Il legame tra pillola anticoncezionale e depressione esiste. Ma a chi la produce non interessa.

Assumo la pillola anticoncezionale da quando ho circa vent’anni, a causa di una sindrome all’utero assai comune che poteva essere trattata solo in due modi – o rimanendo incinta o prendendo, appunto, la pillola. Al momento della prescrizione, dopo le analisi del sangue di routine, il ginecologo mi elencò con dovizia la serie di benefici e di possibili effetti collaterali che avrei potuto subire, attenendosi alla sfera fisica e senza nemmeno un cenno al risvolto psicologico. Io stessa, va detto, non approfondii la cosa più di tanto: ero giovane, spensierata, forse pure un po’ superficiale, e le mie preoccupazioni si chiamavano cellulite, ritenzione idrica, aumento di peso. Scelsi la contraccezione ormonale basandomi su informazioni parziali, rientrando di diritto nel 14% delle donne italiane che si affidano a un farmaco per prevenire una gravidanza o risolvere problemi di ordine ginecologico.

Non ho mai desiderato (né desidero tuttora) un figlio, quindi non ho mai smesso: è diventato un gesto automatico, un’abitudine grazie alla quale sento di possedere il totale controllo del mio corpo, prevenendo dolori, emicranie, problemi alla pelle e pure il ciclo quando non lo voglio avere. Ciò premesso, da un po’ di tempo ho iniziato a notare degli impercettibili sbalzi d’umore che sono andati via via accentuandosi, declinati in irritabilità, tristezza, a volte ansia. Pur rientrando nei limiti della gestibilità, confrontandomi con altre donne nella stessa situazione mi sono resa conto che il vissuto è il medesimo: tutte prendiamo la pillola da più di dieci anni, e tutte abbiamo riscontrato gli stessi sintomi. Durante la consueta visita annuale dal ginecologo, i dubbi che ho avanzato sono stati liquidati adducendo disturbi legati al cambio di stagione, al caldo, allo stress lavorativo; intanto, un’amica che aveva deciso di interromperla dopo quindici anni mi scriveva ”sono tornata a essere di nuovo io”, come se una patina tra lei e la realtà fosse crollata.

La verità è che la maggioranza delle ricerche sulla pillola esplora il corpo dal collo in giù, evidenziando il rischio di patologie quali tumori, coaguli di sangue o trombosi: pochissime provano ad approfondire la sua azione sul cervello, con risultati contraddittori. Uno studio del 2012 del Dipartimento di salute della donna e del bambino di Uppsala, Svezia, ha confermato che si sa ancora “«relativamente poco”» circa gli effetti sull’umore dei contraccettivi orali; quattro anni dopo, nel 2016, una ricerca danese parecchio pubblicizzata ha trovato una correlazione tra contraccezione orale e depressione, stabilendo che le donne utilizzatrici della pillola hanno il 23% di possibilità in più di ricorrere ad antidepressivi. Lo studio del Karolinska Institutet di Stoccolma, datato 2017, non ha riscontrato alcun aumento degli stati depressivi, ma ha invece trovato una diminuzione generale della qualità della vita (in termini di energia, umore, ansia) nelle donne che hanno assunto la pillola per più di tre mesi.

In Francia, nel 2017, la giornalista Sabrina Debusquat ha pubblicato il libro-inchiesta J’arrête la pilule, che è stato visto dalla comunità medica come una vera e propria “sfida alla pillola”. In realtà, l’intento di Debusquat era di dar voce al 70% delle 3,616 donne intervistate, che a causa del farmaco, nel 69,6% dei casi lamentava una perdita di libido, e nel 51,9% disturbi dell’umore come ansia, nervosismo, depressione. In Gran Bretagna, sebbene la contraccezione orale venga utilizzata dal 44% della popolazione femminile sessualmente attiva, si è registrato un drastico calo delle vendite negli ultimi dieci anni. Il motivo è ricorrente: una preoccupazione delle donne circa la propria salute mentale, alla luce di un possibile legame tra pillola anticoncezionale e depressione. La musica non cambia negli Stati Uniti, dove sempre più donne stanno abbandonando la pillola (che rimane comunque il metodo contraccettivo più popolare) in favore di alternative non ormonali. Molte hanno optato per la contraccezione orale in giovane età, proseguendo per anni senza dare troppa importanza alle conseguenze derivanti dall’assunzione di ormoni a lungo termine, salvo poi – al comparire di avvisaglie comuni – domandarsi quanto questi nel tempo abbiano influito su mente, stati d’animo e comportamento.

Una risposta scientifica chiara e univoca al momento non esiste: il foglietto illustrativo di qualsiasi pillola riporta, alla voce possibili effetti indesiderati, “umore depresso; alterazione dell’umore; riduzione o aumento del desiderio sessuale”, ma non ne specifica né la portata, né fornisce informazioni circa l’insorgenza. L’assenza di responsi e argomentazioni specifiche ha come rovescio della medaglia che l’attuale ondata di scetticismo nei confronti della contraccezione orale viva in quel regno nebuloso in cui paura dell’establishment medico e ricerca del benessere si intrecciano, portando così le persone a rifugiarsi nella paranoia e nella pseudoscienza. A ciò si aggiunge il fatto che la salute femminile, in particolare la salute mentale, è rimasta a lungo un’area poco studiata: come scrive Maya Dusenbery in Doing Harm: The Truth About How Bad Medicine and Lazy Science Leave Women Dismissed, Misdiagnosed, and Sick, “le donne soffrono sia di una carenza di fiducia che di conoscenza. I medici padroneggiano con più sicurezza il funzionamento del corpo degli uomini, e le storie soggettive delle donne sono spesso meno credute”.

Sarah Hill, psicologa e docente presso la Texas Christian University, è partita dalla sua esperienza personale per condurre una ricerca sfociata nel libro di divulgazione scientifica This Is Your Brain on Birth Control, in uscita il prossimo autunno. Secondo Hill sussistono delle solide prove biochimiche per spiegare la scarsa vitalità e il ‘grigiore’ che tante riferiscono, imputabili ai livelli più bassi di estrogeni e a picchi di cortisolo inferiori causati dalla contraccezione orale. “Gli estrogeni aumentano la sintonizzazione di una donna verso gli stimoli del corteggiamento, mentre il cortisolo riveste un ruolo fondamentale nell’aiutare la mente ad assorbire gli stimoli ambientali. Un’insufficienza di questi ormoni rende il cervello delle donne che assumono la pillola meno eccitabile e meno in grado di assorbire la profondità delle loro esperienze: la sensazione è che la vita sia più piatta, in un certo senso ‘attutita’”.

Per Hill, una delle ragioni della mancanza di ricerca sugli effetti della pillola sulla salute mentale è che questa – dovendo considerare i cicli ormonali unici delle partecipanti – risulta più complicata e costosa, dunque meno percorribile. “Il sospetto è che dietro possano esserci le case farmaceutiche,” aggiunge Flavia Robotti, psichiatra presso il South Beach Psychiatric Center di New York. “Fare uno studio su un farmaco che ha un così largo uso come la pillola andrebbe a ledere i loro interessi. Negli Stati Uniti queste multinazionali hanno un potere immenso e controllano la ricerca, quindi è assai probabile che esercitino pressioni contro una determinata tipologia di approfondimenti”. In generale, poi, molti medici prendono atto di un effetto collaterale psicologico solo quando è conclamato e il soggetto entra in una vera e propria depressione clinica, mentre “gli appiattimenti dell’umore rientrano comunque in uno stato depressivo e non devono affatto essere trattati con sufficienza dai ginecologi. È facile e semplicistico liquidare le pazienti come isteriche o eccessivamente fissate con gli effetti collaterali: da un punto di vista biochimico non c’è alcun dubbio che gli ormoni, soprattutto se assunti per un lungo periodo, abbiano delle ripercussioni sulla salute mentale.”.      

Negli Stati Uniti, in risposta alla messa in dubbio della pillola anticoncezionale, la spirale in rame – o IUD – sta vivendo una seconda giovinezza, mentre in Italia è ancora vittima di pregiudizi e falsi luoghi comuni a volte da parte degli stessi ginecologi. “In alcuni casi la contraccezione è soggetta a mode,” osserva il dottor Maurizio Selvetti, ginecologo, “certo è che una compagnia farmaceutica come la Bayer ha fatto identiche constatazioni circa il legame tra contraccezione orale e depressione otto, nove anni fa, ed è il motivo per cui non ha più investito sulla pillola, focalizzandosi invece su dispositivi a lungo termine come lo IUD”. Le parole di Selvetti vengono confermate consultando Calliope, database che raccoglie le pipeline di sviluppo di tutti i contraccettivi – femminili e maschili – studiati a livello mondiale: la netta prevalenza è di soluzioni non ormonali, sotto forma di dispositivi intrauterini, anelli vaginali, gel.

L’impressione rimane però quella di trovarsi di fronte a un circolo vizioso: l’assenza di una letteratura scientifica a supporto e la ritrosia di donne e medici ad affrontare temi che riguardano la salute mentale fanno sì che, soprattutto in Italia, l’argomento non venga trattato se non superficialmente. “Il ginecologo prima di fare lo scienziato deve essere in grado di ascoltare, porre le domande giuste e non mettere una donna nella condizione di subire la contraccezione,” puntualizza Selvetti. Ma poiché nel nostro Paese in tal senso c’è un netto disallineamento rispetto all’Europa o agli Stati Uniti, spesso i ginecologi sono più preoccupati di prescrivere la pillola anticoncezionale, aumentandone dunque la diffusione, senza sollevare ulteriori dubbi sulle ripercussioni a livello psichico.

“Siamo uno dei Paesi europei con la più bassa incidenza di contraccezione, la più bassa natalità e il più basso indice di abortività”, conclude Salvetti: le oltre 570mila confezioni di pillole del giorno dopo vendute nel 2017 confermano che poche donne ricorrono a una strategia consapevole e programmata di contraccezione, e la colpa non può essere imputata soltanto a un fattore culturale.

La comunicazione con la paziente va valorizzata, e mai come ora occorre che il ginecologo sia multidisciplinare, dimostrandosi in grado di accogliere perplessità, timori, esitazioni e fornendo alternative. Dando per scontato che esiste una correlazione tra pillola anticoncezionale e depressione, per quanto poco indagata, le donne devono essere consapevoli di avere a disposizione la più ampia gamma di contraccezione possibile, unitamente a uno specialista che insieme a loro valuti l’alternativa più adatta a seconda dei casi. Peccato che – in un’Italia dove manca l’educazione sessuale nelle scuole, dove la formazione del personale sanitario è inadeguata e dove i consultori vengono gradualmente demoliti – un simile discorso risulti il più delle volte pura fantascienza.

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