Le sardine sono destinate a fallire come il M5S? - The Vision

Quando il mese scorso Stephen Ogongo, leader delle sardine romane, ha aperto le porte a CasaPound, la levata di scudi del resto del gruppo non si è fatta attendere. Lo scivolone romano ha avuto immediata visibilità mediatica e per alcuni giorni ci siamo goduti lo spettacolo delle sardine che poco prima della protesta già litigavano tra loro. Negli stessi giorni, Francesca Pascale, compagna di Silvio Berlusconi, ha parlato delle sardine come di una “rivoluzione liberale”, ricevendo il benvenuto di Mattia Santori che si è trovato dall’organizzare una manifestazione a Bologna (chi ci ha studiato sa con quale frequenza questo accada nel capoluogo emiliano) all’essere trascinato sotto i riflettori per spiegare al Paese come lui e il suo “movimento” avessero intenzione di opporsi al populismo salviniano. Sembra peraltro che la richiesta sia stata presa sul serio, data la notizia recente del congresso in programma per strutturarsi in vero e proprio soggetto politico.

Tra passi falsi, dichiarazioni infelici e interviste ai fondatori, il 2019 sembra essersi chiuso con una generale perplessità sul fenomeno delle sardine. Quello che la stampa aveva rumorosamente salutato come una primavera italiana, un nuovo “movimento” in grado di riempire le piazze e per questo interpellato sulla sua agenda politica, lasciava intravedere un sostanziale vuoto di soluzioni, almeno nelle loro parole: un definirsi solo “per contrario”, contro e non nel nome di qualcosa, e una generale confusione nelle dichiarazioni, subito presentate come “manifesto” o “dichiarazione d’indipendenza”. Così, dall’acclamare le sardine come la salvezza dell’Italia, siamo passati a dire che ricordano gli albori del M5S. Descrivere la protesta delle sardine come un movimento politico, trattarla come se lo fosse, aspettarsi da quelle piazze quello che si chiede a un movimento politico non è servito a nulla. Ne ha neutralizzato il senso di opposizione civile al sovranismo e ha distolto l’attenzione dall’unico aspetto che la meritava: il dramma che una rilevante fetta di elettorato manchi di rappresentanza politica.

I riflettori si sono spostati dal segno più evidente della crisi della democrazia rappresentativa al falso problema di una società civile che non propone soluzioni politiche credibili per autogovernarsi. Dell’importanza dei media nel proporre una narrazione dei fatti che non sia semplificatoria e tenga conto della complessità della realtà e stimoli il ragionamento anziché rincorrere i click, creando una coscienza della realtà nella società civile ha già parlato Giuseppe Francaviglia nel podcast Kevlar, sottolineando come la stampa si sia letteralmente innamorata della protesta delle sardine, proponendone un’immagine semplicistica e alimentata con parole sempre più sensazionali e sempre meno veritiere. Quella di “movimento politico” è una di queste.

Il concetto di “movimento politico” è complesso ed è stato variamente interpretato in sociologia. Per come è comunemente inteso, è definibile secondo i parametri teorizzati da uno dei più importanti studiosi dell’argomento, lo storico e politologo Charles Tilly: si tratta di un’azione collettiva, portata avanti da individui che si uniscono sulla base di una serie di valori e scopi comuni per rivendicare i quali intrattengono un’interazione (fatta di conflitto, o di pressioni, o di negoziati) con i soggetti istituzionali, i partiti, allo scopo di veder realizzato ciò che rivendicano. In linea generale, un movimento si differenzia da una protesta per la sua capacità di sostenere, in modo organizzato e sulla base di chiari obiettivi, l’azione collettiva contro i suoi antagonisti. Non avendo accesso alle risorse di un partito, un movimento ha una dimensione pubblica che trova nella visibilità, oltre che nell’organizzazione interna, uno dei suoi strumenti principali. Come azione collettiva, un movimento si costruisce sulla base di un’identità comune – politica, etnica, religiosa, per esempio – più che su una solidarietà temporanea. Quest’ultima può costituire un punto di partenza per un successivo strutturarsi in “movimento”, ma non è di per sé sufficiente per parlarne. Per come è comunemente inteso, il concetto di movimento politico risale alla formazione dei moderni Stati nazione e ha cominciato a catalizzare interesse nel contesto industriale, quando i primi movimenti socialisti si organizzarono in reazione ai cambiamenti introdotti nel tessuto sociale dalla rivoluzione industriale e dall’avvento della società di massa.

Il concetto di “movimento politico” si è via via evoluto attraversando due fasi cruciali. La prima negli anni Sessanta, quando a seguito delle proteste che attraversarono l’America e poi l’Europa i movimenti politici cominciarono a essere guardati come parte integrante dello sviluppo democratico. La seconda è arrivata con la globalizzazione. La rapidissima omologazione economica, sociale e culturale delle varie aree del mondo, favorita dall’impennata dello sviluppo tecnologico dalla fine del Novecento in poi, ha cambiato profondamente la gestione dei movimenti collettivi. Donatella Della Porta , studiosa e direttrice di Cosmos, istituto di ricerca della Scuola Normale di Pisa dedicato all’argomento, ha parlato di questi cambiamenti in relazione al movimento “new global”, comunemente noto come no-global. Il movimento nato a Seattle nel 1999 ha segnato uno spartiacque rispetto al passato per la sua organizzazione molto più orizzontale, la dimensione internazionale delle istituzioni sfidate, l’identità molto variegata dal punto di vista politico, sociale e generazionale e la dimensione globale dei suoi obiettivi, che restano comunque chiari e definiti: una globalizzazione dei diritti civili, delle politiche ecologiche e della giustizia sociale da contrapporre a una crescita economica senza vincoli (per questo è più corretto parlare di “new global” rispetto a “no-global”, etichetta in cui ben pochi del movimento si riconoscono).

In questo quadro quella delle sardine è certamente un’azione collettiva, ma almeno per ora si tratta di “non essere”, piuttosto che di “essere” qualcosa. Si tratta dell’affermazione della propria estraneità, come società civile, al paradigma della chiusura di qualsiasi frontiera (geografica e culturale), più che di una interazione organizzata con un soggetto istituzionale su cui far pressione per la realizzazione di obiettivi. Anche a livello di identità politica, definire le sardine è impossibile: cosa votano tutte quelle persone (e il problema è proprio questo)? Sono tutte di sinistra? Votano tutte Pd? Hanno tutte le stesse idee per quanto riguarda il mercato del lavoro, il ruolo dello Stato nella vita dei cittadini o nella gestione della sfera economica, o la laicità di quella pubblica? Il paradosso è che le sardine protestano per far capire, semplicemente, che esiste una fetta di società civile che ancora crede in quei pochi ma fondamentali pilastri democratici che caratterizzano la nostra costituzione, come recitano i loro cartelli: nel rifiuto di vedere nell’altro un pericolo, nella libertà altrui una prevaricazione, nelle frontiere una minaccia, in chi sta ai margini un mostro, nella collettività un ostacolo. Valori che dovrebbero essere alla base di uno stato di diritto in buona salute e che nessun soggetto istituzionale sembra essere oggi in grado di difendere e realizzare. Il fatto che questa richiesta debba passare come una forma di opposizione politica la dice lunga sullo stato di salute della nostra democrazia.

Nella trappola sono caduti anche i media: è giusto chiedersi se sia corretto parlare di “movimento”, affrettarsi a glorificarlo e interpellarne i membri chiedendo conto di come intendono procedere per risolvere in prima persona il problema del loro non essere rappresentati. Così come è lecito domandarsi se sia giusto che i fondatori assecondino questa curiosità triviale, dando risposte che li hanno fatti passare come vaghi e inconsistenti, a danno dei valori difesi in piazza. Santori ci ha provato, anche se in modo vago e con la retorica e posa autocompiaciuta da studente bolognese, a dire che lui e i suoi compagni di protesta non avevano alcuna intenzione di salvare l’Italia e che erano contenti dell’impressionante diffusione del loro appello anti-leghista, ma che la situazione era loro sfuggita di mano e che le sardine erano nate nel contesto delle imminenti elezioni regionali in Emilia Romagna per sostenere la riconferma di Bonaccini contro la leghista Borgonzoni. Ha anche ribadito che il loro non vuole essere un movimento politico con una qualche idea di futuro da proporre all’arena politica. La recente intervista di Sandro Ruotolo a Santori è abbastanza emblematica di questa situazione: incalzato dal giornalista che gli chiede conto dell’identità politica delle sardine, delle loro idee future e persino del loro inno, Santori risponde che non era tra i loro piani quello di sconfinare oltre l’Appennino, che il loro inno è una canzone di Lucio Dalla ma che anche Bella Ciao va bene e “non dispiace” e che finita la campagna elettorale regionale “si chiude una fase”, il cui seguito resta molto nebuloso. “Non ci facciamo domande sul futuro – ha detto anche Santori – perché il presente è abbastanza denso”. Allo stesso tempo, i fondatori delle sardine hanno in qualche modo ceduto a questa pressione, scegliendo di darsi una struttura senza avere chiarito né la propria agenda né la propria identità.

Sarebbe stata una bella occasione per Santori di mettere l’accento sul fatto che, più che essere impegnate in un nuovo movimento politico o avere intenzione di fondarne uno, le sardine protestano contro il divorzio tra cittadini e politica (la buona politica, quella fatta di visione del futuro, progetti per realizzarla, spinte a migliorare la condizione della vita pubblica). Divorzio di cui il populismo – inteso come mitizzazione del popolo contrapposto alle “élite” e come svalutazione della democrazia rappresentativa a favore di modalità plebiscitarie e autoritarie – è diretta conseguenza. Fenomeni come il M5S sono emblematici di questa condizione, così come l’idea che guadagnare consenso significhi “di per sé” essere un buon politico. Allo stesso modo è populista chiedere ai cittadini di risolversi i problemi da soli, confondendo una protesta civile con una proposta politica così come lo è assecondare questo equivoco da parte dei promotori. E se populista diventa anche la stampa allora è il segnale che la nostra democrazia ha perso tutti i suoi “anticorpi”. Il problema delle sardine non è un vuoto nella loro agenda, ma quello della loro rappresentanza. E questo è il vero problema che varrebbe la pena raccontare e che valica il confine dell’Appennino, per raggiungere tutta l’Italia e gran parte delle democrazie del Pianeta.

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