamo da loro.

Con il propagarsi delle notizie inerenti al Coronavirus (COVID-19), in Italia non solo sono aumentati i casi di xenofobia nei confronti di persone di origine cinese, ma la propaganda di estrema destra è riuscita anche in questo caso a inserire i migranti nel dibattito, dipingendoli come veicolo di malattie che avrebbe favorito l’espandersi del Coronavirus nel Paese. Non sono mancate le parole di Matteo Salvini, che ha più volte ribadito nel corso delle ultime settimane l’importanza di chiudere tutte le frontiere. Non sono poi mancati i tweet e i post di opinionisti e cronisti, insieme ai titoli di giornale che hanno dato ampio spazio alla retorica del “Coronavirus che arriva con i barconi” – come Il Messaggero che il 3 febbraio titolava Coronavirus, bomba-Africa pronta a scoppiare: controlli speciali sugli sbarchi di migranti.

A questa narrazione se ne è aggiunta un’altra, che vede l’Africa come un’unica entità politica e geografica fatta di povertà e disperazione, priva di preparazione e iniziativa per affrontare il Coronavirus. Titoli come, Coronavirus, l’Africa sorvegliata speciale o Coronavirus, l’Italia ce la farà. Il vero dramma è l’Africa contribuiscono a questa narrazione unica del modo di vedere un intero continente, su cui si continua a insistere. Il primo caso africano di Coronavirus è stato registrato in Egitto il 14 febbraio: si tratta di un paziente straniero che aveva viaggiato in diversi Paesi, Cina compresa. Nonostante i toni catastrofici con cui la stampa e gli opinionisti hanno parlato del “pericolo africano”, il paziente si trovava già in isolamento in ospedale, con le stesse precauzioni prese in tutti i Paesi coinvolti dall’emergenza sanitaria.

Quello che manca in questa narrazione è cercare di parlare non solo delle problematiche – descritte solo in termini apocalittici –, ma soprattutto delle misure per porvi rimedio. Molti dei titoli su Coronavirus e Africa sono dovuti alle dichiarazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel corso dello scorso mese si è detta preoccupata per l’impatto che il Coronavirus potrebbe avere nel continente. Il motivo sta nel fatto che non tutti gli Stati condividono lo stesso livello di preparazione per gestire la situazione e che per questo è necessario implementare le strutture sanitarie e fornire gli strumenti adeguati per il trattamento degli eventuali contagi.

Sembra però che gran parte della stampa italiana si sia soffermata solo su questo aspetto, quando in realtà per le problematiche espresse durante gli incontri tra gli esperti dell’Oms come la dottoressa Matshidiso Moeti – direttrice dell’Ufficio regionale dell’Oms per l’Africa –, e l’Unione africana, si sono già trovate delle soluzioni, e diversi Stati del continente risultavano già ben equipaggiati per un eventuale diffusione del virus. Dalla collaborazione tra Oms e Unione africana il 5 febbraio è nata una vera e propria task force continentale, la Africa Task Force for Novel Coronavirus, su iniziativa di John Nkengasong, medico virologo e direttore dell’Africa Cdc (Center for Disease Control and Prevention). Tramite questa organizzazione, con cui collaborano tutti gli Stati membri sotto la guida di Marocco, Sudafrica, Senegal, Nigeria e Kenya, è possibile fornire l’aiuto e il supporto tecnico-sanitario necessario per affrontare gli eventuali casi di contagio.

Per esempio, l’Africa Cdc sta già collaborando per implementare controlli e screening negli aeroporti: tra il 6 e l’8 febbraio ha collaborato con l’Institut Pasteur di Dakar, in Senegal, e il National Institute for Communicable Diseases in Sudafrica per formare altri 35 laboratori specializzati in tutto il Continente. I due istituti per la salute pubblica si occupano principalmente di malattie infettive e l’Africa Ccd li ha scelti per organizzare degli incontri rivolti agli esperti dei laboratori scientifici degli Stati membri dell’Unione africana, per ottenere ulteriori informazioni per la diagnosi, i test e il trattamento del Coronavirus.

Sempre grazie a questa collaborazione l’aeroporto internazionale Blaise Diagne di Dakar si è dotato di un team di esperti del settore sanitario che, tramite una telecamera, misurano la temperatura corporea dei viaggiatori; inoltre sono state messe a disposizione due stanze per eventuali persone contagiate, una per la quarantena e una per l’isolamento. Il Senegal non è l’unico Paese ad aver adottato misure simili: già a partire dalla fine di gennaio, gli Stati dell’Africa Occidentale, molti dei quali con stretti rapporti commerciali con la Cina, hanno avviato procedure di individuazione e monitoraggio delle persone provenienti dal Paese orientale.

Tuttavia, bisogna ricordare che mentre è divampata in Italia e in Europa la psicosi da Coronavirus – da cui, ricordiamo, si può guarire e che ha un tasso di mortalità molto basso –, i Paesi africani hanno già avuto la loro dose di esperienza con malattie virali molto più pericolose. Si pensi all’impatto devastante che l’Ebola ebbe tra il 2014 e il 2016 nell’Africa Occidentale – in particolare Sierra Leone, Guinea e Liberia. Dal 2018 un focolaio di si è diffuso nella Repubblica Democratica del Congo con oltre 3mila persone contagiate, di cui 2264 decedute e 1167 sopravvissute. Nonostante ciò, il 14 febbraio di quest’anno, l’Oms ha annunciato che quattro Paesi colpiti e/o particolarmente a rischio – Repubblica Democratica Del Congo, Burundi, Ghana e Zambia – hanno finalmente ottenuto la licenza per produrre il vaccino contro questa malattia, con un’efficacia del 97.5%. In pochi giorni oltre 250mila persone sono già state vaccinate nella Repubblica Democratica del Congo.

Come ha affermato Mosoka Fallah, medico e direttore del National Public Health Institute of Liberia, la preparazione degli Stati dell’Africa Occidentale per contrastare il Coronavirus risiede proprio in tutto ciò che si è fatto finora per contrastare l’Ebola, tra sorveglianza, vaccini e trattamento dei pazienti. Sembra quindi che nonostante gli altri due casi di Coronavirus confermati nel continente africano, in Algeria e in Nigeria, la psicosi che percepiamo in Italia sia quasi del tutto inesistente nei Paesi africani. E questo non deriva dal disinteresse, ma dalla consapevolezza di essere preparati, nonostante le possibili difficoltà.

In Nigeria, per esempio, il 28 febbraio è stato registrato il primo caso di Coronavirus nel Paese: un italiano proveniente da Milano con un volo Turkish Airlines. A tal proposito si è espresso Chikwe Ihekweazu, medico ed epidemiologo della sanità pubblica nigeriana, il quale ha affermato che la Nigeria, essendo anche una delle principali coordinatrici della task force continentale contro il Coronavirus grazie al Nigeria Centre for Disease Control, si è dotata di un gruppo di formatori grazie alla collaborazione tra il Port Health Services e il Federal Ministry of Health (Ministero Federale di Sanità). Il protocollo ha permesso alla Nigeria di mettere in tempi brevi il paziente italiano in isolamento nell’ospedale per le malattie infettive di Yaba, in Lagos.

Il Coronavirus ha fatto emergere un’ulteriore ipocrisia: il 24 febbraio, la Repubblica di Mauritius, in Africa Orientale, ha deciso di non far sbarcare quaranta passeggeri italiani provenienti dalla Lombardia e dal Veneto. La condizione posta dalle autorità mauriziane era quella che i passeggeri italiani avrebbero dovuto affrontare la quarantena nel Paese, oppure tornare in Italia. Tutti hanno deciso di tornare in Italia, ma al loro ritorno hanno denunciato di essere stati discriminati e trattati come “pacchi” o “profughi”. È inevitabile non riflettere sulle situazioni analoghe che avvengono da mesi nei nostri porti, in cui i migranti subiscono un trattamento simile e spesso peggiore, trattenuti per settimane in balia delle intemperie in mare, solo perché non c’è la volontà di creare politiche italiane – ed europee – per una mobilità internazionale sicura e umana.

A differenza di chi parla solo di frontiere e muri, il Coronavirus non ha confini e questo ha reso evidente come ognuno di noi possa ritrovarsi nelle condizioni in cui altri si trovano tutti i giorni a causa di politiche ingiuste. Inoltre, ha fatto emergere razzismo e pregiudizio: da un lato le persone di origine cinese in Italia sono diventate il bersaglio privilegiato di violenze e discriminazioni; dall’altro l’Africa, per l’ennesima volta, è diventata il capro espiatorio su cui indirizzare una narrazione superficiale e generica, sottovalutando le sue reali capacità. Forse il Coronavirus può diventare l’occasione per imparare a mettere da parte le proprie convinzioni basate sul pregiudizio e una percezione eurocentrica del mondo e degli altri, per dare spazio a un approccio più universale nell’analizzare e nell’affrontare questioni di livello globale che diventeranno sempre più frequenti anno dopo anno.

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