Salvini vuole “aiutarli a casa loro”. Ma taglia 860 mln per lo sviluppo internazionale.

Parlando di gestione dei migranti, uno degli slogan preferiti dai sovranisti è “Aiutiamoli a casa loro”, perfetto sia per non dover riflettere su una strategia seria per affrontare i flussi migratori che per ripulirsi la coscienza. Per uscire dall’ottica emergenziale dei salvataggi in mare, dovremmo davvero iniziare ad aiutarli a casa loro, visto che da anni abbiamo i mezzi concreti per poterlo fare. Tra i più importanti ci sono gli Aiuti pubblici allo sviluppo (Aps), ovvero i fondi stanziati per i progetti nei Paesi in via di sviluppo, un sostegno fondamentale per le attività di cooperazione nei  luoghi da cui partono gran parte dei migranti. Ora che si trovano al governo con la possibilità di concretizzare i loro slogan, i sovranisti italiani hanno però deciso di tagliare 860 milioni di euro dal bilancio Aps, di fatto decidendo di non aiutarli a casa loro.

Dopo anni di graduale incremento di queste risorse, finalmente nel 2017 si era raggiunta la quota prevista dalle direttive internazionali, ovvero lo 0.30% in rapporto al reddito nazionale lordo. I dati dell’Ocse, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, mostrano l’inversione di tendenza del nuovo governo che ha fatto scendere la quota allo 0.24%, ovvero il 21.3% in meno rispetto al 2017 e alla soglia minima prevista. Francesco Petrelli, responsabile relazioni istituzionali di Oxfam Italia – organizzazione no profit che vigila sugli aiuti umanitari, sui progetti di sviluppo e si dedica alla riduzione della povertà globale – ha sostenuto che “Si sta riportando indietro la cooperazione italiana di anni, spingendo a rivedere al ribasso le stime per il prossimo futuro. Siamo di fronte a un calo ancora più drastico rispetto a quello che noi, come molti osservatori, avevamo previsto a gennaio, dopo l’approvazione dell’ultimo Documento di economia e finanza”. Ci troviamo di fronte a una situazione paradossale creata proprio dai sostenitori dell’aiutare i potenziali migranti a casa loro.

Francesco Petrelli

Il vice premier Luigi Di Maio ha dichiarato a metà maggio che l’Italia vuole riportare lo stanziamento a quota 0,30% entro il 2020. La cifra si è invece ridotta ulteriormente, mentre l’ipotesi di raggiungere in pochi mesi la percentuale promessa da Di Maio sembra sempre di più senza fondamento. Alessandro Di Battista in passato si è occupato più volte dell’argomento, con frasi a effetto come “I fratelli africani devono stare a casa loro, e per farli stare a casa loro devono avere risorse e sviluppo a casa loro”. Dalle idee terzomondiste del 2013, il pentastellato è passato oggi a sostenere un governo che non solo lascia i suoi “fratelli africani” ad annegare nel Mediterraneo, ma non fa nulla per evitare che attraversino l’Africa per tentare di imbarcarsi. Nel 2019 la sua posizione è diventata quella per cui “L’accoglienza non è un valore”, adeguandosi all’ideologia della Lega nella speranza di recuperare il divario elettorale che ormai separa i due partiti.

Alessandro Di Battista

Per quanto riguarda la Lega il paradosso è ancora più evidente. Salvini non vuole i migranti nelle nostre strade e poi firma un Decreto Sicurezza che ha avuto come conseguenza quella di aumentare di decine di migliaia il numero di irregolari in tutto il Paese; è il ministro che non vuole migranti in Italia e poi diserta sistematicamente le riunioni a Bruxelles per ridiscutere il trattato di Dublino e la possibilità di ridistribuirli in tutti i Paesi dell’Unione europea; è il capo politico che per anni invita i migranti a tornare in Libia per poi smentirsi dichiarando che effettivamente “La Libia non è un porto sicuro”. Da Salvini non ci si può aspettare una coerenza di pensiero tale da poter venire incontro alle esigenze umanitarie e di sviluppo dei Paesi meno ricchi.

Chi invece si occupa attivamente di progetti umanitari nei Paesi in via di sviluppo è preoccupato per l’escalation negativa del nuovo governo riguardo all’assistenza internazionale. L’Amref, organizzazione non governativa che si dedica al miglioramento delle condizioni sanitarie in Africa, non nasconde la sua preoccupazione per la politica dell’attuale esecutivo. Il presidente Mario Raffaelli lo scorso anno ha scritto una lettera che suona ancora molto attuale, soprattutto in seguito ai recenti tagli. Raffaelli ha spiegato che “Aiutiamoli a casa loro è uno slogan che non solo dobbiamo rivendicare, ma del quale dovremmo chiedere che se ne rispetti il significato originario, quello che come Ong presente e attiva in Africa da anni avevamo dato a queste parole: supportare e implementare tutti gli elementi strutturali che rendono possibile migliorare le condizioni delle popolazioni africane, perché la migrazione sia una scelta, una chance, e non un obbligo. Aiutarli a casa loro non vuol dire chiudere i porti ed erigere muri, anzi”.

Mario Raffaelli

Per aiutarli davvero dobbiamo prima di tutto fare i conti con il reale impatto dell’Italia in alcuni Paesi africani, a partire dal nostro periodo coloniale in Etiopia, Eritrea, Somalia e Libia. Oltre alle atrocità commesse durante la conquista e la repressione delle frequenti ribellioni, durante il fascismo gli italiani imposero nelle colonie africane una politica razzista verso le popolazioni autoctone. Basti pensare allo sfruttamento sessuale delle donne e bambine africane con la pratica del “madamato”, oppure alla condizione di schiavitù imposta ai neri privati dei diritti minimi garantiti alla popolazione bianca delle colonie.

Oggi gli italiani continuano a sfruttare le risorse e le popolazioni africane attraverso multinazionali come l’Eni, che depredano le ricchezze del continente. Un buon esempio di questo sistema consolidato è il caso di corruzione legato alle tangenti Eni in Nigeria, con i processi ancora in corso e cifre che superano il miliardo di dollari usate per assicurarsi l’appoggio da parte del governo nigeriano. Il meccanismo colpisce prima di tutto le popolazioni locali che decidono di fuggire in Europa per la povertà e la corruzione in cui sono costrette a vivere nei loro Paesi di origine. Siamo anche diretti responsabili di danni ambientali irreversibili: lungo il delta del Niger l’attività estrattiva dell’Eni danneggia l’ecosistema e la vita degli abitanti del luogo, costretti a mangiare cibo avariato e a scavare in zone a rischio frane per ottenere dell’acqua potabile. Molti migranti che oggi arrivano sulle nostre coste sono la diretta conseguenza dell’attività predatoria che noi e le altre potenze occidentali portiamo avanti in Africa da più di un secolo. Sarebbe bene ricordarselo quando qualcuno ha il coraggio di proporre di sparare sui barconi che attraversano il Mediterraneo.

Tra i tagli allo sviluppo è contro ogni logica che  la zona più penalizzata, con una riduzione dei fondi che raggiunge il 35.8%, sia proprio quella dei Paesi dell’Africa subsahariana, una delle più interessate dai fenomeni migratori. Si tratta di un’area dove l’emergenza climatica è più acuta, andando a colpire con siccità e avanzamento dei deserti la produzione agricola e le popolazioni locali che ne dipendono. Secondo le ultime stime, su 257 milioni di persone che soffrono la fame in Africa, ben 237 vivono nell’area subsahariana. Non è dunque un caso se negli ultimi dieci anni il numero dei migranti provenienti da queste zone ha registrato un’impennata: se a livello mondiale la crescita è stata del 17%, per i Paesi dell’area sub sahariana la percentuale sale al 50%, seconda solo alla Siria. Anche se il rapporto di causa effetto è lampante, il governo ha deciso di ignorarlo con un taglio ai fondi dove questi sarebbero più efficaci e importanti.

Un recente rapporto di Openpolis ha fatto luce anche su un altro dato allarmante: oltre ai tagli è stato registrata una differenza di un miliardo di euro tra i fondi che il ministero dell’Interno sostiene di aver destinato nel 2018 all’accoglienza dei migranti e quelli rendicontati dall’Ocse. Nonostante il calo degli sbarchi, i fondi per il Viminale non sono stati reinvestiti in progetti di sviluppo. Come ha spiegato Petrelli di Oxfam “Non sono andati ad aiuti alla cooperazione allo sviluppo nei Paesi poveri e di origini dei flussi, né tantomeno a un miglioramento dell’accoglienza sul nostro territorio, visti i recenti tagli al sistema che stanno aumentando l’insicurezza per migliaia di richiedenti asilo vulnerabili, fuggiti nel nostro Paese per trovare scampo a guerre, persecuzioni e miseria”.

La sensazione è che Lega e M5S siano perfettamente allineati sull’idea di non voler aiutare in modo concreto né a casa nostra, né a casa loro. Questo cancella anni di retorica sul tema dell’immigrazione, che adesso può abbandonare la maschera dell’ipocrisia in favore di un mix di xenofobia, indifferenza e pregiudizi. Respingere a livello fisico e ideale degli esseri umani che hanno bisogno di aiuto è facile e molto vantaggioso a livello elettorale se si riescono a convincere i cittadini che i fondi tolti alla voce accoglienza verranno riutilizzati per gli italiani. In realtà il denaro riservato agli Aps serve proprio per evitare gli sbarchi, aiutando popolazioni che l’occidente ha sfruttato per secoli privandoli di ogni risorsa e in molti casi del loro stesso futuro. Aiutarli avvantaggerebbe il nostro Paese e l’intera Europa nella gestione dei flussi migratori e in parte andrebbe a riparare un debito morale pesantissimo nei loro confronti. Il governo non lo ha capito o lo ignora, mosso dalla volontà sempre più chiara di non cambiare nulla, se non la maschera dell’ipocrisia da indossare a favore di telecamere per la prossima dichiarazione di volerli aiutare a casa loro. La speranza è che in quell’occasione nessuno finisca più per credere a questo teatrino.

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