6 milioni di donne hanno subito violenze da un uomo. Ma in Italia finiscono imputate loro.

In Italia il dibattito sulla magistratura varca spesso le soglie dei tribunali per entrare nella pubblica piazza, specialmente quando le sentenze toccano la politica. Tendenzialmente, le posizioni si dividono in due: quando la sentenza di colpevolezza o l’avviso di garanzia raggiungono il politico in cui ci riconosciamo o a cui ci sentiamo vicini, i commenti virano sul garantismo più assoluto – o peggio sul complotto dei togati; quando invece l’imputato è l’esponente della parte avversa, allora questi diventano intoccabili, le sentenze non si possono commentare e il potere giudiziario non può essere messo in discussione. Non scatenano però lo stesso pathos nell’agorà politica le sentenze che con la politica non hanno nulla a che vedere, ma che dicono molto sulla nostra società: le sentenze per stupro.

In Italia le donne che nel corso della propria vita hanno subìto almeno una forma di violenza di genere (fisica o sessuale) si stima siano più di 6 milioni, e quasi 1 milione e 400 sono state vittima di stupro o di tentato stupro. Ma le denunce sono tra il 6 e il 12% del totale e le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono state meno di 50mila; in generale, la percentuale di donne vittime di abuso che chiedono aiuto va dall’1% al 4% circa. Il 30% di loro non ne parla con nessuno. 

Come mai? Le spiegazioni sono tante. La principale è che, nella maggior parte dei casi, la persona abusante è un familiare o uno stretto conoscente, e questo rende comprensibilmente molto più complesso per la vittima denunciare. Inoltre, la violenza sessuale è un tipo di violenza particolarmente subdolo, che umilia la vittima a tal punto da indurla a pensare che sia meglio dimenticare piuttosto che rivivere il trauma subìto. Anche perché, spesso, la vittima viene spinta a a pensare che sia stata colpa sua, che sia legato a come si è comportata, come era vestita, dove si trovava e con chi. Questa forma di colpevolizzazione viene talmente introiettata che spesso è la donna stessa a giudicarsi per quello che ha subìto, e quindi si vergogna persino a confidarsi, anche per paura di non essere creduta; sentimenti come questi riguardano il 7% delle donne. La matrice e il peso culturale di queste ragioni diventano tema politico quando l’assenza di credibilità a cui sono condannate le donne si trasforma in una sentenza di tribunale. Perché è anche di questo genere di cose che bisognerebbe discutere quando si parla di magistratura distorta, faziosa e prevenuta: un Paese in cui la donna non si sente sicura a denunciare una violenza perché non ha fiducia nelle forze dell’ordine e nella giustizia, teme di non essere creduta, o peggio ancora sbeffeggiata, è un Paese in cui la legge non è uguale per tutti. E questo è un problema di cui la politica deve occuparsi.

Negli ultimi giorni si è discusso molto delle motivazioni che hanno spinto la Corte di appello di Ancona ad annullare la sentenza di primo grado che aveva condannato due ragazzi per aver violentato una coetanea dopo averla indotta a bere e assumere droghe. Il racconto della giovane, che le giudici hanno definito negli atti “la scaltra peruviana”, è stato ritenuto inattendibile perché “Non è possibile escludere che sia stata proprio lei a organizzare la nottata ‘goliardica’”. Perdipiù, aggiungono le togate, all’imputato “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo ‘Vikingo’, con allusione a personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”. 

Queste parole possono portare a una serie di lecite supposizioni. La prima è che il ragionamento delle giudici sia stato viziato da un preconcetto su chi potesse essere considerato attendibile e chi no. Fa riflettere come, in un Paese in cui la furbizia è ritenuta virtù, la “scaltrezza” di una donna sia intesa come volontà di raggirare l’uomo per fini personali (quali poi, non è dato sapere). Ma da dove potrebbe nascere il pregiudizio? Non certo dal fatto che è giovane; anche gli imputati lo sono. E nemmeno dal fatto che sia straniera, visto che i ragazzi sono suoi connazionali. Rimane quindi una sola possibilità, il fatto che sia una donna. Anzi, peggio, una donna non sufficientemente avvenente e quindi priva di credibilità nel momento in cui dichiara di aver subìto violenza. 

La seconda deduzione che si puà fare è che le giudici che hanno firmato tali motivazioni non abbiano ben chiaro che cosa sia la violenza sessuale, ovvero un atto di sopraffazione per stabilire la propria superiorità sulla vittima e umiliarla, che con l’avvenenza o l’attrazione non c’entra assolutamente nulla. L’ennesima riprova di quanto sia ancora necessario parlare di violenza di genere in una società che crede di aver superato tutti i pregiudizi solo perché sulla Carta c’è scritto che siamo tutti uguali.

E non dovrebbe nemmeno essere necessario sottolineare il genere delle giudici: dobbiamo superare una volta per tutte la retorica secondo cui il maschilismo sarebbe una piaga che può colpire esclusivamente un uomo che ha superato i cinquant’anni, che soffre di disfunzione erettile e che non ha altro da fare che starsene tutto il giorno col gomito appoggiato sul bancone di un bar. Il problema è che interessa anche persone giovani, istruite, che magari si dimostrano inclusive sotto altri punti di vista. Persone che dovrebbero, anche grazie alle proprie esperienze di vita e alla possibilità di essersi trovate nelle stesse situazioni, avere la sensibilità e l’acume per riconoscere e analizzare la realtà. E allora può trattarsi dell’operaio e della manager, dell’imprenditore e della sindacalista. Anche le donne possono comportarsi in maniera maschilista e contribuire a rafforzare gli stereotipi di genere.

Se parole simili a quelle scritte dalle giudici di Ancona le avessimo sentite sull’autobus o al bar, ci saremmo fatte l’ennesima risata amara. Il fatto che siano state messe nero su bianco su un provvedimento giudiziario è molto più grave. E infatti la Corte di cassazione ha annullato la sentenza, e il Ministero ha annunciato che farà le dovute verifiche. Bene, si potrebbe dire. Una storia che si avvia verso il lieto fine. E invece no, prima di tutto perché le conseguenze della doppia violenza che ha dovuto subire – dagli stupratori e dalla Corte di appello – la ragazza se le dovrà portare dietro per il resto della vita. In secondo luogo, perché sentenze del genere non sono così rare, e soprattutto non sempre vengono annullate, gli autori sanzionati e l’opinione pubblica risvegliata (seppure solo per qualche ora).

È un problema anche politico se dei giudici scrivono che una quattordicenne era “sessualmente più esperta di quanto ci si può aspettare da una ragazza della sua età” e quindi il patrigno quarantenne che l’ha stuprata ha diritto al riconoscimento dell’attenuante. È un problema anche politico se un tribunale decide che un uomo che violenta una 18enne, dopo che questa è stata indotta a bere da altri, ha commesso un atto meno grave perché non ha partecipato alla fase preparatoria. È un problema anche politico se una donna che ha subìto uno stupro di gruppo da parte di 6 uomini viene trattata durante il processo come fosse lei l’imputata, inquisita per le sue abitudini sessuali e le mutande che è solita portare. È un problema anche politico se un condannato in primo grado e reo confesso di femminicidio si vede riconoscere uno sconto di pena di 14 anni perché “in preda a una tempesta emotiva determinata dalla gelosia”; ed è un problema anche politico perché succede in continuazione: è di ieri la notizia di un uomo che si è visto riconoscere l’attenuante per aver ucciso la compagna in preda alla “delusione”. Di oggi quella che un assassino si è visto dimezzare la pena perché, secondo la giudice che ha espresso la condanna, l’uomo ha agito “sotto la spinta della gelosia ma come reazione al comportamento della donna, del tutto incoerente”. È un problema anche politico perché sembra che da quel Processo per stupro – il documentario del 1979 che mostrò all’Italia come le vittime di violenza diventassero improvvisamente imputate una volta varcata la soglia del tribunale – non sia passato nemmeno un giorno.

Secondo i dati Istat, nel 2017 in Italia sono stati denunciati 15mila atti di violenza (maltrattamenti in famiglia, atti persecutori, percosse e violenze sessuali) sia su donne che su uomini: l’81% delle vittime erano donne. Sempre secondo i dati Istat, le condanne per violenza sessuale, maltrattamento in famiglia e stalking sono poco meno di 7mila, ovvero meno della metà. In carcere sono finiti 3.154 uomini per il reato di stupro, 2.294 per maltrattamenti in famiglia, 950 per stalking, 220 per percosse. Quando si tratta di partner o ex partner abusanti, solo il 2% viene condannato. Sono tanti dati, diversi e non assoluti, ma che insieme contribuiscono a dipingere un quadro piuttosto chiaro.

Ora, possiamo continuare a credere che la violenza di genere non esista, che il gender pay gap non esista, che le donne siano “scaltre”, che il femminicidio sia un’invenzione delle “femminazi” così come il bias nella ricerca o nell’istruzione. Possiamo continuare a credere che la nostra società offra pari opportunità a una bambina e a un bambino della stessa classe ed età. Possiamo farlo – e ancora per poco, speriamo – in un bar, in un discorso tra amici, nello spogliatoio. La forma mentis che è stata plasmata dalla cultura patriarcale in molti contesti è diventata più discreta e silenziosa e subdola, mentre si è alzata la voce di chi ha problematizzato la società per come era ed è impostata. Ma non è sparita e non sparirà domani. Quello che non possiamo accettare oggi però è che serpeggi in un’aula di tribunale, dove dovremmo essere e sentirci tutti tutelati allo stesso modo. Altrimenti viene messo in dubbio uno dei principi fondamentali della Democrazia e questo non possiamo permettercelo. Quindi, la prossima volta che si parlerà dei problemi della magistratura, per una volta, mi piacerebbe sentir parlare anche di questo.

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