L’accoglienza è alla base della nostra civiltà. Per questo dobbiamo salvare i migranti.

Oggi nel mondo sono circa tre milioni e mezzo i richiedenti asilo, dei quali più della metà provenienti da soli tre Paesi – Siria, Afghanistan e Sud Sudan –, mentre 37mila persone ogni giorno sono costrette ad abbandonare le loro case a causa di conflitti o persecuzioni, secondo i dati dell’Agenzia Onu per i Rifugiati. In centinaia di migliaia affrontano quotidianamente guerre, fame, stupri, malattie, discriminazioni e viaggi spesso mortali per trovare la salvezza lontano da casa. Arrivano da noi con poco più di quello che può stare in uno zaino, eppure sono spesso percepite come una minaccia per la nostra stabilità. L’altro ha smesso di essere visto come qualcuno meno fortunato bisognoso di accoglienza ed è diventato un pericolo da allontanare quanto prima. Questo atteggiamento, però, non appartiene alla nostra cultura: a ogni latitudine i valori tradizionali prevedono la benevolenza verso l’altro, spesso ritenuto un ospite sacro.

L’accoglienza verso chi arriva da lontano è testimoniata dai testi fondatori delle nostre civiltà, dall’epica ai testi sacri, a partire dalla Grecia antica. Il Paese mantiene traccia di quei valori nella sua lingua: la parola filotimo (in greco φιλότιμο) è un termine intraducibile che condensa una serie di attitudini positive tra cui il dovere, l’onore, la generosità, la compassione, la solidarietà, il coraggio e il rispetto per gli altri, e si concretizza spesso in un atteggiamento benevolo verso l’altro. Il concetto stesso di filotimo è abbastanza complesso e vago da prestarsi a interpretazioni soggettive, come fanno oggi ad Atene da un lato nazionalisti ed estrema destra – che vi leggono il riconoscimento della propria superiorità – e dall’altro i sostenitori dell’accoglienza, che ne mettono in evidenza il significato di solidarietà proprio delle persone di valore.

Migranti siriani sull’isola di Lesbo, Grecia

Quest’ultimo aspetto caratterizza il concetto di filotimo nella cultura greca, stando ai testi in cui compare, accanto alla più precisa concezione di xenìa (in greco ξενία). Legata al termine xénos (ξένος, straniero, parola che in italiano implica immediatamente una distanza, una differenza da sé, ma non così in greco), indica più precisamente  l’accoglienza dello straniero e prevede il rispetto reciproco tra padrone di casa e ospite e un regalo di addio donato a quest’ultimo al momento della partenza. La xenìa ha un aspetto sacrale, anche perché gli dei spesso si nascondono sotto mentite spoglie prima di rivelare la loro vera natura, motivo per cui lo stesso Zeus è considerato protettore dei viandanti e, di conseguenza, l’ospite diventa sacro. L’Odissea è ricca di esempi al riguardo, dall’accoglienza ricevuta da Odisseo sull’isola dei Feaci al suo ritorno a Itaca nelle vesti di povero viandante dove viene insultato da Antinoo, comportamento che suscita la riprovazione di alcuni proci. La violazione da parte del capo dei proci non raggiunge comunque i livelli sacrileghi del rapimento di Elena da parte del principe Paride, all’origine della Guerra di Troia.

Nel luglio dello scorso anno, quando gli incendi distrussero il villaggio greco di Mati, si parlò del filotimo di cui diedero prova alcuni pescatori di origine straniera, residenti in Grecia da molti anni, che sfidando il fuoco salvarono la vita di chi si buttava in mare per sfuggire alle fiamme. Si potrebbe obbiettare che le loro azioni, di sicuro coraggiose, espressero semplicemente quello che è (o dovrebbe essere) istintivo in chiunque si trovi davanti a un essere vivente in pericolo: cercare di aiutarlo. Altri eventi di cronaca ellenica hanno rievocato il concetto di filotimo, come quello delle anziane dell’isola di Lesbo che cullano i piccoli migranti appena sbarcati, immortalato in una fotografia che ha fatto il giro del mondo.

Nonostante le difficoltà l’ospitalità tradizionale greca resiste. Molte isole dell’Egeo – e Lesbo in particolare, trovandosi di fronte alle coste turche – si sono trovate a essere punti di approdo per masse di rifugiati e questo ha comportato tensioni, insofferenza e problemi organizzativi. In questo contesto, i gesti di alcuni abitanti che si sono mobilitati per le persone bisognose d’aiuto, sono visti come una testimonianza di quei valori radicati nella cultura greca. Molti abitanti di Lesbo discendono dai profughi fuggiti dalla Turchia nel 1922, quando i quartieri greci e armeni della città di Smirne furono devastati dal fuoco durante la guerra greco turca: hanno nel dna la consapevolezza di cosa significhi essere in difficoltà. Per questo sono mossi dalla solidarietà di chi vede nell’altro il suo simile in cerca di aiuto e non il pericolo.

Rifugiati turchi provenienti dalla città di Smirne, 1922

Passando alla cultura latina l’Eneide è solo l’esempio più noto di racconto epico dove l’eroe protagonista è un profugo: Enea – guerriero valoroso, ma anche uomo giusto e obbediente agli dei – fuggito da Troia viene prima accolto dalla regina Didone a Cartagine (lei stessa è a sua volta fuggita da Tiro, in Libano, per arrivare sulla costa nordafricana), e poi dal re Latino sulla costa del Lazio. In Italia Enea diventerà il capostipite della stirpe che edificherà Roma e la civiltà latina, che come molte altre in precedenza trova in uno straniero il suo padre fondatore. Prima di gettare le basi della civiltà romana, però, Enea per qualcuno è un nemico e la guerra che segue dimostra come il male sia l’ostilità nei confronti dello straniero. Nelle peregrinazioni mediterranee descritte da Virgilio qualcuno ha visto un messaggio europeistico: T. S. Eliot, durante una conferenza del 1944 alla Virgil Society, sostenne che “Virgilio è il nostro classico, il classico di tutta l’Europa”.

Anche nella cultura araba l’accoglienza ha radici molto antiche: per i beduini faceva (e fa) parte del loro stile di vita. Nella tradizione beduina è fondamentale essere accolti e di conseguenza è un dovere accogliere, tanto più in terre aride in cui le temperature possono raggiungere livelli proibitivi e quindi fornire acqua e un riparo dal sole ai viandanti è il gesto minimo di umanità. Spesso questa consuetudine si traduce nell’offerta di cibo e in un trattamento dove la parola d’ordine è abbondanza, dato che per la cultura dei Paesi arabi lasciare l’ospite affamato è fonte di grande disonore.

Ma se la cultura araba non può essere proposto come modello ai nazionalisti di casa nostra, dovrebbe esserlo l’origine di quel cristianesimo a cui si appellano con tanta insistenza: le religioni, infatti, non trascurano il messaggio di fratellanza e solidarietà. Nella cultura ebraica l’accoglienza e l’ospitalità sono prima di tutto quelle di Abramo che nella Genesi, fornisce cibo, bevande e alloggio agli ospiti, per poi augurare loro buon viaggio. Non si tratta di buone maniere, ma di vero e proprio dovere morale, rispettato dalle comunità ebraiche medievali sparse per l’Europa, promotrici di un sistema di assistenza per pellegrini e studenti itineranti. La religione cristiana, almeno nelle sue origini, è portatrice del messaggio di accoglienza e buona disposizione per lo straniero, valori essenziali nella parabola del buon samaritano, esaltazione dell’ospitalità disinteressata verso l’altro, tanto più se “nemico” (come i samaritani per i giudei). Nelle ritualità del Cristianesimo stesso si tramandano gesti e simboli incentrati sulla  predisposizione positiva verso gli altri: si pensi, ad esempio, al segno di pace che si scambia a messa e alle altre pratiche di ospitalità e accoglienza istituzionalizzate nel tempo (come l’accoglienza lungo le numerose vie di pellegrinaggio in Europa e Terra Santa) che sono diventate simboli che sopravvivono ancora oggi, ma che spesso restano vuoti di significato.

I filosofi da sempre riflettono sul significato dell’ospitalità, che spesso trova la sua definizione sul confine tra curiosità verso il diverso e paura dello straniero. Jacques Derrida, che nelle sue opere Sull’ospitalità, e in La parola d’accoglienza (in Addio a Emmanuel Levinas) si interroga sull’aspetto etico di questo concetto, ritiene che la vera ospitalità sia quella offerta all’altro prima che esso si qualifichi, a priori da qualsiasi possibile etichetta. Si può parlare di vera ospitalità solo se è incondizionata: il filosofo la definisce “Una legge senza imperativo, senza ordine e senza dovere. Una legge senza legge, insomma. Qualcosa che fa senza esigere”.

L’ospitalità è una questione di umanità, non di calcolo: quell’umanità per cui, come ricorda oggi l’Onu, “Le persone in fuga da persecuzioni e guerre hanno trovato asilo in Paesi stranieri per migliaia di anni”. Le campagne di comunicazione istituzionali come la 2 Billion Kilometres to Safety invitano i cittadini ad accogliere i rifugiati, incoraggiando gli atti individuali di solidarietà. Sempre più spesso chi potrebbe accogliere è incattivito e pieno di rancore, perché spaventato dal diverso, che incolpa dei suoi problemi, ma lo è anche perché questo atteggiamento è avallato se non fomentato dall’alto. Se è vero che i gesti individuali sono fondamentali, quello di cui abbiamo bisogno oggi è una politica strutturale di accoglienza e gestione delle migrazioni e una narrazione che abbandoni l’ostilità verso gli ultimi e la narrazione quotidiana del “nemico”.

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