All’inizio di questa terza stagione di Gomorra avevo tanti dubbi: come si fa a tenere in piedi una serie se tutti i personaggi migliori sono morti? Io, ad esempio, ero una grande fan di Don Pietro Savastano, e la sua dipartita mi aveva quasi convinto a non seguire più lo show. Ma la storia delle serie tv, per quanto breve, ci insegna che non sempre il risultato finale dipende in maniera matematica dalla presenza o meno di un determinato personaggio: Game of Thrones e il suo Red Wedding sono l’esempio che bisogna avere fiducia nello sviluppo autonomo di una trama, al di là dei suoi protagonisti, e così è stato anche per Gomorra.

Insomma, è valsa la pena di guardare questa terza stagione, anche se nonostante l’intreccio ben articolato e la giusta dose di novità che sono state inserite – dagli spazi d’azione alle nuove famiglie – rimane quello che per me è uno dei pochi difetti di questa serie: la rappresentazione macchiettistica di alcuni personaggi.

Salvatore Conte, Gabriele ‘O Principe, Don Arenella ‘O Sciarmante. Tutti questi personaggi hanno una cosa in comune: sono molto caricati. Hanno sia un aspetto che un carattere dominato da una forte componente scenografica, cosa che da un lato aggiunge colore al prodotto finale, dall’altro svilisce tutta la bellezza della verità su cui si fonda la serie. Gomorra è affascinante come un romanzo verista, perché non concede spazio a un’ipotetica voce narrante di direzionare l’andamento della trama con espedienti arbitrari. In sostanza, per quanto ‘O Sciarmante sia fascinoso e vederlo flirtare con Scianel faccia sorridere un po’ tutti, allontana l’attenzione dalla realtà nuda e sincera del resto della serie. Non è un Salvatore Conte, eccentrico e teatrale, a darci il vero senso della camorra – al massimo dà una nota di intrattenimento più spiccata. Il momento più intenso lo viviamo quando la normalità della vita di questi personaggi si interseca con la straordinarietà delle loro azioni criminali: quando Donna Carmela conta i soldi dalla cassa a fine serata, quando Azzurra si nasconde nei bagni del cinema per vedere Genny, quando Enzo parla dei servizi sociali e dell’affidamento di suo nipote. È in questi spaccati di realtà che chiamano a  immedesimarsi che la storia di Gomorra diventa davvero incisiva per chi la guarda. Perché empatizzare con un personaggio che sembra uscito da un film su Al Capone come Don Arenella non è facile, mentre farlo con una donna normale che cade vittima di un gioco spietato sì, e solo dopo aver sentito, seppur indirettamente – ma è questo il bello di ascoltare una storia, no? –, il dramma delle vicende che vengono rappresentate che possiamo attuare una catarsi, e liberarci di tutta la mostruosità che guardiamo comodi da casa, lontani da Secondigliano.

Stesso discorso dunque per tutto il clan dei Confederati: belli, pittoreschi, perfettamente inseriti negli interni pieni di mobili antichi e velluti rossi, ma troppo poco concreti. Enzo Sangue Blu, con il suo motorino e il suo look da barbudos, lui sì che ci è sorprendentemente vicino. Ne vediamo ogni giorno per strada, di ragazzi così. Ma di uomini antichi con il fazzoletto nel taschino e la dizione da commedia di De Filippo ne vediamo un po’ meno. Anche Valerio, personaggio cruciale per il finale straziante che vede Ciro affondare nel mare del golfo di Napoli come un Jack partenopeo, non mi ha convinta del tutto: sappiamo che è un ragazzo di buona famiglia, studente, educato, pieno di contatti nella vita notturna della Napoli da bene. Non si spiega benissimo come abbia potuto innescare un cambio di rotta esistenziale così drastico da trasformarsi in criminale professionista senza eccessive esitazioni. Valerio, così come una parte dei Confederati, pecca di una verve troppo cinematografica, forse anche un po’ stereotipata.

Non si può affatto dire lo stesso per gli altri protagonisti della terza stagione, Genny, Ciro, Patrizia, Enzo; e con loro i nuclei tematici che si portano appresso: il rinnovo, la fratellanza, il tradimento. Tutta la stagione si gioca su un equilibrio sottile tra questi elementi, che si alternano e si distribuiscono tra i soggetti centrali della storia. Enzo, vendicativo ma onesto fino a risultare a tratti naïve, vuole solo ciò che – per diritto ereditario – gli spetta da generazioni: non vuole più essere figlio di fantasmi, sa di meritarsi un posto concreto e solido nel Sistema. Basando tutto sulla fiducia e sul sentimento di fratellanza che prova per il suo maestro, Ciro, finisce col cadere vittima del suo stesso entusiasmo. Personaggio quasi troppo positivo per Gomorra, nel grande finale si rivela anche lui per quello che è, un camorrista; e i camorristi non perdonano tradimenti così profondi come quello di Ciro e di Genny.  Patrizia, invece, punta proprio sulla sua poker face da ambasciator che non porta pena per dare luogo a un doppio gioco talmente affilato da apparire ambiguo fino alla fine. Prima di ammazzare Scianel, la regina che vuole combattere il patriarcato camorristico – con un colpo alla Tu quoque, brute! – si muove sempre al confine tra un lato e un altro, facendomi sospettare fino all’ultimo di non essere veramente dalla parte dei Savastano. Ma Genny ha dato la fatica a suo fratello e Don Pietro non si dimentica: Patrizia è impassibile come una spia russa, calcolatrice come una vera professionista, la più grande traditrice di queste tre stagioni.

In fine, Ciro e Genny, i due veri protagonisti sin dal principio, portano avanti per tutte le dodici puntate una trama che si districa tra il complicato rapporto di amore e odio che li lega. Si sono perdonati a vicenda, dopo essersi macchiati dei crimini più orrendi ed essere stati più volte al punto di ammazzarsi; si sono ritrovati dopo aver combattuto quella che sembrava essere l’ultima vera guerra, quella contro Don Pietro; si conoscono, si amano e si capiscono come due fratelli, e come due fratelli si guardano negli occhi mentre Genny spara il colpo al cuore, con le lacrime che gli rigano la faccia. Ma il sacrificio di Ciro l’Immortale è il più prezioso: lui solo che ha perso tutto sa quanto è importante che Genny non faccia la stessa fine. Lui non ha più motivo di vivere, ma Genny sì: ha Azzurra e ha il piccolo Pietro. E soprattutto, Ciro muore per lasciare il campo di battaglia alla nobiltà: lui che è un rivoluzionario giacobino ci ha provato a scardinare l’ancien régime, ma non ce l’ha fatta. “Siamo due razze diverse, voi siete figli di re”, dice a Genny e a Enzo, consacrando la sua morte a una metafora straziante, una sorta di lotta di classe fallita.

La prospettiva di una quarta stagione sembra quasi obbligata. Personalmente, credo che se Gomorra concludesse qui il suo ciclo chiuderebbe davvero in bellezza, senza il rischio di andare a riesumare il cadavere di una storia ormai conclusa. La morte di Ciro è la morte non solo di un personaggio al quale ci si poteva affezionare o meno, ma anche la sconfitta della speranza di un bambino disgraziato – sopravvissuto al terremoto sia letterale che metaforico della sua esistenza – di poter rimediare alle ingiustizie della sfortuna attraverso un mezzo senza leggi, cioè quello della criminalità. Ciro l’Immortale muore perché non esiste riscatto sociale, nemmeno nella camorra. E l’unico senso di una narrazione simile è proprio quello di dimostrarci che sì, è entusiasmante vedere un mondo così sregolato e cattivo, ma è importante anche tenere a mente che quella che dà è solo un’illusione. Ciro muore perché non è figlio di un re, e questo non dobbiamo dimenticarcelo.

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