Gli attacchi di panico sono la vera patologia di questa generazione

In pochi conoscono la fobofobia, in molti ne soffrono. Dietro questa parola si nascondo due significati: la paura di sviluppare una fobia è quello più semplicistico e forzato, mentre è più attinente la definizione di “paura della paura”. Il soggetto che soffre di fobofobia crea un meccanismo mentale tale da temere la propria reazione al pericolo, non il pericolo in sé. Questo porta inevitabilmente a una delle conseguenze più invalidanti dei nostri tempi: l’evitamento.

La dottoressa Elisa Balbi, psicologa psicoterapeuta del Centro di terapia breve strategica, afferma che “Si tratta di una minaccia spaventosa che non proviene dall’esterno; l’aver paura della paura innesca un’escalation paradossale fino al panico. La paura si trasforma in profezia che si autoavvera senza la necessità di alcuna situazione esterna scatenante.” Nella maggior parte dei casi, l’origine della fobofobia è da ricondursi a un attacco di panico. Secondo una ricerca dell’associazione Alpa, sono circa 10 milioni gli italiani che ne hanno avuto almeno uno nella loro vita. Spesso un’esperienza del genere resta un caso isolato, un incidente di percorso che non mina la stabilità mentale. Si aprono però altre due strade: l’insorgere di un vero e proprio Dap (Disturbo da attacchi di panico), con ripetuti episodi di ansia acuta, e un limbo dove l’ossessione di mantenere il controllo – per evitare lo spettro della paura – porta l’individuo a escludersi dalla vita, rinchiudendosi in un guscio-prigione apparentemente al riparo da ogni pericolo, ma non dal suo ricordo, che è la principale fonte d’alimentazione della fobofobia.

L’evitamento comporta un restringimento del proprio raggio d’azione. Il soggetto esclude qualsiasi luogo o situazione che potrebbero esporlo al pericolo. In poche parole: sostanzialmente si chiude in casa. Dapprima tende a rinviare, a procrastinare all’infinito ogni azione, fino a quando non si arrende e rinuncia a qualsiasi attività sociale lontano dai propri muri protettivi. Materiali, ovvero quelli della sua casa; e mentali, cioè tutte le barricate che edifica per nascondersi in una campana di vetro. Evitando i pericoli, però, ci si preclude anche la possibilità di vivere esperienze positive; la protezione diventa una prigionia corroborata da quelli che vengono definiti “pensieri magici”: tutti quei riti, superstizioni e protezioni effimere che la mente crea per autodifesa. Questo genera una dipendenza da alcune persone (il partner, i genitori o qualsiasi figura di rilievo eletta a svolgere questo ruolo di salvaguardia) o da tutti i meccanismi mentali che sfociano nell’ossessione compulsiva. La tanto temuta paura diventa così qualcosa di distorto, una minaccia inesistente plasmata dal cervello che sovradimensiona la realtà. Dove c’è un sassolino da schivare, la mente vede una montagna.

Secondo la psicologa e psicoterapeuta Monia Ferretti “A forza di pensarci, nella propria mente l’individuo finirà inevitabilmente con l’ingigantire i propri pensieri connessi alla paura, e ciò porterà a percepirla molto più spaventosa di quanto sarebbe realmente, tanto più ingestibile e fin troppo possibile rispetto a quanto sarebbe nella realtà.” Pensare ossessivamente alla paura, e a quanto sarebbe terrificante provarla, favorisce proprio l’attivazione di quello stato d’ansia che si vuole evitare. In altri casi il soggetto invece non ha mai più un episodio vero e proprio di attacco di panico, ma permane in una dimensione di perpetuo campanello d’allarme, come se le avvisaglie fossero sempre dietro l’angolo. Quindi non va a fare la spesa per la paura di svenire tra i corridoi del reparto surgelati, non va a un concerto per il pensiero di soffocare in mezzo alla calca, non guida l’automobile per il terrore di restare imbottigliato nel traffico. Esclude a priori ogni situazione in cui è più difficile gestire il controllo, in cui teme la possibilità di impelagarsi in un contesto senza via d’uscita. Per paura di stare male decide di consegnarsi a una vita passiva.

Per la fobofobia una psicoterapia mirata (prevalentemente di tipo cognitivo-comportamentale) è ancor più utile dei farmaci. Perché il farmaco interviene sui sintomi, ovvero quella crisi d’ansia che il fobofobico difficilmente raggiunge, considerando che fa di tutto per evitarla, fino ad arrivare a chiudere i ponti con la vita esterna, ma non fa niente per lavorare sulla matrice del problema. Quindi il trattamento psicoterapeutico è consigliabile perché aiuta il soggetto a razionalizzare la paura. Non a caso una delle tecniche più consigliate dagli psicoterapeuti è quella della “peggiore fantasia”. Viene chiesto al paziente di chiudersi nella propria stanza per mezz’ora, tutti i giorni. Qui il soggetto dovrà calarsi nel pozzo nero delle sue paure, provando a visualizzarle senza filtri. Dunque si interviene sul circolo vizioso della fuga dalla paura, andando paradossalmente a cercarla, per arrivare alla conclusione di trovarsi di fronte a fantasmi innocui, meno angoscianti rispetto a ciò che l’immaginazione aveva partorito.

Idealizzare la paura non è soltanto un processo astratto che nasce e muore nella mente di un soggetto, le problematiche si accentuano quando vengono coinvolte figure esterne. Oltre ad aggrapparsi ai suoi meccanismi interni e alle sue strategie rudimentali che amplificano la chiusura, il soggetto è costantemente alla ricerca di un sostegno. Quindi la sua vita diventa invalidante anche per chi lo circonda. La ricerca di protezione in una certa persona la rende una figura totemica, utile come tampone momentaneo nel momento del bisogno, ma sempre presente nella mente come una boa in mezzo all’oceano. Questo crea un circuito di dipendenze e controdipendenze che non può che nuocere sia al soggetto che alle persone da lui indicate come salvatori.

La dottoressa Gerri Moxon parla della fobofobia come della paura di sperimentare particolari sentimenti fino ad attuare comportamenti di sicurezza, con il rischio concreto di arrivare alla paura soltanto con la forza del pensiero. Come ad esempio spiega: “Mentre la paura del cancro non aumenta le probabilità di svilupparlo, la fobofobia può portare a una paura reale”. Micah Abraham, di CalmClinic, scrive che “Non importa quanto possa essere irrazionale una paura, chi ne soffre spesso è conscio di questa irrazionalità, ma non riesce ugualmente ad affrontarla.” È dunque fuorviante il classico intervento da profani “È solo nella tua testa, cosa vuoi che sia?” Tutte le nostre emozioni vengono dalla nostra testa, sia quelle negative, sia quelle positive, pertanto non ha senso sminuire le conseguenze di certi processi, troppo spesso liquidati come capricci o debolezze, quando sono in ultima analisi vere e proprie patologie.

H.P. Lovecraft, il famoso scrittore di racconti horror, ha scritto che la paura è l’emozione umana più antica e potente, e forse la strategia migliore è proprio quella di decodificare i suoi parametri, certificarli nella categoria delle emozioni e lasciarli galoppare in libertà. D’altronde è meglio tremare per qualche minuto aggrappandosi a uno scaffale del supermercato, piuttosto che passare svariati anni chiusi in casa, con l’illusione di proteggersi quando in realtà ci si sta semplicemente eclissando.

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