Salvini, il ministro che cambia divisa come fosse una Barbie

Il cappellino della polizia, il giubbotto dei carabinieri, la felpa dei pompieri, la spilla della guardia forestale: il ministro dell’Interno non perde l’occasione per rimarcare un’appartenenza non richiesta e, soprattutto, inappropriata. Perché Salvini non fa parte delle forze dell’ordine, e quando indossa certe divise la sensazione è quella di un miscuglio tra la parodia di un dittatore sudamericano e un membro dei Village People. Eppure anche questo rientra in una strategia comunicativa ad ampio raggio, in cui la divisa rappresenta la sicurezza da infondere al popolo e l’indole autoritaria per affrontare le situazioni con il pugno di ferro. Fuori dai miasmi della propaganda, c’è però chi non tollera più i travestimenti del ministro-camaleonte: i vigili del fuoco.

L’Usb (Unione Sindacale di Base) dei pompieri, tramite il coordinatore nazionale Costantino Saporito, ha scritto una lettera di denuncia dove Salvini viene accusato di “porto abusivo di divisa”. Secondo il sindacato, Salvini – che è ministro dell’Interno, e quindi a capo del dicastero che ha competenza sull’ordine pubblico  – persevera nella violazione della legge, e, nello specifico, dell’articolo 498 del Codice penale, che recita: “Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 497-ter, abusivamente porta in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico, o di un corpo politico, amministrativo o giudiziario, ovvero di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, ovvero indossa abusivamente in pubblico l’abito ecclesiastico, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 154 a euro 929”. Se è vero infatti che il ministro dell’Interno ha una funzione di coordinamento delle forze di polizia, il responsabile del dicastero che indossi la divisa è come un ministro della Sanità che giri col camice pur non essendo un medico. Considerando il numero esorbitante di scenette a favore di telecamere con tali divise, la somma delle multe potrebbe raggiungere quei 49 milioni che la Lega deve restituire allo Stato – in 76 anni. Forse è questo il motivo per cui Salvini indossa tutte le divise, tranne quella della guardia di finanza.

Il leader della Lega non ha tardato a replicare, spinto anche dalle critiche di Saviano sulla superficialità con cui indossa le divise, e ha dichiarato: “Sono orgoglioso di aver ricevuto in dono in questi mesi giacche, magliette, cappellini e distintivi dei vigili del fuoco e di tutte le forze dell’ordine, doni che ripago con il mio lavoro quotidiano, con il rispetto e con provvedimenti concreti. Li indosso per dimostrare la gratitudine mia e di tutti gli italiani per il lavoro delle forze dell’ordine”. Tralasciando la pappardella demagogica finale – la gente non indossa i camici dei medici come ringraziamento per il lavoro che questi svolgono – sono gli stessi vigili del fuoco a smentire il ministro sui “provvedimenti concreti”. Una nota del sindacato dice, infatti: “È sotto gli occhi di tutti che soprattutto noi vigili del fuoco, amati da tutti, usciamo dall’ultima finanziaria senza l’ombra di un soldino in tasca e rimaniamo con l’ultimo contratto che non ha nulla di normativo. Un’idea ci sarebbe per i fondi: moltiplichiamo le apparizioni abusive di Salvini in divisa per il massimo della sanzione pecuniaria prevista dall’articolo 498 Cp. Ce ne sarebbe per tutto il comparto”.

Questa non è l’unica reprimenda subita dal governo del cambiamento. L’ex capo della protezione civile, Guido Bertolaso, ha scritto una lettera al Corriere della Sera in cui chiede a Luigi Di Maio di togliersi la maglia del corpo, da lui indossata durante la visita ai terremotati nella provincia di Catania. Bertolaso, che accusa il vicepremier grillino di scimmiottare Salvini, esperto di divise indossate impropriamente, afferma che “Di Maio si è precipitato a Catania per motivi propagandistici”, e che in passato “non ha mai esitato nel gettare fango su quell’istituzione della quale oggi si ammanta”. Sia Salvini che Di Maio hanno un predecessore d’eccellenza, colui che indossava caschi da pompiere e indumenti da capocantiere solo per potersi definire un “presidente operaio” sui manifesti elettorali: Silvio Berlusconi. Sul caimano di Arcore l’immagine era ancora più stridente, essendo uno degli uomini più ricchi del Paese e vantandosi di un’umiltà soltanto inscenata. Eppure, aveva capito i meccanismi di quella strategia elettorale volta ad avvicinarsi al popolo, a travestirsi da “uno di loro”. Se Salvini lo fa per rimarcare una cultura di destra che confina col militarismo, e Di Maio ha probabilmente seguito un consiglio sbagliato di Casalino, Berlusconi ha cercato di immedesimarsi nella gente comune, sperando che loro si immedesimassero in lui, nella persona che “ce l’ha fatta dal nulla”. Attraverso le sue televisioni ha lanciato per vent’anni questo messaggio, trasformando l’italiano medio nel “Berlusconi medio”, nell’arrampicatore sociale dai dubbi valori etici e morali – regalandoci indirettamente una delle più belle pagine della satira italiana, il Berlusconi Transformer. Salvini e Di Maio sono figli di quella stagione politica, l’evoluzione naturale di una demagogia che ottenebra anche il più nobile degli intenti.

Per Salvini il cortocircuito è ancora più palese. La sua giustificazione – indossare quelle divise per mostrare gratitudine verso i corpi dello Stato che rischiano ogni giorno la vita per il cittadino – si scontra con una pericolosa vicinanza con gente poco raccomandabile. Il Salvini che loda le forze dell’ordine è lo stesso che presenzia alla festa degli ultras del Milan, tra sorrisi e strette di mano con chi ogni domenica vede la polizia come un nemico da combattere. Strizzare l’occhio ai poliziotti e contemporaneamente a chi si trincera dietro messaggi quali A.C.A.B (“All cops are bastards”), e per giunta nei panni del ministro dell’Interno, è la summa del suo pensiero ipocrita e contraddittorio.

Tuttavia, la palma per il più esilarante dei travestimenti tra i politici spetta ad Angelo Tofalo, sottosegretario alla Difesa del M5S. Tofalo ha infatti indossato mitra e mimetica per (parole sue) “capire cosa si prova”. Tutto questo in una riunione con l’esercito, documentata dallo stesso Tofalo su Facebook, dove ha testato di persona l’equipaggiamento militare. Di questo passo è lecito attenderci il ministro Bonafede che si presenta dalla Gruber con toga e martelletto, o il ministro Centinaio che gira per strada con la falce e la vanga. Sempre con la speranza di non ritrovarci Fontana ricoperto di indumenti medievali, ma in quel caso in effetti sarebbero vesti consone alla sua visione politica.

Tornando all’alfiere di questo malcostume politico, ovvero Matteo Salvini, il parallelismo che viene spontaneo è quello con le felpe con i nomi delle città. Così come vestirsi da poliziotto non lo rende un poliziotto, mettere la felpa con scritto “FOGGIA” non lo rende quel “terrone” che lui in passato insultava. Imbonirsi le popolazioni da lui visitate attraverso l’escamotage del logo o della scritta strappa-applausi, non è altro che il tentativo di redenzione che sta cercando di attuare per ripulire la sua immagine – e incamerare nuovi voti. A Catania mangia l’arancino, a Napoli fotografa la pizza e scatta un selfie con Insigne e Callejon: è la versione diretta delle sue felpe, la variante del cappellino della polizia estesa a un’intera popolazione. Così come i vigili del fuoco hanno storto il naso, prima o poi qualche foggiano lo inviterà a mostrare la sua vera pelle sotto il travestimento: quella maglietta che un tempo mostrava con fierezza con la scritta “Padania is not Italy”.

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