Se gli errori di Di Maio diventano un pregio - The Vision

I difetti di Luigi Di Maio? “Sbaglio i congiuntivi! Adesso inizierò a sbagliare i gerundi!”. Con questa battuta autoironica, pronunciata nei giorni scorsi durante la trasmissione “Un giorno da pecora” su Radio1, il candidato premier del Movimento 5 Stelle ha voluto esorcizzare i continui errori grammaticali in cui inciampa durante interviste e programmi televisivi. Il difficile rapporto tra la punta di diamante dei grillini e la coniugazione dei verbi è ormai un tormentone e sui social network sono nate diverse pagine satiriche che si occupano della questione. Una delle più attive è “Luigi di Maio che facesse cose”, dove ogni giorno vengono condivisi meme che lo prendono di mira. Tra le vignette, un fotomontaggio dove il vicepresidente della Camera veste i panni di un cavaliere jedi nella saga di Star Wars. La frase recita: “Che la forza sarebbe con te”. L’opera di Primo Levi diventa invece “Se questo sarebbe un uomo”, firmato ovviamente da Primo Levassi.

Incalzato dai giornalisti, l’ex-steward dello Stadio San Paolo di Napoli ha così risposto alle critiche di Silvio Berlusconi, che lo aveva accusato di non aver mai lavorato in vita sua: “Io sono stato eletto vicepresidente della Camera a 26 anni e provengo da un’area della provincia di Napoli dove c’è il 60% di disoccupazione giovanile. Ho sempre cercato di trovarmi un lavoro e mi prendono in giro perché ho fatto lo steward al San Paolo e il webmaster. Io sono orgoglioso del mio passato e di quei lavori che fanno tanti ragazzi italiani. Più prendono in giro me, più faranno prendere voti ai 5 stelle da quei tanti ragazzi che non si riconoscono in quelle offese e battutine”. E ancora: “Ho sempre avuto una grande passione per l’informatica e ho in mente un progetto per una start up innovativa. Spero di riprenderlo dopo questo periodo perché i 5 stelle hanno delle regole ferree, dopo 2 mandati si torna a casa, non possiamo stare 30 anni nelle istituzioni. La politica non è un lavoro a vita, è una missione per conto degli italiani”.

Le parole di Di Maio, ammettendo che siano mosse da genuina convinzione, ricalcano un costante controsenso in auge ormai da molti anni tra i suoi colleghi in quest’epoca “post ideologica”, ovvero la convinzione che la politica non sia un mestiere, ma appunto una “missione” che va svolta con semplice spirito di sacrificio e senza aspettarsi nulla in cambio. Da questo assunto sbagliato deriva oggi la scarsa preparazione di gran parte del ceto politico e i tanti personaggi improvvisati che occupano scranni nelle aule dei consigli comunali, di quelli regionali, a Montecitorio e Palazzo Madama. Da questo assunto sbagliato nascono anche le derive populiste sugli stipendi dei politici che sono culminate con la “restituzione” introdotta proprio dal partito della Casaleggio Associati, quasi a voler cancellare il “peccato originale” del compenso ricevuto dai loro eletti per l’attività svolta. A onor del vero, guardando ciò che ha prodotto il partito nato dai VaffaDay di Beppe Grillo durante i suoi primi cinque anni di legislatura nei due rami del Parlamento, i deputati e i senatori grillini dovrebbero forse restituire i loro stipendi per intero, non solo in parte. Ma questa è un’altra storia. Sia chiaro: giustissimo allineare gli stipendi dei politici italiani a quelli dei loro equivalenti negli altri Paesi dell’Unione Europea, ancor più giusto limitarne i benefit, specie in un momento di crisi in cui gran parte della popolazione vive difficoltà economiche, ma negare l’assunto che un parlamentare sia di fatto un alto dirigente dello Stato, e come tale debba ricevere un compenso idoneo al suo ruolo, equivale ad affidare le chiavi della Repubblica a un personale improvvisato con dubbie competenze o a quei pochi ricchi che possono permettersi di “giocare alla politica” perché non hanno bisogno di un reddito. Equivale – in parole povere – a escludere professionisti affermati e figure che già svolgono ruoli di primo piano nel mondo delle imprese o nella Pubblica Amministrazione e che per dedicarsi alla politica attiva non sono disposti a sacrificare la loro condizione economica. Un Parlamento con tanti studenti fuori corso e nessun docente universitario, per intenderci.

La “discriminazione” della figura del politico non è però un fatto nuovo, soprattutto in Italia dove quest’ultimo, agli occhi del popolino, rappresenta la casta dei privilegiati. Una casta odiata e disprezzata almeno fino a quando non c’è da chiedere qualche favore; che sia un condono, una raccomandazione, un distaccamento, nei casi più gravi una leggina o un emendamento in finanziaria: a quel punto, il vituperato politico diventa una sorta di protettore da sostenere e venerare. Silvio Berlusconi, quando nel 1994 “scese in campo” nell’Italia del post Tangentopoli, ricordava continuamente di essere un grande imprenditore, anteponendo la sua figura a quella dei suoi avversari, “colpevoli” – anche in quel caso – di non aver mai “lavorato” ma di aver dedicato la loro vita alla politica. Ancora oggi, il leader di Forza Italia dichiara di provare addirittura schifo per i politici di professione. Questo suo essere “alieno” rispetto agli assidui frequentatori delle aule parlamentari gli procurò, all’apice del suo consenso, una forte empatia con le fasce più povere della popolazione, soprattutto nel Meridione. Lui, uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia, era percepito come un antagonista del potere costituito e dei suoi attori, pur essendo il suo impero economico un prodotto di scelte politiche assai “indirizzate” e di grandi manovre di palazzo. Un capolavoro di comunicazione.

Tornando a Di Maio, c’è chi è arrivato a ipotizzare che i suoi continui errori grammaticali siano in realtà molto più studiati di quanto si pensi. Tra i più autorevoli a sostenere questa tesi c’è Claudio Marazzini, il presidente dell’Accademia della Crusca che, interpellato sugli strafalcioni del vicepresidente della Camera, ha dichiarato: «Non voglio dire che lo faccia di proposito, ma quegli strafalcioni diventano un manifesto se pronunciati da lui: fa vedere che maltratta la lingua italiana proprio come tanti elettori, dimostrando così implicitamente di non essere uno della ‘casta’. Anche queste cose possono portare voti». Un’ipotesi, quella di Marazzini, tutt’altro che illogica. Un fatto è certo: sia che Di Maio sbagli di proposito, sia che abbia grandi lacune culturali, sia che (come probabile) siano vere entrambe le cose, gli è stato detto di non dar troppo peso alla cosa e di rilanciare, ponendosi come “uno dei tanti ragazzi italiani” che si oppone ai colti “potenti” – quelli che nella narrazione grillina hanno solo rubato e fatto danni.

Un piccolo particolare. Se dovessimo scegliere di mettere a capo del Governo Italiano uno dei tanti “ragazzi italiani” citati dall’aspirante presidente del Consiglio, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta. Siamo il Paese dei ricercatori universitari precari, dei giovani professionisti a partita IVA che vantano una o più lauree e lavorano sottopagati e sfruttati, dei tantissimi “cervelli” che emigrano all’estero. Ragazzi italiani che forse, pur avendo un curriculum invidiabile, non si sentono pronti a lanciarsi in una carriera politica, perché quello del politico, piaccia o no è un mestiere difficile e non sempre un grande avvocato è automaticamente uno statista, come la storia ha ampiamente dimostrato. Ragazzi italiani che nei panni di Di Maio non sbaglierebbero i congiuntivi e, qualora capitasse, chiederebbero scusa.

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