Il reddito di cittadinanza è una brutta copia di quello tedesco. E fallirà come quello.

È curioso che il ministro del Lavoro tedesco Hubertus Heil, socialdemocratico, abbia elogiato ciò che i grillini chiamano reddito di cittadinanza. Almeno, questo è quello che ha affermato l’omologo Luigi Di Maio nell’ottobre scorso, dopo un colloquio a Berlino. “Con grande stupore Heil mi ha detto di aver finalmente capito che non è assistenzialista,” ha detto Di Maio “ma uno strumento di politiche attive del lavoro, proprio come l’Hartz IV in Germania”. Eppure nessun giornale tedesco ha riportato la citazione. L’apprezzamento è possibile, visto che Heil è tra i pochi nel suo partito a restare favorevole alla linea del rigore, ma tanto entusiasmo è strano. Coincidenza vuole che proprio in questi mesi i socialdemocratici tedeschi, come la sinistra radicale della Linke e i Verdi, e per prima la loro leader Andrea Nahles stiano proponendo alternative per smontare Hartz IV, diventato a loro dire “una trappola di povertà”. E questo nonostante siano stati proprio loro a introdurlo, con il governo Schröder, a partire dal 2002.

Hubertus Heil

In Germania non esiste un vero reddito di cittadinanza: tradurre in realtà la trovata pubblicitaria del M5S sarebbe stato insostenibile per uno Stato così grande e popoloso; non si è mai neanche provato a calcolare i costi. Al contrario, l’Hartz IV è uno dei tanti esperimenti di reddito minimo garantito nel mondo, un reddito minimo per la sopravvivenza. La Carta dei diritti fondamentali dell’Ue (dopo la raccomandazione Cee 441 del 1992), vincolante dal 2009, lo renderebbe addirittura obbligatorio, se davvero gli Stati membri osservassero le leggi di Bruxelles. La Grecia e l’Italia – almeno fino a marzo del 2019, e cioè all’entrata in vigore della del reddito a Cinque Stelle – restavano gli ultimi a ignorarla. Anche la Spagna, con sistemi variabili da regione in regione, alla fine ha introdotto un assegno che subentra a quello di disoccupazione quando questa si esaurisce. Va reso quindi atto al governo giallo-verde  dello sforzo per adeguarci alle richieste dell’Ue. A dirla tutta però, un embrione di reddito minimo garantito era già il reddito di inclusione sociale (Rei) del governo Gentiloni – nonostante i destinatari fossero pochi e i soldi stanziati anche. Sarebbe stato ragionevole, e più semplice, ampliare la platea e l’entità del Rei, ma probabilmente non avrebbe avuto lo stesso effetto sul piano elettorale.

Tornando all’amato modello tedesco, a ben vedere è addirittura tra i redditi minimi garantiti più bassi d’Europa (416 euro al mese di assegno, che scendono a 368 se si è in coppia). Oltretutto, cosa poco nota è che l’Hartz IV non è stato nemmeno troppo efficace nella sua funzione di collocamento dei disoccupati nel mondo del lavoro. Esiste anche un detto da quelle parti: “Chi entra nell’Hartz IV, non ne esce più”. Più del 40% degli iscritti al programma sociale infatti– disoccupati di lungo corso o persone con fragilità e in stato di esclusione sociale – non trova un vero impiego nonostante nei Centri sia stato riunito un esercito di circa 100 mila tra formatori e selezionatori. E nemmeno si può dire che il lavoro manchi, visto che nell’ultimo periodo l’offerta è addirittura aumentata.

I problemi, anche in Germania, sono la precarizzazione dei contratti di lavoro e altre storture di mercato generate dalle riforme neoliberiste dell’Agenda 2010 ( la stessa che ha dato vita all’Hartz IV) dell’ex cancelliere Gerhard Schröder. Con questo sistema i sussidi sociali non si sono allargati, ma sono stati accorpati e nel complesso ridotti rispetto al precedente regime che era in vigore nell’Ovest – più alto nei rimborsi delle spese per la casa e per i figli e senza multe – e a quello che era stato ereditato dall’ex Ddr.  Nel tempo, il meccanismo della sanzioni previste a fronte del rifiuto di un posto di lavoro – come presto avverrà anche in Italia – si è poi rivelato un circolo vizioso e qualche funzionario scettico parla persino di “dittatura”.

In realtà, in Germania i disoccupati e i sottopagati cronici finiscono sotto la Hartz IV terminati i due anni di disoccupazione, ma a volte anche prima, se ricevono assegni disoccupazione o stipendi che li collocano comunque la soglia di povertà. Da lì in poi vengono spesso chiamati per svolgere lavori di poche ore al giorno (i cosiddetti minijob, cioè una via di mezzo tra i voucher e i contratti a progetto partoriti sempre dall’Agenda 2010). Oppure per incarichi a chiamata, della durata di qualche giorno. Si tratta spesso di mansioni generiche, che non danno né stabilità né la possibilità di migliorare la propria posizione contrattuale. Eppure, gli iscritti sono costretti ad accettarli, pena multe del 30% sugli assegni al primo rifiuto, del 60% al secondo e infine della sospensione dei sussidi. Può succedere che si venga sanzionati del 10% per aver mancato un colloquio fissato mentre si correva a lavorare per un incarico appena ricevuto.

Gli anni passano, i curricula si squalificano, i compensi restano bassi e intermittenti. Il sussidio per raggiungere il reddito minimo non può quindi essere tolto, ma solo ridotto: si sopravvive con qualche centinaio di euro dell’Hartz IV e con qualche altro centinaio di euro di lavoretti. Tutto è contingentato per la sopravvivenza: per avere l’assegno, l’auto deve essere piccola, la casa in affitto pure; con i soldi versati dallo Stato sono vietate spese extra o troppe vacanze. Solo i beni per le necessità e qualche vestito di ricambio sono ammessi, altrimenti scattano le decurtazioni: come fanno a scoprire lo shopping? Anche i conti correnti degli iscritti all’Hartz IV sono controllati dai Centri per l’impiego: i risparmi fanno parte del “patrimonio complessivo” di circa 9.700 euro da non superare (esclusa la prima casa) per restare tra i beneficiari. Gli addetti dei Centri per l’impiego sono a tutti gli effetti degli ispettori del lavoro; l’Hartz IV d’altronde è pagato dal fisco e i cordoni della borsa sono ben tirati.

Niente a che vedere, per esempio, con i 1300 euro al mese del reddito di sopravvivenza garantito in Danimarca (1700 con figli a carico), o con gli 800 euro mensili (esclusa l’integrazione per l’affitto e altri rimborsi) del Belgio. Ciò non toglie che l’Hartz IV tedesco sia comunque più simile a un reddito di cittadinanza – illimitato e uguale per tutti per definizione – rispetto al sistema imitato male dal M5S. Infatti, l’Hartz IV è a vita mentre in Italia durerà 18 mesi, rinnovabili per altri 18, e, a chi riceve l’assegno di base, lo Stato paga, attraverso bonus, anche l’affitto, le spese di riscaldamento, le cure indispensabili e l’istruzione. Così, mentre nel nostro Paese con il presunto reddito di cittadinanza un single non otterrà più di 780 euro al mese (500 euro sicuri, più i 280 euro fissi se è in affitto, con aumenti minimi di 100 euro in più per figlio) e dovrà pagare canone d’affitto e bollette, in Germania il valore dell’Hartz IV arriva a sfiorare i 900 euro, 1200 per le donne incinte o con figli a carico o per persone con invalidità o handicap.

Il risultato è che, sempre in Italia, con il finto reddito di cittadinanza si resterà sotto la soglia media di povertà – superiore ormai agli 810 euro mensili – perché i 780 euro di copertura sono stati calcolati sui parametri scaduti del 2014. In Germania invece si sta appena sopra la soglia. Certo è poco, e l’Hartz IV limita le possibilità di un miglioramento. Per questo, per aiutare i circa 800 mila tedeschi che da anni non riescono a farsi assumere, in una bozza del 2018 i Verdi suggeriscono di sostituire il sistema punitivo con degli incentivi che possano motivare chi accetta occupazioni non proprio ideali o ben pagate.

Con più disincanto, a Berlino il sindaco socialdemocratico Michael Müller va ancora oltre e sostiene che lo zoccolo duro dei disoccupati tedeschi dell’Hartz IV debba piuttosto essere riassorbito con lavori statali socialmente utili pagati 1200 euro netti al mese, più o meno come in Italia milioni di dipendenti pubblici. Non male per la metropoli che ama ancora definirsi “povera ma sexy”. Müller chiama la sua proposta “reddito di base di solidarietà”, prendendo in prestito il nome dall’assegno (circa 550 euro mensili, escluse varie integrazioni) che esiste in Francia da decenni come misura contro la povertà.

Va di moda copiare le etichette e ognuno si rifà a chi meglio crede, specie nel sociale. Sarebbe bene però non travisare concetti come il reddito universale. Il test di Berlino è in partenza a giugno prossimo e con il dibattito politico che si è aperto contro l’Hartz IV potrebbe fare scuola tra altre Amministrazioni guidate dalla sinistra e dai Verdi. Nell’Italia, con molta più disoccupazione che in Germania e ora in recessione, andrà invece in scena il bluff del reddito di cittadinanza, che del modello tedesco prende le asperità, ma non i pregi. Per trovare un vero reddito di cittadinanza, il M5S avrebbe dovuto spedire un team non a Berlino come ha fatto, ma in Alaska: la sola terra felice (se così si può definire il lembo di continente artico abitato da Sarah Palin) dove si elargiscono a tutti, ricchi e poveri, dai 1700 ai 2mila dollari dei dividendi del petrolio e del gas. All’anno però, non al mese. Quindi, almeno finché le riserve non si esauriranno, solo in Alaska sarà possibile un assaggio del reddito universale immaginato nella società ideale dell’Utopia di Thomas More; altrove tutti i redditi di cittadinanza tentati dagli anni Settanta in avanti sono falliti.

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