Se un politico parla “da papà” è perché non sa quello che dice

In Israele, Matteo Salvini ha fornito un compendio sul suo personalissimo modo di gestire la comunicazione nelle vesti di ministro della Repubblica. Appena arrivato, in un tweet ha definito “terroristi islamici” i miliziani di Hezbollah, creando tumulto all’interno della sua coalizione di governo in quanto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta del M5S, nonché il vicepremier Luigi Di Maio, hanno sostenuto che quell’espressione poteva mettere in pericolo l’incolumità dei militari italiani impegnati in Libano in una cosiddetta missione di pace Onu. Non pago, poche ore dopo, ha scritto sul libro del memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme un messaggio discutibile: “Da papà, da uomo e solo dopo da ministro,” così inizia il suo pensiero, “il mio impegno, il mio cuore, la mia vita xkè questo non accada più e xkè i bimbi, tutti i bimbi, sorridano”. Diciamo che il registro non è proprio quello che ci si aspetterebbe da un uomo il cui lavoro è quello di rappresentare un Paese. Per quanto riguarda la forma è evidente che Salvini, seguendo un ben preciso schema di comunicazione demagogica, dimostri di fregarsene. Quel “xkè” ci urla in faccia: è il contenuto che conta. A tal proposito, Salvini è rimasto fedele alla storia che ci propina da anni: lui agisce e pensa da padre, prima che da politico e da ministro. Facciamocene una ragione.

I politici italiani, nella storia repubblicana, non hanno quasi mai risparmiato ai loro elettori la retorica sulla famiglia, e non a torto perché questo ha permesso, ad esempio, alla Dc di governare il Paese per quasi quarant’anni. Questa fase politica si è evoluta anche nell’ambito degli intramontabili valori “Dio, patria e famiglia”. A oggi in Parlamento, dominato indiscutibilmente dagli uomini, vige il presunto merito intrinseco dell’essere padre. Emblematico è il caso della nave Diciotti scoppiato questa estate, in occasione del quale Matteo Salvini coniò anche un hashtag apposito – “#dapadre” – per giustificare il provvedimento con cui vietava alla nave della Guardia Costiera italiana di far sbarcare le persone salvate in mare, e che gli valse, in autunno, una denuncia per sequestro di persona. Salvini, però, non è il solo ad attingere dal cesto del familismo: il premier Conte si è definito “pater familias dello Stato”, il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli ha garantito “da padre” il salvataggio dei naufraghi e Alessandro Di Battista, uomo simbolo del Movimento 5 Stelle, ha farcito la sua storia personale con la retorica del genitore che rinuncia alla gloria per veder crescere il figlio e insegnargli “ad essere libero”.

In Italia la famiglia è al primo posto, sempre e comunque in tutto e rispetto a tutto, sono anni che ce lo sentiamo dire. Il vincolo da cui fuggire e il porto in cui tornare in un’eterna sovrapposizione tra sacro e profano. La mamma è una vergine Maria che piange per noi e il padre è la guida suprema. Il popolo, figliol prodigo, cerca l’uomo forte che lo conduca. Il Censis, l’istituto di ricerca socio-economica, ha da pochi giorni riassunto il quadro della moderna Italia con un rapporto sulla situazione sociale del Paese: più cattiva rispetto al passato e affetta da “Sovranismo psichico”. Il sistema sociale è attraversato da rancore e delusione, “guarda al sovrano autoritario e chiede stabilità” e non crede più nel progresso, perché ha paura del futuro. Il popolo si stringe attorno all’idea di una nazione sovrana supponendo che le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza siano tutte contenute nella non-sovranità nazionale.

Dopo vent’anni di Silvio Berlusconi e la breve parabola di Matteo Renzi, l’uomo nuovo è Matteo Salvini, il capitano, come amano appellarlo i suoi sostenitori. E Salvini, con la sua abilità nel gestire la comunicazione di massa, ha creato con i suoi elettori un vincolo affettivo anziché politico. A Pontida questa estate ha detto: “Non siamo un partito, siamo una famiglia e questa la considero una riunione di famiglia” e suffragò le sue parole mostrando alla folla un rosario regalatogli da un prete “di strada” e chiedendo l’aiuto spirituale “di chi non è più tra noi”, con l’immancabile occhiata rivolta al cielo. Quando parla ai leghisti esalta l’ideale dialogo che ha con loro – perché in realtà è sempre un monologo – chiamandoli “amici”, lasciandosi andare a audaci esternazioni come “sappiate che ciascuno di voi è un mio fratello e una mia sorella, che i figli di ciascuno di voi sono figli miei” e i suoi proclami più importanti sono spesso anticipati dalla locuzione “da papà”, come se questo rafforzasse le sue parole e gli desse un valore più alto. Perché un ministro può agire e ragionare seguendo la logica del freddo tecnicismo, ma un “papà” agirà sempre e solo per il bene dei suoi bimbi, in modo persino irrazionale se questo dovesse significare la salvaguardia del loro benessere. “Darei la vita se servisse a proteggere i nostri figli e il nostro Paese,” ha urlato dal palco in Piazza del Popolo l’8 dicembre, in occasione della storica festa della Lega a Roma.

La logica da clan familiare ha permesso che il segretario leghista querelasse Roberto Saviano “non da ministro, ma da papà” in risposta al video pubblicato su la Repubblica in cui lo scrittore lo accusava di non voler rispettare “il diritto del mare” e di essere colpevole, con il suo comportamento, di far annegare centinaia di persone nelle acque del Mediterraneo. Nessuno deve permettersi di dire che il papà Matteo lascia annegare dei bambini. Bisogna ammettere che il ministro dell’Interno è stato fortunato perché la narrazione familiare che porta avanti e che gli permette di creare una fortissima empatia con il suo pubblico di elettori è sostenuta anche da molti giornali di costume che da anni raccontano le sue vicende personali e sentimentali. Sulle pagine di gossip la figura del ministro è ingentilita: il messaggio veicolato con tanta forza è quello di un uomo burbero e risoluto nel suo lavoro, ma solo perché ha a cuore il bene dei suoi figli e dei figli di tutti gli italiani. “Nella sua vita pubblica attacca briga, provoca, auspica l’uso delle ruspe per radere al suolo i campi rom”, scrivevano già nel 2015, “Ma in privato il segretario della Lega Nord Matteo Salvini è un uomo diverso. Per cominciare è riservato: […] di quel che fa quando non lavora non sapremmo quasi nulla, se non fosse per i paparazzi. Che nel giro di pochi giorni lo hanno immortalato (dopo mesi di appostamenti e depistaggi) prima in modalità ‘bacio notturno’ con la nuova fidanzata Elisa Isoardi e poi nelle vesti di papà single”. Nel 2017 il tenore del racconto non cambia: “Predica ordine e disciplina a ogni piè sospinto. Ma quando si ha a che fare coi figli è tutto tremendamente più complicato. Ma anche tremendamente più bello”. Infine, ci fanno sapere che anche da ministro della Repubblica non dimentica le cose importanti della vita: “Lo spauracchio dell’Europa ma anche un tenero papà. Sarà lo spread alle stelle, saranno i rapporti tesi con Emmanuel Macron e Jean-Claude Juncker, ma il vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Interni appare stanco e giù di tono. Gli abiti sono casual, per non dire trasandati, il volto è teso”.

Dopo anni di lotte in cui le donne hanno disperatamente provato a emanciparsi dal ruolo socialmente imposto di madri, che hanno provato a dire che essere genitore è un diritto ma non un dovere e che soprattutto un aspetto della vita privata non deve qualificarti all’interno della società, i politici ci superano a destra a tutta velocità e decidono di cogliere l’opportunità mediatica che offre l’essere genitore.

Inoltre, stando ai dati, di questi tempi è abbastanza ridicolo strumentalizzare la narrazione della famiglia solida dai grandi valori. In Italia, l’organizzazione non governativa Save the Children, ha stimato che siano 427.000 i minori che negli ultimi cinque anni hanno assistito e vissuto la violenza tra le mura domestiche nei confronti delle loro mamme, nella quasi totalità dei casi compiute dai padri. Nel libro Orfani speciali: Chi sono, dove sono, con chi sono. Conseguenze psicosociali su figlie e figli del femminicidio scritto dalla psicologa e docente universitaria Anna Costanza Baldry è stimato che in 15 anni (dal 2000-2014) ci sono stati 1.600 nuovi casi di orfani che hanno perso la madre perché uccisa dal padre, poi suicida o successivamente detenuto. Nell’era del governo dei papà la commissione Bilancio della Camera, nella notte del 4 dicembre 2018, ha respinto l’emendamento presentato dalla Vice Presidente della Camera Mara Carfagna per finanziare un fondo di 10 milioni di euro per le famiglie affidatarie dei minori orfani di femminicidio.

Questo stucchevole linguaggio “da papà” serve solo a confondere i cittadini con la retorica dell’uomo comune, che però si occupa della res publica. Dovremmo, quindi, perdonargli i suoi difetti, le sue intemperanze e le sue limitate conoscenze, perché lui lavora per il bene dei nostri figli. O almeno così sostiene. Uno slogan femminista degli anni ‘70 recitava “Il personale è politico” e con questo si intendeva dire che gli aspetti personali della vita come il divorzio o le questioni legate alla maternità dipendevano da scelte politiche. Il problema è che al giorno d’oggi la politica ha invaso il privato per fini meno lodevoli: pur di elemosinare il consenso dei cittadini si serve di un linguaggio intimo e colloquiale, ipnotizzante, rassicurante, fino ad arrivare perfino a spacciarsi per fratelli, amici, parenti. Forse sarebbe il caso che gli elettori capissero che queste dimostrazioni di affetto, più che amabili confidenze, sembrano capziosi abbindolamenti.

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