“Rinunce o non rinunce, il PD avrà comunque come minimo un alleato al centro e un alleato a sinistra. E il contributo di queste liste sarà in molti collegi determinante per strappare seggi al centrodestra, vedrete”. Con questa frase, scritta sulla sua “e-news” dell’8 dicembre, Matteo Renzi si è lasciato alle spalle le defezioni di Giuliano Pisapia e Angelino Alfano che, due giorni prima, quasi in contemporanea, avevano annunciato il loro ritiro.

“Ci abbiamo provato, per molti mesi, con tanto impegno ed entusiasmo. Il nostro obiettivo, fin dalla nascita di Campo Progressista, è sempre stato quello di costruire un grande e diverso centrosinistra per il futuro del Paese in grado di battere destre e populismi. Oggi dobbiamo prendere atto che non siamo riusciti nel nostro intento. La decisione di calendarizzare lo Ius Soli al termine di tutti i lavori del Senato, rendendone la discussione e l’approvazione una remota probabilità, ha evidenziato l’impossibilità di proseguire nel confronto con il Pd”. Queste le parole con cui invece l’ex sindaco di Milano aveva gettato la spugna. Nel frattempo, dagli studi di Porta a Porta, il Ministro degli Esteri annunciava: “Ho scelto di non candidarmi alle prossime elezioni e non farò nemmeno il ministro. Voglio compiere questo gesto per dimostrare che tutto quello che io e i tanti amici che mi hanno seguito in questi anni abbiamo fatto, è stato solo dettato da una sincera e fortissima convinzione a favore dell’Italia, motivata da una responsabilità in un momento in cui il Paese rischiava di andare giù per il precipizio. Ho sempre detto che se non ci fossimo stati noi a portare sulle nostre gracili spalle di un partito del 4,4 per cento alle europee la settima potenza del mondo, questa potenza non avrebbe conosciuto la crescita. Saremmo ancora in recessione. E tutto sarebbe andato il peggio possibile. Oggi è il momento di dirlo con un gesto”. Il Pd di Matteo Renzi ha perso dunque i suoi “piccoli” alleati e ad oggi la composizione della coalizione di centrosinistra che a marzo (o poco dopo) dovrà misurarsi con quella di centrodestra e con il Movimento 5 Stelle è un’incognita.

Ma cosa c’è dietro gli abbandoni di Alfano e Pisapia? Probabilmente entrambi hanno constatato l’assenza di uno spazio in cui muoversi e agire, premessa fondamentale per ogni tipo di avventura politica. Nel caso dell’animatore di Campo Progressista, la nascita di Liberi e Uguali e l’incoronazione di Pietro Grasso a leader del “listone” di sinistra hanno ridotto drasticamente il potenziale bacino elettorale del partito. Ad aggravare la situazione, anche la scelta dei dem di calendarizzare lo Ius Soli solo a fine legislatura, che di fatto ha affossato la legge. Sarebbe stato incredibilmente difficile sostenere le ragioni di una forza di sinistra alleata al partito che ha governato per cinque anni promuovendo riforme contestate come Job Act e Buona Scuola, senza aver incassato neanche una riforma così attesa. Certo restano le Unioni Civili e – salvo imprevisti – il biotestamento, ma il tema dell’accoglienza sarà uno dei fulcri della campagna elettorale, l’idea alternativa a quella delle ruspe e dei muri di Salvini. E lo Ius Soli sarebbe stato un provvedimento che avrebbe dato forza e “cittadinanza” a quell’idea nello schieramento di centrosinistra. Pisapia paga anche la sua imbarazzante mancanza di decisionismo: negli ultimi mesi era ormai diventato una specie di Godot della politica italiana. Da leader in pectore dei fuoriusciti del Partito Democratico a promotore di un dialogo mai voluto, fino a lento e macchinoso organizzatore di una ipotetica lista di sinistra sempre più vuota, sempre più “civetta”. L’ex sindaco di Milano ci ha messo così tanto a scegliere cosa doveva fare “da grande” che tutti gli altri hanno scelto per lui e prima di lui. In fondo lo stesso Romano Prodi, nel comunicare il suo rammarico per la scelta dell’amico, l’ha detto chiaramente: “Non è stata una defezione, perché Pisapia non aveva deciso. Aveva studiato il campo e poi ha concluso che non era cosa”. Il mite avvocato, emblema della Milano bene, è stato un ottimo amministratore, ma ha dimostrato di non avere la stoffa del leader. Dopo le elezioni, se vorrà, avrà altri cinque anni per lavorare alla nascita di un nuovo soggetto politico. Chissà se ci sarà ancora qualcuno ad aspettarlo.

Il caso di Angelino Alfano è diverso. In questo caso lo “spazio politico” di Ap non è di natura ideologica, ma si fonda su calcoli numerici e veti. Il ritorno di Silvio Berlusconi, la possibile vittoria del centrodestra e il disastroso risultato ottenuto alle elezioni siciliane (4% e nessun eletto in consiglio regionale) hanno spinto molti esponenti nazionali e locali del partito  – a partire da Lupi – a chiedere un “ritorno a casa”, ma per i generali di Forza Italia (e per il suo eterno leader) il Ministro degli Esteri è il grande traditore. Per lui non c’è e non ci sarà mai più spazio. Nel campo opposto, Matteo Renzi non avrebbe mai regalato più del dovuto a un partito che con molta probabilità non raggiungerà il quorum. L’ex premier dovrà fare i conti con i tanti seggi in meno che il Partito Democratico si ritroverà all’indomani delle elezioni, sia per l’assenza del premio di maggioranza, sia per la presenza – annunciata in tutti i collegi – dei candidati di Liberi e Uguali, che potrebbero complicare le cose anche nelle storiche “regioni rosse”. Insomma, il povero Angelino era ormai un pedone accerchiato in mezzo alla scacchiera. Come ha annunciato da Vespa, da aprile si andrà a cercare un lavoro.

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A questo punto resta da capire quali saranno le liste che affiancheranno il Partito Democratico di Matteo Renzi alle prossime politiche, dando per scontato che il volenteroso apporto di Verdi, Socialisti e Italia dei Valori rientri in quei calcoli dopo la virgola per feticisti delle statistiche. L’ipotesi di un accordo con una lista radicale guidata da Emma Bonino sembra naufragata da tempo; in Area Popolare c’è chi parla di scissione (che nel caso di un partito del 4% scarso fa rima con scioglimento) e i cantieri di Pisapia ricordano quelli dell’ultimo tratto della Salerno-Reggio Calabria (fine dei lavori, febbraio 1988). L’ex presidente del Consiglio, malgrado lo neghi, è isolato come non mai e la tentazione di sfidare a viso aperto il Movimento 5 Stelle rinunciando – almeno su scala nazionale – alla coalizione sembra sempre più forte.

Sullo sfondo, come nella penombra di un dopocena elegante, l’inconfondibile sagoma dell’ex Cavaliere. A lui, l’unico che sembra in grado di unire molti dei frammenti impazziti dell’esplosa Seconda Repubblica, la sfida per il secondo e il terzo posto non sembra interessare.

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