Il tempo per Genny è finito di nuovo - The Vision

Non basta attribuire al nostro pelo sullo stomaco il fatto di riuscire a guardare Gomorra senza rimanerne così tanto turbati da dover smettere. Eppure, nonostante la violenza e la crudezza delle sue immagini, siamo in grado in qualche modo di tenerci abbastanza lontani da non cedere troppo all’immedesimazione. Scampia, Secondigliano, le Vele: sono tutti luoghi che noi spettatori distanti non abbiamo mai visto se non in un documentario, in un film o, molto più probabilmente, al telegiornale. Le prime stagioni di Gomorra raramente ci hanno portato fuori da questi posti scuri e densi di significato, tant’è che il nostro immaginario della serie si è concretamente formato là. Adesso, però, lo spazio è diventato troppo stretto, ed è necessario uscirne fuori per rappresentare ancora più fedelmente la grandezza di questo universo che ci appare lontanissimo, ma che in realtà non lo è poi così tanto.

Le poche volte in cui abbiamo visto il mondo esterno interagire con quello di Gomorra, i risultati sono stati una conferma della sua impenetrabilità. Ad esempio, il commercialista milanese che compare nella prima stagione, un personaggio assolutamente estraneo alla realtà del clan se non per il legame lavorativo che ha con questa, si azzarda ad agire di sua volontà, e paga il suo errore con la morte, a dimostrazione del fatto che chi ne è al di fuori non può in nessun modo agire all’interno di certe dinamiche. Stessa storia per Gegè, personaggio malinconico e tragico che appare tra la seconda e la quarta puntata della terza stagione: è il contabile di Genny, parla in italiano, non ha tatuaggi, nessuna traccia di rasature in stile maori, nessuna collana vistosa. È un ragazzo di Secondigliano che ha studiato in Inghilterra, diventando una figura che a Genny torna molto utile, proprio perché si è irreversibilmente allontanato dalle sue origini. Come se non bastasse, Gegè è pure omosessuale, uno stigma che lo rende ancora più estraneo al mondo che ha abbandonato. Solo che Gegè ha sbagliato i conti: per quanto abbia provato a riscattarsi, non riesce ad andare abbastanza lontano da tenersi al riparo dalla legge senza pietà della camorra. E quando si trova a dover pulire il sangue da terra che ha versato Genny con agghiacciante naturalezza, non riesce a trattenersi dal vomito. Gegè è uscito da quel mondo, almeno apparentemente. E nonostante conservi gelosamente l’orologio regalatogli da Don Pietro come simbolo della sua appartenenza alla famiglia, non riesce a sfuggire alla morsa schiacciante del sistema. Così, incastrato dalle minacce di Giuseppe Avitabile, volta le spalle ai Savastano, consapevole di non poterne uscire vivo. E nel momento della sua morte, poco prima che Genny lo ammazzi con quello stesso orologio che da tanto conservava, Gegè ritorna alla sua origine e tradisce la sua apparente lontananza da Secondigliano, implorando pietà in napoletano.

Il gioco in cui si è trovato Gegè non è per nulla semplice: la famiglia, come gli ricorda Genny, la desideri solo quando non ce l’hai. Il padre di Azzurra non accetta il modo in cui il genero lo sta truffando e, come Gomorra ci ha insegnato, un atto simile non si perdona mai. Genny, che ha ucciso il suo stesso padre per costruire il futuro dei Savastano lontano da Scampia e dalla vecchia guardia, tagliando tutti i ponti col passato, si ritrova così a dover combattere anche contro il suo nuovo padre. Non è bastato costruirsi un castello dorato lontano dai luoghi dove è cresciuto, Avitabile non tollera l’affronto subito e si riprende la figlia, il piccolo erede, il mercato, le alleanze, la vita degli ultimi amici storici che Genny aveva conservato. Gennaro Savastano è annientato, e la stagione prende una svolta che capovolge completamente ciò che sembrava essere stabile e consolidato. Come sempre, Gomorra ci mostra l’inquietante precarietà di questo mondo, il paradossale contrasto tra un potere che sembra infinito e immutabile e la sua intrinseca incertezza. Il finale della quarta puntata ribalta tutto quello che abbiamo visto fino a ora: Genny che domina incontrastato dalla sua reggia lontano da Secondigliano diventa Genny che arranca sconfitto e umiliato, ritornando da perdente, “da cane” dice Avitabile, alla sua vecchia casa, arrancando verso quelle Vele che sembravano ormai dimenticate.

Eccola la sorpresa di questa terza stagione di Gomorra: è iniziata facendoci credere che tutto quello che avevamo visto finora fosse finito, che i vecchi boss fossero morti, che Don Pietro si fosse portato nella tomba il Gomorra che conoscevamo, e invece non è così. Per sopravvivere, Genny ha solo un’alternativa: rivolgersi al passato. Deve tornare strisciando in quella palude da cui si era tirato fuori, deve tornare da Scianel, che uscita dal carcere non manca di dare sfoggio del suo carattere pittoresco ed eccentrico, ma anche scaltro e prepotente; deve chiedere aiuto a Patrizia, che ormai è dentro al sistema fino al collo, quasi come se ci avesse preso gusto a continuare quel mestiere che aveva tanto disprezzato prima di innamorarsi di Don Pietro. Ma soprattutto, Genny deve tornare da Ciro, che abbandonato il tentativo di espiazione in Bulgaria sembra pronto per riprendere in mano la situazione, aiutato da un senso di vuoto talmente forte che sembra presagire un ruolo ancora più spietato di quello che avevamo visto nelle stagioni precedenti.

Ed è Ciro che ci conduce in luoghi che ancora non abbiamo visto. Ci sembra normale vedere Gomorra a Secondigliano, ma il resto di Napoli dov’è? La Napoli che conosciamo noi turisti, noi visitatori curiosi che compriamo i peperoncini portafortuna, ci pensiamo mai che quella è la stessa città delle Vele? Fino a oggi è rimasta una dimensione staccata dalla città, una periferia autonoma che si gestisce con le sue regole personali, ma adesso è arrivato il momento di vedere anche il resto. Proprio in quel centro storico che si amalgama bene con lo scenario di una cartolina c’è infatti un’altra realtà, altri clan, una camorra esclusa dal sistema ma comunque attiva e presente. Ciro entra in contatto con loro mentre è in Bulgaria, costringendoli ad andarsene senza chiudere l’affare per via dei soldi falsi che avevano portato come pagamento al trafficante da cui nell’ultimo anno aveva lavorato. Adesso che è tornato a Napoli, si avvicina a questa realtà inedita fatta principalmente da un branco di scugnizzi che dominano il centro in sella ai loro motorini e che gli ricordano che anche se sembrano contare poco, ci sono, presagendo un loro possibile futuro nello svolgimento della serie. È finito il tempo in cui tutto si svolgeva lontano, in quei palazzi grigi e scrostati che ci apparivano così distanti dalla nostra quotidianità: ora anche la città ha un ruolo, in cosa questo consisterà non è ancora chiaro.

A questo punto, la trama della terza stagione ha preso una direzione totalmente opposta a quella che sembrava presagire nel primo episodio: Genny, inizialmente forte della sua nuova famiglia e del suo dominio presente ma allo stesso tempo lontano da Scampia, è costretto a ritornare alle origini e a ripartire da zero, vanificando così il sacrificio della morte del padre; Ciro si è reso conto che il suo posto non è lontano da Napoli e, nonostante la voglia di punirsi, non riesce a sottostare alle regole di qualcuno che non rispetta; Patrizia si destreggia in un doppio gioco che lascia intendere abbia in mente un piano preciso; Scianel è uscita dal carcere e non ha intenzione di perdere tempo. In tutto ciò, Avitabile ha stravolto le carte in tavolo. Non ci resta che aspettare di vedere come farà Genny a vendicarsi di lui, se ci riuscirà.

Tutte le foto sono di Gianni Fiorito ed Elena Nankova.

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