Ce lo meritiamo il ritorno di Silvio Berlusconi

Berlusconi è tornato. O forse in realtà non se n’è mai andato realmente, reincarnato nei personaggi politici odierni, che sembrano aver attinto con voracità dal suo “marketing della politica”. Sono tutti figli suoi, dal primo all’ultimo. Renzi, Di Maio, Salvini. Adesso Il Cavaliere ha deciso di scendere di nuovo in campo; sarà la settima-ottava-nona volta. Poco importa, Silvio Berlusconi torna in pista per le elezioni europee e, ancora, lo fa per “senso di responsabilità”.

Silvio Berlusconi è il perfetto esempio dell’irriducibile in doppiopetto che non si arrende di fronte al trascorrere del tempo e alla caducità del fascino politico, oltre che fisico. L’Italia è un Paese in cui la nostalgia è sport nazionale, ma il grande politico – come il grande sportivo – capisce quando è arrivato il momento di ritirarsi. Magari lasciando spazio ai suoi pupilli, che ha forgiato con cura e che adesso sono in grado di sostituirlo degnamente. Ma come ha ammesso Berlusconi stesso, tutti i suoi delfini si sono poi rivelati delle sardine. In fondo capita spesso quando l’egocentrismo della chioccia è strabordante.

Oggi, l’ex presidente del Consiglio non ha più la verve di un tempo, lo sguardo è spento, sotterrato sotto chili di cerone e pelle tirata, gli occhi sono fessure che bramano la luce. Era un fuoriclasse quando doveva convincere casalinghe, operai, industriali e imprenditori; fissava la telecamera, mostrava tutti i denti immaginabili – anche quelli di cui probabilmente l’essere umano non è fornito – e ipnotizzava tutti. Una lobotomia durata vent’anni. Adesso tenta grossolani approcci sui social, usa Instagram e pubblica  foto dove beve una birra al pub o mentre vola con il jet privato dall’amico Putin o mentre fa un selfie con i giovani sostenitori, ma le foto sembrano già pronte per diventare dei meme. Twitta, Silvio. Ma le sue parole però non sono più efficaci, la gente sembra essersi stancata del barzellettiere ottantaduenne, sono arrivate le forze fresche.

Matteo Renzi, che in una gara di sosia di Berlusconi arriverebbe prima del Berlusconi vero, ha preso tutto da lui: la scaltrezza strafottente, lo spirito da perenne campagna elettore e la megalomania: quell’irrefrenabile tentazione di ridurre l’intera politica a un Renzi sì-Renzi no. C’è riuscito, solo che la gente ha votato “Renzi no”. Matteo Salvini, che è la versione 3.0 di Silvio, da lui ha imparato che vince chi riesce a parlare a tutti, dalla casalinga di Voghera al pescatore siciliano: e così via il “Nord” dal simbolo della Lega. Se Berlusconi era il presidente operaio con il caschetto o l’irriverente canterino con la bandana, Salvini ha ampliato il guardaroba: pompiere, poliziotto, carabiniere, ministro dei mari e dei monti, ma anche “uomo immagine” per una pescheria pugliese. Fa un po’ quello che gli pare, come il suo padrino politico.  E come lui, da qualche mese sta portando avanti la sua personalissima guerra contro la magistratura. Luigi Di Maio, invece, più che un sosia sembra impersonare una delle più celebri crazioni della Mediaset berlusconiana, il Grande Fratello. Il televoto è diventato un clic su Rousseau, il montepremi finale è diventato un seggio parlamentare. Ma il mantra è lo stesso: se ci credi si avvera. Il leader Cinque Stelle ha anche la tendenza a spararle, come Silvio. Promette, fa un uso selvaggio di metafore, allegorie, immagini apocalittiche o esageratamente ottimiste. I “ristoranti sempre pieni” di Berlusconi sono diventati il “boom economico” di Di Maio, il milione di posti di lavoro di ieri si è tramutato nell’abolizione della povertà di oggi. Il messaggio alla nazione ieri si faceva in diretta sulle televisioni di proprietà, oggi si fa con una diretta sul proprio profilo Facebook. Ogni giorno. L’Emilio Fede di oggi ha l’accento torinese e un tempo si sedeva sulle sedie strofinate dal Caimano. Tutto cambia, per non cambiare.

Ma Berlusconi adesso è di nuovo candidabile. La legge Severino gliel’ha impedito fino allo scorso maggio, quando la Procura generale di Milano non si è opposta alla riabilitazione concessa dal Tribunale di Sorveglianza. Secondo la legge è un delinquente, ma può sedersi in parlamento. Anche in Europa. Poco importa la frode fiscale, i processi ancora in corso e quelli che ormai sono caduti – grazie soprattutto a leggi che ha fatto su misura per salvarsi.

Eppure, l’8 aprile ci sarà un appuntamento importante in tribunale. Corruzione in atti giudiziari in relazione al caso Ruby Ter. Poca roba per chi è abituato a ben altro. Nanni Moretti, detto altrimenti “l’oracolo”, aveva previsto la sua condanna giudiziaria e la reazione del suo popolo. Non poteva però prevedere la sua dissolvenza. Quando l’aura di un uomo forte col tempo si affievolisce fino a diventare minuscola viene in mente l’immagine di un Napoleone a Sant’Elena, o di un Craxi ad Hammamet. Berlusconi non si è arreso a questo destino. Si è ripulito la fedina penale con gli anziani in un centro di Cesano Boscone; eppure per lui non è finita. Non gli basta. Vuole un altro match point, e vuole decidere lui come giocarselo.

E lo giocherà, perché il Paese ha superato Berlusconi, non il berlusconismo. Si annida ancora dei corridoi della politica, nei discorsi da bar, sui social che hanno sostituito le televisioni presidenziali. I politici di oggi vogliono far credere al popolo di essere “come loro”. Silvio lo faceva in modo tanto spudorato da risultare credibile, per chissà quale incantesimo. Tornerà in quell’europarlamento dove definì Schulz un kapò e vedrà attorno a sé tante facce nuove in procinto di sovrastarlo: cercherà con lo sguardo Fini, ma non lo troverà; chiamerà Alfano, ma anche lui è ormai dall’altra parte della barricata; Verdini, anche lui per tribunali; e Bondi probabilmente starà scrivendo qualche poesia. Sarà solo, mentre in Italia continueranno a imperversare le sue versioni geneticamente modificate. Perché ce lo meritiamo, Berlusconi. Lui, e tutte le sue creature.

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