Io non voglio vivere nella città più vivibile d’Italia - The Vision

Quando dico a qualcuno che ho paura di volare, la sua reazione di solito è quella di informarmi che prendere l’aereo è il modo più  sicuro di viaggiare perché, statisticamente, è molto più probabile morire in un incidente d’auto che in volo. Il dato che mi viene suggerito, inutile dirlo, non apporta nessun genere di sollievo alla mia fobia. Allo stesso modo, quando leggo le statistiche che il Sole 24 Ore rilascia ogni anno sulla vivibilità delle città italiane, non riesco a credere che possano essere un vero parametro per scegliere il luogo in cui vivere o un motivo per andarsene via dal posto in cui si abita già. Insomma, qualcosa di cui fidarsi ciecamente. Ho il sospetto che questa sorta di competizione nazionale annuale per eleggere la provincia reginetta di bellezza tra le 110 concorrenti italiane è la dimostrazione di come dati e numeri, per quanto cristallini e scientificamente esatti, non sempre siano lo specchio fedele di ciò che succede o di ciò che veramente conta, specialmente in una realtà così complessa come quella di una città.

Sondrio

Sono nata e cresciuta a Catania, la provincia che attualmente, stando alla classifica, si posiziona novantatreesima. Non proprio in pole position. Vedere la mia città così in basso non mi stupisce: chi viene da un posto che si trova più a sud di Roma è abituato a convivere con lo spettro della questione meridionale, un tema che continua a essere attuale da circa un secolo e mezzo. Te lo insegnano a scuola, che noi poveri abitanti del profondo sud siamo quelli più sfigati; te lo dicono i tuoi parenti, che è meglio per te andare a cercare l’oro in qualche altro posto; te lo dicono negli uffici, quando sembra impossibile venire a capo di qualsiasi affare burocratico “Eh signora, cosa ci vogliamo fare, lo sa come funzionano le cose qua, non siamo mica a Milano”. Verrebbe da chiedersi dunque perché se già nel 1887 la famosa inchiesta di Franchetti e Sonnino denunciava lo stato di profonda arretratezza del meridione, nella mappa della vivibilità del 2017 la situazione sembra pressoché immutata.

Università di Catania

Certo, c’è di mezzo la Storia, e quella d’Italia non combacia sempre con ciò che definiremmo un percorso lineare. Nonostante questo, ho sperimentato per prima sulla mia pelle tutti i sintomi di quel divario che fanno sì che l’opinione comune, strumentalizzata a turno da vari personaggi politici, sia portata a pensare che sì, nel sud Italia si sta da schifo. Non esistono mezzi di trasporto che funzionino in modo decente, basti pensare al fatto che i treni ad alta velocità in pratica non esistonoCristo si è fermato a Eboli, diceva Carlo Levi nel 1945 – la criminalità è una realtà con cui si entra in contatto senza troppe difficoltà. Tanti ragazzi, anche per queste ragioni, preferiscono andare a studiare in un’altra regione, cosa che ho fatto anche io, nonostante la mia città abbia una delle università più antiche d’Europa. E poi, non dimentichiamo il lavoro, gli ospedali, la sicurezza: Catania per quella si trova addirittura al centoquattresimo posto, praticamente il far west. Eppure, io continuo a non credere che la statistica sia qualcosa di cui fidarsi sempre, in modo particolare quando sostiene che il posto migliore dove si vive meglio in Italia sia Belluno. O per lo meno, non credo che basti affidarsi del tutto a certi parametri per decretare la vivibilità di un posto, se poi questi rifilano la centosettesima posizione a una capitale culturale come Napoli o la novantasettesima a Palermo. E tra i criteri che concorrono alla definizione di vivibilità, il Sole 24 Ore non me ne voglia, dovremmo tenere in conto anche il legittimo desiderio di non annoiarsi. Certo, non si campa di sola bellezza, ma non credo nemmeno sia poi così strano metterla tra i criteri di scelta di un posto in cui vivere. Del resto, lo diceva pure Orson Welles ne Il Terzo Uomo, che un posto tranquillo e civile spesso non genera niente di culturalmente stimolante: l’Italia dei Borgia era un teatro di decadenza e terrore, eppure ha prodotto Leonardo Da Vinci, Michelangelo, il Rinascimento; la Svizzera ha vissuto cinque secoli di pace e tranquillità, e cosa ci ha dato in quegli anni? L’orologio a cucù.

Siracusa
Palermo

Qualche anno fa, al liceo, mi capitò di ospitare a Catania per una settimana una ragazza californiana che per uno scambio culturale si era trasferita in Italia. Le assegnazioni per questo genere d’iniziativa sono piuttosto casuali, e lei era stata affidata a una famiglia di Belluno. Ancora non mi spiego bene perché qualcuno abbia pensato di mettere una sedicenne surfista di San Diego in una casa sul cucuzzolo di una montagna bellunese per nove mesi. Eppure, nonostante si trovasse nella provincia più vivibile d’Italia, quando fu il momento di dover ritornare alla sua casa innevata mi confessò che avrebbe preferito far cambio con la novantatreesima provincia d’Italia piuttosto che tornare dalla medaglia d’oro del lieto vivere. È interessante notare che sul podio della classifica ci sono tre città che affacciano sulle Alpi, con una media di trentamila abitanti l’una: Belluno, Aosta e Sondrio. Non vorrei scadere nei soliti stereotipi che relegano le città di montagna a luoghi desolati ed emarginati dalla civiltà, ma non credo di essere l’unica a non sentirsi particolarmente entusiasta all’idea di vivere in un posto in cui per la maggior parte dell’anno o nevica o piove, circondata da un’immensa e invalicabile catena montuosa. La lista di queste città dove la vita è una passeggiata, evidentemente, si basa su dei presupposti che non sono poi così largamente condivisibili: è possibile che ancora oggi una fonte autorevole come il Sole 24 Ore non riesca a stilare una classifica che si basi anche su dati un po’ più umani? Dobbiamo veramente pensare di trasferirci in Valtellina per vivere decentemente?

Belluno

Forse, per quanto rispetti con un velo di ammirazione la scelta di chiunque insegua il suo sogno di vita perfetta in Valle d’Aosta, sarebbe più corretto chiedersi cosa offra una città oltre agli aridi parametri di una statistica. Invece di fare un’impietosa pagella con l’unico risultato di accentuare la già fin troppo palese distanza che intercorre tra il nord e il sud Italia, non mi dispiacerebbe che si tenesse in conto anche una forma di vivibilità che vada oltre al mero profitto e all’ordine sulle piste ciclabili. Ci sono caratteristiche che non hanno nulla a che vedere con quelle che tiene in considerazione la classifica: i ritmi di vita, il clima, il cibo, il patrimonio artistico, il paesaggio umano e culturale in cui si sceglie di vivere. Per alcuni queste cose possono pure passare in secondo piano, per altri, come me, no. Non è detto che la vita ordinata e sicura alle pendici delle Dolomiti sia per forza più appagante di quella folle e disorganizzata ai piedi del Vesuvio.

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