Quando ho visto per la prima volta una puntata di Love ho pensato che fosse una serie potenzialmente perfetta, quanto meno per un certo tipo di pubblico – quello che guarda i film del Sundance e ascolta i Wilco, per intenderci. La rappresentazione della vita di due trentenni a Los Angeles impiegati nel mondo dell’industria culturale e soggetti a tutte le piccole catastrofi della modernità è resa molto bene, sia perché fa ridere, sia perché ci fa immedesimare nonostante le distanze intercontinentali, e anche perché è realistica e imprevedibile. Dopo qualche puntata, però, iniziano a insidiarsi nello spettatore delle sensazioni contrastanti, cosa che non siamo abituati a sperimentare mentre guardiamo una commedia romantica che di solito invece punta alla conciliazione e alla risoluzione dei conflitti – tant’è che molti hanno definito Love una commedia anti-romantica. Di solito i protagonisti ci vengono presentati in modo tale da poter tifare per loro, seguendo uno schema che si applica sempre nello stesso modo: ho un personaggio preferito (di solito quello che mi ricorda di più il mio carattere: posso essere una Rachel, una Monica o una Phoebe), tifo per quel personaggio fino alla fine della serie, se il personaggio va via mi dispiaccio, se il personaggio sbaglia lo perdono, e così via. In Love questa dinamica è praticamente annullata dal fatto che non puoi tifare per nessuno dei due protagonisti, né tanto meno per la loro storia. L’unica cosa che puoi fare è sperare per tutti e 34 gli episodi che a un certo punto si lascino.

Sin dall’inizio di Love si capisce bene quale sarà la ricetta dell’amore disastrato tra Mickey e Gus: la loro palese incompatibilità si traduce in una condizione altalenante e snervante di precarietà. Mickey è la ragazza complicata con gli occhi da pazza e le pause sigaretta esistenziali in giardino, piena di dipendenze (si definisce una “sex and love addict”, ma è anche un’alcolizzata che a un certo punto comincia una riabilitazione), piena di iniziative pazze, una di quelle che ti mettono addosso la fretta di vivere e che ti obbligano a “darti una svegliata” e a “mordere la vita” quando magari ti stai solo facendo i fatti tuoi. Gus è invece un concentrato passivo-aggressivo di vittimismo e prepotenza travestita da gentilezza, un pallone gonfiato mascherato da umile che cavalca l’onda del “ragazzo sensibile” per ottenere l’attenzione degli altri e per ammorbare la gente con le sue iniziative romantiche e creative non richieste. Non c’è possibilità di prendere le parti di uno o dell’altra, e nessuno dei due fa venire voglia di dedicargli un hashtag che specifichi l’appartenenza a un ipotetico #teammickey o #teamgus. In pratica, si tratta di due esseri umani rappresentati nella loro relazione – come succede molto raramente in questo genere di prodotto senza scadere in facili estetizzazioni di rapporti difficili e complicati, dove la “follia” diventa un espediente narrativo abbastanza banale – in modo piuttosto onesto, senza l’eccessiva pretesa di dover creare un’ennesima serie sull’amore sfasciato ma tenero.

Dunque, appurato che sia Mickey che Gus sono insopportabilmente problematici e fastidiosi, e passata la fase iniziale in cui assistiamo a un’evoluzione della trama basata sugli alti e i bassi e sull’incostanza di un sentimento che fatica a uscire, la terza e ultima serie di Love aveva il compito di mettere un punto alla storia. E questo sembrerebbe l’obiettivo, quanto meno fino alla penultima puntata. Vediamo infatti l’ennesimo sfogo dell’egoismo snervante di Gus, che si sente in diritto di rimproverare la sua fidanzata per averlo contagiato con un virus intestinale e avergli rovinato una giornata con gli amici; vediamo la solita prepotenza di Mickey travestita da schiettezza nei confronti della sua coinquilina Bertie, quando impone la presenza di Gus a casa ma non tollera quella di Randy; vediamo la sintesi dell’incomunicabilità che intercorre tra i due protagonisti quando al matrimonio di una vecchia amica Mickey non capisce che è un dovere di Gus aiutare la sua ex che sta male, e quando Gus non capisce che è un suo dovere da fidanzato quello di dire la verità sulla sua ex. Il picco dell’equivoco lo si raggiunge poi quando i due vanno dai genitori di Gus e in uno slancio di codardia lui dice di non voler avere immediatamente dei figli con Mickey perché non la reputa all’altezza del compito, mentre lei pretende che il ragazzo con cui sta da soli cinque mesi abbia già comprato la culla e il passeggino.

In tutto ciò, l’unica cosa che sembra rendere davvero piacevole la terza stagione di Love sono i co-protagonisti con i loro sub-plot, molto più appaganti e divertenti di quella centrale. Sia quella di Bertie, che si libera finalmente del ricatto morale che la teneva attaccata al povero fidanzato sanguisuga Randy per cominciare una relazione con il molto più simpatico e convincente Chris, che quella della tragedia umana del Dr. Greg che manda in fumo quindici anni di onorata carriera per la sola colpa di non riuscire a essere abbastanza al passo coi tempi e finisce col venire fagocitato dall’insolenza di una millennial. Sullo sfondo di Love si mettono in piedi delle raffigurazioni umane che non servono semplicemente a fare da carta da parati – come invece avviene spesso in questo tipo di serie tv che si concentrano esclusivamente sulla trama sentimentale principale, come nel caso della recente The end of the f**king world – ma a rendere godibile il resto della trama, che altrimenti non lo sarebbe. Se fossimo obbligati a guardare solo come Mickey e Gus non riescono a capirsi, a come la loro relazione sembra essere solo una missione di mutuo soccorso – lui dolce e sensibile, crocerossino che si invaghisce della ragazza a pezzi da soccorrere – e alla noiosa svolta idilliaca dell’amore tra i due, di sicuro la serie non avrebbe alcun senso. Il senso di Love, piuttosto, si inserisce nel tessuto umano e sociale che circonda i due presunti innamorati e che riempie di significato una trama potenzialmente banale con l’infallibilità di certi elementi: l’imbarazzo, l’errore, il fastidio.

Love è una sorta di commedia degli errori dove l’equivoco regna sovrano, con una narrazione umoristica all’insegna dell’awkwardness. Tutto quello che c’è di divertente nella serie è anche imbarazzante, demotivante e persino sgradevole. È fastidioso vedere come viene trattato Gus sul lavoro, ed è altrettanto irritante vedere come si comporta Mickey con il Dr. Greg o con Bertie. Tutte le tre stagioni fanno perno su questa costante sensazione di vago disagio che proviamo nel vedere uomini e donne adulti – ma non abbastanza, forse – collezionare figuracce, litigi, risentimenti, insuccessi. E soprattutto, in tutte e tre le stagioni di Love la cosa più forte che sentiamo è che Gus e Mickey non dovrebbero stare insieme, cosa di cui si sono accorte anche tutte le persone attorno a loro. Stando così le cose, la scelta di fare terminare la serie con il matrimonio dei due protagonisti sembrerebbe assolutamente sbagliata, o comunque potrebbe apparire come un tentativo degli autori di dare al pubblico un po’ di zucchero insieme alla pillola e farci finire tutti sorridenti, che poi alla fine l’amore trionfa sempre.

Credo invece che proprio questa scelta di far terminare in modo così romantico, con un matrimonio sulla spiaggia, la serie anti-romantica per eccellenza di Netflix, sia proprio il modo più coerente di completare la storia. Se Love avesse davvero voluto venirci incontro, Gus e Mickey si sarebbero lasciati, avrebbero cambiato strada e si sarebbero accorti di quanto folle è sposare una persona dopo solo cinque mesi di relazione, peraltro molto instabile. Rimanendo insieme, invece, l’obiettivo della serie è raggiunto: ci ha dato di nuovo fastidio, questa volta in modo irreparabile, però, visto che è conclusa. I due protagonisti ci sono apparsi come due insopportabili egomani soffocati dalle loro frustrazioni o dalle loro esigenze di affermarsi sin dall’inizio, ognuno dei due con le sue diverse declinazioni di egocentrismo. La scelta più sbagliata che potrebbero fare, in effetti, è proprio quella di sposarsi.

Love dunque non ha affatto un lieto fine, anzi, ha il finale peggiore che potevamo aspettarci. E meno male, se no che commedia anti-romantica sarebbe stata? Non è di certo una serie che punta a snocciolare i massimi sistemi, né si ripromette di andare più in là di dove una rom com può spingersi con la sua raffigurazione delle relazioni sentimentali, per quanto tenda a opporsi a questo genere. Il risultato, secondo me, è però molto più gradevole: preferisco vedere due persone che commettono un gigantesco errore con un matrimonio inspiegabilmente affrettato, confermando con un apparente lieto fine quella sensazione che qualcosa non sta al suo posto provata sin dai primi episodi, piuttosto che un quadretto idilliaco dove tutti i problemi si sono risolti con la potenza dell’amore.

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