I troll russi stanno già influenzando l’opinione italiana - The Vision

Li abbiamo sospettati, li abbiamo sognati, ci abbiamo scherzato sopra e adesso sappiamo che esistono: i “troll russi” hanno veramente creato dei meme per influenzare la campagna elettorale americana. Alcuni erano così efficaci che sono rimbalzati persino da noi: ricordate la ragazza velata che consulta indifferente il cellulare sullo sfondo del tragico attentato di Westminster? A osservarla bene, la ragazza non sembrava affatto serena o indifferente (qualche giorno dopo avrebbe partecipato, nello stesso luogo, a una manifestazione di solidarietà alle vittime dell’attentato). Aveva l’espressione che potrei avere io sulla scena di un disastro mentre cerco in rubrica il numero dei miei per rassicurarli – impressione confermata dallo stesso fotografo. Eppure per qualche giorno la foto rimbalzò in rete come esempio dell’indifferenza di tutti i musulmani d’Europa e d’Occidente. Ma chi era stato il primo a farla circolare? Un account Twitter apparentemente e fieramente texano, @SouthLoneStar, che aveva twittato di una “donna musulmana che cammina disinvolta vicino a un uomo che muore mentre guarda il suo telefono”. Oggi @SouthLoneStar non esiste più e nel frattempo è stato inserito in una lista di 2700 account che secondo una commissione del Congresso Usa sarebbero stati appositamente aperti a San Pietroburgo per diffondere in Occidente odio e disinformazione.

Come se non ne producessimo già noi in abbondanza.

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Se è davvero un meme russo, potrebbe essere il primo ad avere avuto un certo successo anche in Italia. Qui da noi la foto è apparsa qua e là nelle bacheche corredata da un’eloquente didascalia (NO IUS SOLI) che chiunque non seguisse da vicino e con una certa esperienza la politica italiana farebbe fatica a decifrare. Questo per dire che è più probabile che la didascalia sia stata aggiunta in Italia, magari da un islamofobo in buona fede. Non ne mancano. Purtroppo cercare queste cose su internet è difficile, perché su internet trovi informazioni su tutto, tranne che sulle informazioni che girano su internet. Quelle possono essere continuamente modificate, cancellate (la Stampa ha appena scoperto che da Beppegrillo.it spariscono parecchie pagine). In un qualche modo riesco a risalire a un personaggio televisivo che per quanto bizzarro non è senz’altro un troll (sul suo profilo Twitter si qualifica “Medico Psichiatra, psicoterapeuta, criminologo, Primate Metropolita Chiesa Ortodossa Italiana”), quest’ultimo a sua volta non ha fatto altro che ritwittare un tizio sconosciuto dal profilo molto peculiare. E a questo punto è il caso di aprire una parentesi: siccome è ormai dimostrato che in mezzo a noi ci sono professionisti del fake, gente che li sparge per mestiere, c’è un modo per riconoscerli?

Ecco tre criteri empirici per farlo:

1. Un professionista non potrà evitare di tradire un minimo di professionalità. Questo è il suo punto debole, visto che deve produrre contenuti apparentemente rozzi, amatoriali, involuti. I troll russi scrivevano schifezze, ma secondo l’inchiesta del Congresso rispettavano un orario di ufficio. Le persone che non stanno su internet per lavorare non parlano sempre dello stesso argomento: i professionisti sì. Se un tizio twitta tutti i giorni contenuti sullo stesso argomento, molto probabilmente lo sta facendo di mestiere.
2. Un professionista ha tempo per fare cose che il semplice passante non avrebbe mai tempo di fare. Ok, un meme si fa in cinque minuti, ma il 90% degli utenti di Facebook o Whatsapp non perderebbero nemmeno quei cinque minuti – se glielo offri già pronto lo ripostano con gioia, ma farselo in casa è troppo sbattimento. Insomma, un tizio che si inventa molti meme forse non lo sta facendo gratis.
3. Un dettaglio dissonante. Il professionista che si finge dilettante commetterà sempre un errore stupido a un certo punto. È come nei vecchi film di guerra, quando il nazista interroga l’americano in fuga e lui gli risponde in un tedesco perfetto, poi alla fine gli fa “Thank you”, l’eroe risponde “You’re welcome”, ed è fottuto.

Il tizio che ha fatto circolare il meme NO IUS SOLI soddisfa questi tre criteri? Twitta tutti i giorni contenuti xenofobi, sullo stesso argomento: molto spesso sono meme, il suo nome è preso dal personaggio di una serie di racconti di Isaac Asimov, l’avatar su Twitter è una foto di Italo Calvino (ma come banner ha la bandiera degli Stati Confederati). Ecco, secondo me il fotoritratto di Italo Calvino davanti alla bandiera confederata è un dettaglio molto dissonante. C’è una strategia dietro? Oppure  c’è un tizio che vuole sembrare autorevole e ha preso la prima foto di “italiano autorevole” che ha trovato su Google, ignorando che si tratta di un italiano ancora molto riconoscibile – e che con la xenofobia davvero non ha molto a che spartire? È come se un alieno cercasse di mimetizzarsi tra di noi italiani travestendosi da Giuseppe Garibaldi.

Naturalmente posso sbagliarmi. Non farebbe molta differenza: l’autore dopotutto è la cosa meno interessante di un meme. Un contenuto virale funziona soltanto se trova il terreno adatto: è uno strumento che serve a dire alle persone quello che vogliono sentirsi dire. Quindi che senso ha definire un meme “fake”? Esiste un meme autentico? Un meme razzista avrebbe successo se non ci fosse un pubblico razzista? Il Washington Post ha scoperto che la “fabbrica di troll” russa ha speso centomila dollari in un mese per pubblicare contenuti virali su Facebook durante la campagna elettorale USA? Wow, chissà quanti meme riesci a pubblicare con centomila dollari. Nel frattempo però i comitati elettorali di Trump e Hilary Clinton spendevano su Facebook 81 milioni di dollari. Se davvero i troll russi sono riusciti con una cifra tanto inferiore a fare l’ago della bilancia in qualche Stato del Midwest in bilico, beh, direi che si meritano di manovrare il presidente del mondo (c’è da dire che il meme di @SouthLoneStar non è nemmeno stato sponsorizzato).

Ma supponiamo che quei centomila dollari siano il budget fisso mensile che il Cremlino butta su Facebook: nel 2010 lo stesso Washington Post aveva scoperto che l’esercito americano aveva appena sborsato dieci milioni di dollari per finanziare la creazione di siti web pro-USA in tutto il mondo. La propaganda, insomma, costa, e gli USA ci hanno sempre investito massicciamente, sin dai tempi della radio. Che i russi ci provino è naturale, oserei dire legittimo. Resta da dimostrare che abbiano consapevolmente agito per sostenere Trump: a quanto pare pubblicavano anche contenuti antirazzisti e antitrumpiani. Quello che è stato osservato è che i messaggi trumpiani e razzisti trovavano un terreno migliore su cui attecchire. Insomma, se la storia ha una morale è che quando i toni si fanno accesi, e i meme sostituiscono le discussioni, la destra vince sulla sinistra. Può essere una riflessione utile a chi pensa in buona fede di mutuare a sinistra le strategie virali della destra (vedi alcune disavventure mediatiche dei renziani): se fin qui non ha funzionato, forse c’è un motivo. Attento quando usi un meme: potrebbe essere il meme a usare te.

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