Il politologo Francis Fukuyama, nel suo celebre saggio del 1992, teorizzò la fine della Storia. Riteneva che crollati Unione Sovietica e modello comunista tutte le nazioni avrebbero finito per omogeneizzarsi in economia al capitalismo e alla democrazia liberale in politica. Il colpo di grazia sarebbe arrivato dall’attentato dell’11 settembre, evento che dimostrò che un modello ideologico mondiale unico non esisteva, o che comunque era ben lontano dal realizzarsi.

Nonostante siano passati molti anni, gli studi di Fukuyama tornano ancora utili per interpretare il presente della sinistra. I dati dei partiti socialisti, infatti, non sono mai stati così bassi. La crisi economica del 2008 ha abbattuto i movimenti della sinistra più riformista, che si sono trovati schiacciati tra i populismi di sinistra e i sovranismi di destra. L’ideologia liberale sembra essere oramai riconosciuta dai più come l’unica valida. Viene da chiedersi da cosa dipenda questa tendenza all’insuccesso.

Francis Fukuyama

Da un punto di vista meramente pratico, la sinistra ha mantenuto un modus operandi anacronistico, novecentesco, e quindi inefficace. La vita nei circoli – luoghi di dibattito, conflitto e coesione sociopolitica – sembra essere parte di un passato che difficilmente tornerà. I famosi 140 caratteri scelti da Twitter o i 60 secondi di tempo concessi nei talent per esibirsi, più che un’imposizione formale sono una presa di coscienza: la soglia di attenzione dell’uomo comune.

I liberali in questo senso si sono mostrati più efficaci. La struttura classica di un movimento politico di questo stampo è verticale e dinamica: un solo capo carismatico in grado di bucare lo schermo (vedi Macron, Clinton, Renzi), circondato da una struttura di partito pressoché inesistente formata esclusivamente in vista delle elezioni.  Negli Stati Uniti, per esempio, non è possibile iscriversi al Partito Democratico, ma solo dichiararsi simpatizzanti. L’attività politica del cittadino si limita sostanzialmente a donazioni e supporto durante la campagna elettorale. Oltre a questo, c’è da considerare anche ingenti capacità economiche, derivate dalle basse spese di partito e dalla fiducia che il mondo imprenditoriale ripone nel leader.

Da un punto di vista teorico, i motivi del fallimento sono diversi. I partiti di sinistra si trovano a dover giocare sempre su un campo che non è il loro. Quando si parla di un qualsiasi tema, i liberali possono dichiarare semplicemente la policy che propongono, senza dover dare particolari spiegazioni concettuali: il problema è “A”, la soluzione migliore è “B”. Teoricamente, i partiti di sinistra, dovrebbero invece regolarmente porre a monte delle loro scelte i loro valori, cosa che con l’elettorato attuale finisce puntualmente per indebolire l’efficacia del messaggio finale. Se una volta una larga fetta di cittadini – il cosiddetto “popolo della sinistra” – condivideva un substrato etico e culturale che poteva essere sottinteso, oggi non è più così. È scomparso quel popolo ed è scomparso quel substrato, o viceversa.

Sarebbe necessario tentare di ricomporlo, ma i vantaggi arriverebbero solo nel lungo periodo. Nell’immediato è molto più facile adattarsi alla logica liberale, cosa che negli ultimi anni la sinistra ha fatto sistematicamente, spesso in maniera goffa. Può così capitare, ad esempio, di vedere un politico appartenente a una certa area che, desideroso di raccogliere consensi, si vanti di aver abbassato le tasse, ormai rinunciando persino a spiegare che quest’ultime servono a migliorare i servizi pubblici.

La vittoria più grande dei liberali è stata proprio sul piano dell’egemonia culturale. La politica non è più la logica conseguenza di un’interpretazione del mondo, da cui derivano determinate posizioni etiche secondo cui agire, ma “amministrazione”, cioè gestione efficiente della res pubblica. La politica si è trasformata in burocrazia. La burocrazia, però, è per sua stessa natura governo del sistema vigente e non riflessione sul miglior potenziale governo: è attività pratica e non intellettuale, è braccio e non mente. Lo status quo è preso come un dato ineluttabile e immodificabile, da cui bisogna partire per fare le scelte più logiche e profittevoli.

In questo senso, il capitalismo ha mostrato un’abilità di adattamento fuori dal comune. Abbiamo passato una delle peggior crisi economiche dell’ultimo secolo senza che il sistema economico che l’aveva prodotta fosse messo in discussione. La frustrazione verso il sistema economico che ha creato sfaceli è stata saggiamente indirizzata verso altri problemi, ma mai verso il capitalismo stesso. La colpa della crisi economica è stata di tutti: dei migranti, dei politici corrotti, dell’Europa. Di tutti, insomma, tranne che del sistema economico. Quel poco di critica che ci poteva essere in tal senso è stato manipolato dai movimenti di destra. Un esempio su tutti è Donald Trump, che si scaglia contro l’establishment, calamita indefinita delle pulsioni anti-capitaliste delle classi meno abbienti, stordite da una crisi inaspettata, quando lui stesso lo rappresenta.

In mezzo a questo deserto ci sono però delle oasi che sembrano sopravvivere, alcune di queste in maniera del tutto inaspettata. Si pensi all’exploit di Bernie Sanders, che alle primarie democratiche prese 13 milioni di voti, a Jeremy Corbyn e al Labour Party, che negli ultimi due anni è cresciuto di 10 punti percentuali e che ha visto aumentare i suoi iscritti da 150mila a 450mila, o ad Antonio Costa, che alla guida dei socialisti portoghesi ha ottenuto il risultato elettorale più alto di sempre e che come primo ministro ha portato il deficit pubblico al minimo storico. Vista la tendenza politica contemporanea sembra strano dirlo, ma questi leader hanno trovato grande consenso non nonostante le loro posizioni anticapitaliste, ma proprio in virtù di quest’ultime.

Bernie Sanders
Jeremy Corbyn
Antonio Costa

La loro forza risiede nella capacità di coniugare una posizione ideologica chiara con politiche concrete. Si pensi alla proposta di istituire la sanità gratuita universale, azzerare le tasse universitarie statali e innalzare lo stipendio minimo a 15$ l’ora (oggi 7,25$) fatta da Bernie Sanders, o alle rinazionalizzazioni del sistema educativo, sanitario e ferroviario e il ritorno allo “stato-imprenditore” rilanciate da Corbyn. Molte di queste iniziative sono state concretizzate da Costa che, dopo aver rifiutato delle “larghe intese” con il conservatore Coelho, è riuscito a formare un governo supportato da verdi e comunisti. Alla guida del Portogallo, poi, ha innalzato lo stipendio minimo, abbassato l’età pensionabile, aumentato gli investimenti pubblici e abolito le restrizioni per le adozioni da parte di coppie omosessuali. Il risultato è stato quello di una crescita del Pil di circa il 2,5% e una disoccupazione che si aggira intorno al 9% (mai così bassa dal 2008). Negli ultimi anni, questi esempi sono gli unici che hanno mostrato che esiste una formula per portare consensi alla sinistra: posizioni che mettono in discussione la deriva neoliberista e il laissez-faire economico, in favore di posizioni concretamente e ideologicamente socialiste.

In definitiva, la risposta sembra essere che la sinistra, per come la conosciamo noi, non può sopravvivere senza mettere in discussione il sistema economico. Il confine tra i due storici schieramenti ideologici – destra e sinistra è sempre stato piuttosto labile. In Europa siamo abituati a far combaciare le posizioni socialiste-comuniste con la sinistra, ma questo non va dato per scontato. Non si può escludere che se i socialdemocratici continuassero a subire sconfitte elettorali fino a diventare politicamente marginali, il concetto di destra o sinistra potrebbe modificarsi e semplicemente diventerebbe sinistra qualcosa che oggi non lo è.  Questo processo è già avvenuto in molte parti del mondo e si sta affermando anche in Europa. La disputa sul fatto che Matteo Renzi, un liberale, sia o meno di sinistra e l’opera Il liberismo è di sinistra, dei professori Giavazzi e Alesina, sono decisamente rappresentative della questione.

La sinistra potrebbe sopravvivere al suo lento logorio derivato dall’accettazione del capitalismo, solo a patto di uscirne trasfigurata e ideologicamente cambiata. Le differenze rispetto alla destra a questo punto sarebbero incentrate esclusivamente sui diritti civili, e non più su quelli sociali. In sostanza, la sinistra diventerebbe una destra con indosso i braccialetti arcobaleno pro matrimoni gay, finirebbe per essere rappresentata dai valori liberali, come già succede in molte parti del mondo, e le idee socialiste e la messa in discussione del capitalismo sarebbero relegate a un errore di gioventù novecentesco.

Tutto questo può anche essere accettato. Eppure una domanda ci sorge spontanea: siamo sicuri che un sistema economico che permette che otto milioni di persone all’anno muoiano per mancanza di nutrimento e quattro milioni a causa di obesità; in cui la schiavitù nei Paesi in via di sviluppo non è un male da estirpare ma una virtù da coltivare, poiché abbatte i costi per i consumatori; in cui una multinazionale, la Union Carbide, può causare più di quindicimila morti per risparmiare sui sistemi di sicurezza e pagare come penale poche migliaia di dollari di multa, sia un sistema così perfetto da non meritare nemmeno una critica?

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