La sinistra sta morendo. Lo spirito d’avventura la salverà.

C’è un Paese che va a rotoli, un’ondata xenofoba sempre più forte che monta attraverso l’Europa, e dovunque mettiamo lo sguardo compare un piccolo valore, il 2,4%, a indicare il deficit atteso dalla temutissima finanziaria del governo giallo-verde. Qualunque sarà la portata della manovra, dall’opposizione arrivano soltanto appelli a tenere il freno a mano tirato, anche a livello emotivo: “Basta scherzare col fuoco”, suggerisce un deputato del Pd in piena battaglia politica sul futuro dell’Italia nell’Unione europea, mentre il M5S si affacciava trionfante da un balcone, per annunciare la sua #ManovraDelPopolo. Immemore, o forse ammiccante, di un’altra affacciata storica, quella di un signore calvo che il 10 giugno 1940 annunciava l’entrata in guerra dell’Italia con queste parole: “Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue stati”.

Mussolini sul balcone di Palazzo Venezia, 10 giugno 1940

Un genitore sa di non poter far presa su un figlio 13enne parlando dei vantaggi della cautela: bisogna creare una complicità, nell’inganno un’intesa spirituale seppur minima per fargli fare ciò che vuole. Forse per questo il Camilo Cienfuegos del M5S, Alessandro Di Battista, è stato mandato in giro per le Americhe, a fare volontariato da due soldi: il leader grillino convince il suo popolo, rimasto a casa, ad accettare i peggiori compromessi morali. E al tempo stesso, gli fa credere che lo spirito d’avventura delle origini è sempre lì, intatto.

Alessandro Di Battista

In fondo, nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale, qualunque forma di militanza radicale, fosse di destra o di sinistra, veniva messa ai margini dell’arco costituzionale di mezza Europa, anche laddove la socialdemocrazia aveva fatto passi da gigante; mentre in Italia, dove avevamo il partito comunista più grande e forte d’Occidente, persino essere iscritti a una formazione politica ormai di massa, votata da un italiano su tre, rappresentava fino alla metà dei Settanta una scelta quasi trasgressiva, poiché la cultura comunista era stata a lungo presa di mira dalla procure, censurata in tv, emarginata dalla stampa che conta. L’essere all’opposizione era quasi un concetto spirituale.

Andando ancora più indietro nel tempo, lo spirito dell’avventura si ritrova, quasi a livello religioso, soprattutto nell’era più nefasta (o gloriosa, a seconda dei punti di vista) dell’imperialismo europeo, quando ogni terra colonizzabile oltremare rappresentava l’abbaglio di un mondo nuovo, un orizzonte di emancipazione per milioni di giovani burocrati inglesi appena usciti dall’università. Più in seguito, tutte le ideologie totalitarie novecentesche chiesero ai giovani di uniformarsi a un rigido sistema centralizzato e gerarchico, interiorizzando acriticamente precisi modelli comportamentali, attraverso l’attivismo collettivo: eppure, persino in quei modelli era presente una costante tensione emotiva protesa verso obiettivi grandiosi, sia pur – specialmente nel caso del nazifascismo – imbevuta di antiscientificità e irrazionalità. Basti pensare alla firma principale del Corriere della Sera per quasi quarant’anni, Indro Montanelli, che raccontava della sua avventura africana con grandissima disinvoltura e malcelata soddisfazione, e per il quale l’adesione al fascismo, più che un’oggettiva comunione d’intenti ideologica, era il peccato veniale di una gioventù carismatica.

Indro Montanelli (al centro)

Come ha fatto la sinistra, quella italiana in particolare, negli ultimi trenta o quarant’anni, a passare dall’essere la parte politica dei ribelli e degli ultimi a essere la parte delle regole e della noia? E, negli ultimi vent’anni, passare dalla parte delle regole e della noia – quelli che ti hanno venduto il sogno scarsamente entusiasmante del rispetto dei conti e dell’ingresso nell’euro – alla parte delle élite vincenti e immutabili, dei custodi dello status quo, degli odiosi “expottimisti”?

In sintesi, le cose sono andate in questo modo: dopo che il miracolo economico europeo, pompato dalla globalizzazione, dal costo ridotto della manodopera e del petrolio, da poderosi investimenti statali e dal Piano Marshall andò esaurendosi, socialdemocratici e conservatori decisero di affrontare la crescente conflittualità sociale e l’invecchiamento della popolazione con una spesa in deficit senza precedenti. Verso la fine dei Settanta, il modello economico mondiale si andava ristrutturando verso una sensazionale finanziarizzazione delle imprese con capitali che volavano laddove era più alto il tasso di profitto – in Asia, soprattutto – e ovunque il centro-sinistra pensò bene che l’unico modo per ammodernare l’economia fosse un mercato del lavoro più flessibile e i conti in ordine: le privatizzazioni seguirono questo processo di progressivo affidamento da parte dello stato dei suoi “gioielli di famiglia” al capitale delle multinazionali. In Italia furono gestite in modo a dir poco problematico.

Qualcosa, però, non ha funzionato, l’Unione monetaria europea non ha garantito i tassi di crescita che prometteva, e al posto della conflittualità tra Stati si è accentuata la conflittualità di classe e interna a ciascun Stato, tra città sempre più internazionali e periferie sempre più depresse e povere. La grande recessione del 2008, partita dagli Stati Uniti, si è abbattuta con particolare violenza sull’Europa, inaugurando forse più dell’11 settembre un ventunesimo secolo di incertezza e rancori.

Dipendenti lasciano la sede londinese di Lehman Brothers dopo il fallimento, 2008

Ovviamente, quando parliamo di avventura a proposito degli aspiranti ribelli contro Bruxelles, c’è ben poco della curiosità umanistica di un Tin Tin, della capacità immaginativa di un Salgari o dell’esoterismo di un Corto Maltese – anche se molti reduci delle controculture anni Settanta, delle radio libere, delle riviste alternative sono finiti proprio lì, a votare giallo-verde o a trovare ospitalità nei gruppi Facebook più complottisti e nei siti più deliranti. Parliamo piuttosto di un universo composito e sfaccettato in cui è possibile trovare una capopopolo da mercato rionale come Paola Taverna – il cui orizzonte narrativo spazia dai prezzi raddoppiati di nascosto con l’euro, alla paranoia dei vaccini di Big Pharma – oppure un timido funzionario di Stato alla Ragionier Filini come il nostro ministro dell’Economia, portato via dalla portavoce durante una conferenza in cui i giornalisti gli chiedono le stime del Pil; oppure, ancora, un ministro dell’Interno che tra un tweet aggressivo contro i migranti e un comizio con la maglietta della polizia, fa di tutto per spogliarsi di qualunque abito carismatico, mostrandosi in panciolle sulla spiaggia mentre parla al cellulare e allontana i venditori ambulanti come un signor Rossi qualsiasi.

Paola Taverna

Questo ci ricorda che il senso per l’avventura di un’Italia affannata, che ha smesso di credere nella ripresa guidata da “quelli bravi”, da “quelli competenti”, non può essere lo stesso per un abitante di Ostia Lido che da 30 anni non conosce altro che degrado, e per un impiegato delle industrie creative, sicuro di poter un giorno mollare tutto, vendere la casetta in centro ereditata dalla nonna, e dedicarsi finalmente alla fotografia della caccia coi falchi in Mongolia. Provate a spiegare a un 50enne in cassa integrazione alla Fiat di Pomigliano, in uno dei territori con più alta disoccupazione d’Europa, tagliato fuori da qualsiasi carriera, perché l’avventura è una cattiva opzione, e non vi ascolterà. Provate a spiegarlo a un 70enne siciliano con poche centinaia di euro di pensione, che non sa cosa fa lo Stato coi suoi soldi perché lui, di mezzi pubblici, non ne ha mai visti. Provate a spiegarlo a un dipendente pubblico che ha visto entrambi i suoi figli emigrare in Germania, mentre il suo paese del Nordest è “invaso” da una strana etnia che, dicono i giornali, porta anche malattie e violenza tribale.

Pur se a digiuno di economia e di scienze politiche, scrutando il panorama dalla sua trincea fatta di Tg allarmistici, politici cialtroneschi, media imprecisi, e social network che fanno da cassa di risonanza per odio e bufale, il cittadino che si sente vittima ha imparato che fare tutto il contrario di quanto dicono “quelli bravi” e “quelli competenti” sarà il motore che potrà tirarlo fuori dal guado. E se nei mesi a venire continuerà il terrorismo mediatico fondato sulle dichiarazioni dei commissari europei, dei Moscovici, ricalcando le orme dei predecessori, in lui si rafforzerà l’idea che l’azzardo, la fuga in avanti, l’incidente diplomatico, la guerra al politicamente corretto e persino il razzismo rivendicato sono le sole occasioni che possono tirarlo fuori dalle sabbie mobili del ricatto morale e della noia personale. Emanciparlo, insomma, seppur in modo cupo e violento.

Pierre Moscovici

Siamo a un passo dalla resa dei conti. Due mesi fa Jp Morgan, una delle più importanti banche d’affari al mondo, aveva consigliato ai propri investitori di “chiudere tutte le strategie più propense al rischio prima che riprendano i collocamenti di titoli e il dibattito sulla legge di Bilancio italiana raggiunga il punto critico”. Ora che quel punto critico è arrivato, ci si divide tra chi pensa che il 2,4% di deficit inizialmente indicato da Di Maio fosse soltanto una scusa per arrivare allo scontro tra Bruxelles, e quelli che lo accusano di esserci andato troppo piano. La sensazione è che il governo giallo-verde abbia tutte le carte in regola per finire come quello di Alexis Tsipras in Grecia, partito rivoluzionario e arrivato a tagliare tutto per conto della Troika. “Con la certezza”, scrive il direttore de Linkiesta Francesco Cancellato, “ancora oggi avallata da sei italiani su dieci, che una fine spaventosa sia meglio di uno spavento senza fine. Che sia meglio ripartire dalle macerie che sopportare gli inutili sacrifici degli ultimi decenni, e quelli – ancor più gravosi – che ci avrebbero atteso nei prossimi. Che l’unica arma che rimanga all’Italia sia un grande bluff, un grande ricatto all’Europa e ai mercati”.

Alexis Tsipras

È innegabile, se uno guarda i numeri e “studia le carte”, che uscire dall’euro “potrebbe rivelarsi complesso e rischioso quanto entrare in guerra”, come spiega l’editorialista dell’Economist Wolfgang Munchau, uno dei personaggi più odiati dai no-euro. “Servirebbero controlli alle frontiere per impedire che la gente porti gli euro fuori dal Paese, la polizia dovrebbe reprimere sommosse popolari e prevedere un’operazione in stile militare solo per garantire la logistica”. E se i no-euro ci avessero già pensato? E se molti di loro accettassero di buon grado un’uscita disordinata dalla moneta, convinti che peggio di così non possa andare, che è meglio l’estetica grunge del bruciare in fretta piuttosto che spegnersi lentamente? Pensare all’Italexit non come a un golpe militare, né al solito fine settimana di gente nervosa per le strade, ma magari come a un cambiamento o una scintilla. Nel vuoto caotico dello stordimento reazionario, l’italiano cerca e trova un surrogato per sua impotenza politica e un diversivo per la sua miserabile esistenza sociale.

Prendete, ad esempio, la lettera di 25 premi Nobel per l’Economia, pubblicata su Le Monde alla vigilia delle elezioni francesi, per scongiurare una possibile vittoria del partito nazionalista di Marine Le Pen (un vero salto nel buio, è proprio il caso di dirlo). Ebbene, in quella lettera si affermavano quelle che per molti economisti sono banalità, ma provate a leggerle con gli occhi spiritati di un elettorato che si sente pronto a tutto. “Le proposte contenute nei programmi anti-Ue “destabilizzerebbero la Francia e metterebbero a repentaglio la cooperazione tra i paesi europei”? Ben gli starebbe, a quegli ipocriti! Davvero le politiche isolazioniste e protezionistiche e le svalutazioni competitive “portano a ritorsioni commerciali e a guerre”? Bene, non vediamo l’ora!

Marine Le Pen

E ora prendete, a contrasto, le raccomandazioni volenterose degli stessi professori: “Gli immigrati possono essere un’opportunità economica per i paesi ospitanti”; “La costruzione dell’Europa è di vitale importanza per mantenere la pace nel continente, ma anche per il progresso economico dei paesi membri”; “Occorre rinnovare gli impegni di giustizia sociale”; “Abbiamo bisogno di più solidarietà, non di meno” e infine: “I problemi sono troppo gravi per essere lasciati ai politici divisivi”. Che piattume, che mancanza di utopia.  Hai voglia a dire che uscire dall’euro non è la stessa cosa che non esserci mai entrati, e che farlo ci porterebbe a una drammatica bancarotta, senza che la nostra neolira spinga le esportazioni, o garantisca politiche socialmente generose, anzi, ci potrebbe costare la metà delle imprese commerciali, come ricorda Il Sole 24 Ore: la vox populi dirà comunque che dentro l’euro un’impresa su quattro ha già chiuso, e fa poca differenza se è stato per l’effetto della crisi dei mutui subprime di Lehman Brothers, oppure per la moneta unica: è il sistema nel suo complesso che non garantisce più le promesse di sviluppo per chi fa il suo dovere e rispetta ogni legge.

Lo ha spiegato bene il filosofo Franco Berardi: “Io ti ho dato trent’anni e alla fine tu mi prolunghi la pensione, mi dimezzi il salario, mi chiudi l’ospedale, mi privatizzi la scuola e poi mi fai anche una pernacchia? A quel punto non ho altra parola per definire la condizione di massa che non sia umiliazione”. Forse è anche in questo deficit, non di bilancio ma di immaginazione da parte della sinistra che, orrore degli orrori, si è inserito il gentismo degli stregoni economici, dei leghisti che hanno sfondato anche a Sud, dei bibitari da stadio che diventano politici capaci di far tremare le borse con un sussurro. È giusto così, bisogna dire: da un establishment si passa a un altro, e quelli che a noi sembrano personaggi scriteriati – i vari Diego Fusaro coccolati dalle tv – rischiano di diventare i santoni della borghesia incattivita. Una “rivoluzione non è un pranzo di gala”, diceva Mao: e ognuno ha gli avventurieri che si merita.

Soldati cinesi di fronte al ritratto di Mao Zedong, 1973

Il filosofo Slavoj Zizek, in uno dei suoi momenti più felici, riprendeva una scena clou del film Cabaret, ambientato in Germania negli anni immediatamente precedenti alla Seconda Guerra mondiale, in cui un membro della gioventù hitleriana si alzava in piedi in un Gasthaus per cantare la canzone Tomorrow belongs to me, che sarebbe stata poi tradotta in italiano da svariati gruppuscoli neofascisti. Ebbene, secondo Zizek, il fascino che esercita quell’inno al futuro trascende le categorie politiche, è pura libidine, e per questo ci inquieta, ci fa sentire sporchi, anche se alla fine non è poi tanto diversa dalla sensazione che ci lasciano certe ballate metal. Se l’errore strategico del centrosinistra italiano ed europeo è stato quello di non aver saputo leggere e interpretare il risentimento anti globalizzazione e la domanda di protezione della classe media impoverita, e avere perciò disperso quel patrimonio confuso di odio, rancore e sogni a occhi aperti, consegnandolo alla propaganda populista, è anche vero che in ogni ideologia – anche in quella che nega l’ideologia – c’è un bisogno quasi fisiologico di avventura, che la sinistra dovrebbe sapere ereditare positivamente.

Slavoj Žižek

Bisogna comprendere l’opposizione all’ondata populista, che dovrà inventarsi – qualunque forma assumerà – una nuova frontiera, una nuova utopia, per quanto modesta, e risultare anche credibile. Potrebbe essere, ad esempio, quella di un Piano Marshall per l’Africa da opporre ai porti chiusi. Ma pagato come? Oppure fare come in America, dove la sinistra confida nella frontiera generazionale: i giovani saranno più progressisti e coscienziosi dei padri, ci penseranno loro a rigettare nelle fogne l’intolleranza e il bigottismo. Ma quanto si dovrà aspettare?

O piuttosto, quella cosa informe che ancora ci ostiniamo a chiamare sinistra dovrà addentrarsi in territori che da decenni non è abituata più a frequentare: il patriottismo da riscoprire; l’omogeneità culturale da riconquistare. Ma quale sarà il prezzo da pagare? La resa alle ragioni della paura già sembra una bestemmia per il mondo progressista. E tuttavia, non appena questo si immergerà nella prossima campagna elettorale, e cercherà di trovare i soliti ammonimenti e le solite caute parole per spiegare ai suoi elettori che l’avventura in politica è sinonimo di disgrazia, avvertirà la necessità drammatica di un nuovo luogo dell’utopia, e magari anche di tornare a usare un linguaggio meno tecnico e più da pirati. Per ritrovare un grammo del suo fascino perduto.

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