È incredibile: “dire cose di sinistra” fa davvero vincere le elezioni alla sinistra - THE VISION

Sono giorni di grandi cambiamenti a Berlino. Il nuovo sindaco è per la prima volta una donna, la socialdemocratica Franziska Giffey, uscita vittoriosa dopo un testa a testa tutto a sinistra tra la Spd e i Verdi. Cancelliere in pectore della Germania è il socialdemocratico Olaf Scholz, che ha promesso l’aumento del salario minimo e l’equo canone sugli affitti. In più, un referendum cittadino tenuto in concomitanza con le Legislative del 26 settembre ha decretato l’esproprio delle case sfitte in mano ai colossi immobiliari con oltre 3mila abitazioni nel portfolio, che tengono sotto scacco i residenti della capitale tedesca – ancora più poveri della media nazionale – con canoni che arrivano a costare fino alla metà del loro reddito familiare.

Franziska Giffey

Si capisce perché il 56% dei berlinesi abbia votato sì a un’azione da Lumpenproletariat: l’esproprio di terreni da trasferire a società pubbliche previsto dall’articolo 15 della Costituzione tedesca “per il bene della società”, mai applicato nella repubblica democratica e un inedito nell’Unione europea. Si capisce anche perché, in quartieri roccaforte della sinistra come Prenzlauer Berg, le urne siano state così affollate da rendere necessario il posticipo della chiusura dei seggi. A Berlino i voti per le Legislative andati alla Spd, ai Verdi e ai comunisti della Linke superano complessivamente il 57% del totale, una percentuale che replicata negli altri Land federali avrebbe garantito alla sinistra una solida maggioranza nel Bundestag.

A livello nazionale il quadro uscito dalle elezioni di domenica è più composito, con le forze di sinistra tra Spd (25,7%), Verdi (14,8%) e Linke (4,9%) che si attestano attorno al 46%. Un risultato che comunque imprime un cambio di rotta dall’era Merkel: insieme i socialdemocratici e i verdi hanno ottenuto l’11% in più del 2017. I socialdemocratici, in meno di un anno, sono avanzati di oltre 10 punti percentuali, dal 15% dei sondaggi nel 2020 al 26% del voto. E chissà dove sarebbe arrivato, Scholz, con ancora qualche settimana di comizi a disposizione: un programma di sinistra è stato infatti il trampolino di lancio del ministro delle Finanze e vice cancelliere dell’ultima grande coalizione di governo a guida Merkel, apprezzato per la competenza e per aver distribuito puntualmente casse integrazioni dignitose ai tedeschi durante la pandemia.

Angela Merkel

Scholz – un borghese della Spd che alla fine degli anni Novanta aveva portato avanti le riforme neoliberiste sul lavoro e sul welfare dell’agenda Schröder – si è reso protagonista di una rimonta, intercettando i bisogni reali con un manifesto netto, concreto e popolare, che riporta dritti al cuore della socialdemocrazia. Da cancelliere si prefigge di innalzare la retribuzione per milioni di dipendenti dai 9,6 ai 12 euro lordi l’ora. Di creare 400mila alloggi l’anno, 100mila dei quali di edilizia sociale, con un programma concertato e un tetto sugli affitti a beneficio del 58% della popolazione che secondo le statistiche in Germania non vive in case di proprietà. Scholz propone anche da tempo una patrimoniale progressiva per i redditi oltre i 200mila euro e un’eurotassa sulle transazioni finanziarie che diventi un serbatoio per le pensioni minime e delle nuove generazioni. Un suo punto programmatico “per superare l’economia capitalista” sin dalla militanza marxista tra i giovani della Spd.

Quasi due terzi dei tedeschi, secondo le rilevazioni dell’istituto demoscopico Civey, oggi appoggiano Scholz: “La gente mi vuole cancelliere”, ha dichiarato. La breccia aperta a Berlino e in Land tradizionalmente rossi come le città-Stato di Amburgo e Brema, dove i tre partiti di sinistra insieme raggiungono il 60%, è indicativa del potenziale per tornare a vincere le elezioni, come è accaduto in Germania una volta che la sinistra è tornata a fare la sinistra.

Olaf Scholz

Mentre Scholz pensa a trasformare “il prima possibile in un reddito di cittadinanza” il programma per disoccupati Hartz IV, in Italia nel parlamento e al governo si dibatte se togliere o meno una misura ritenuta “assistenzialista” anche da parte del centrosinistra. La patrimoniale rilanciata dal leader del Pd Enrico Letta, se si tradurrà solo nella riforma per l’aggiornamento del catasto allo studio del governo, andrà a colpire gli immobili dell’80% degli italiani che, dai dati Istat del 2020, al contrario dei tedeschi possiede una casa ma fatica sempre di più a mantenerla. Per la collettività sarebbe l’ennesimo prelievo statale per fare cassa, senza toccare il mondo della finanza e delle grandi imprese con nuove tasse, escluse dal premier Mario Draghi anche di fronte all’assemblea di Confindustria.

Enrico Letta

Sul lavoro, come per l’ambiente, i programmi del Pd restano vaghi, non strutturati al di là degli slogan del “dare più tutele ai precari”. La ragione evidente è che nel governo la coalizione di centrosinistra si regge sul sostegno della minoranza di Italia Viva che rivendica le riforme neoliberiste attuate da Matteo Renzi, l’ex premier ed ex leader del Pd che nel 2014 mise in discussione l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, contro i licenziamenti per giusta causa, e rese ancora più flessibili i contratti con la riforma del jobs act. Il gioco di sponda di Italia Viva con la destra di Forza Italia, favorito anche dai simpatizzanti renziani rimasti nel Pd, espone la principale forza di centrosinistra ad altre scissioni interne, se il Pd dovesse davvero dire cose di sinistra. Sempre che lo sappia fare: a esclusione della parentesi di Zingaretti, la segreteria dem è infatti occupata dal 2013 da due politici, Renzi e poi Letta, diventati nemici nel corso degli anni ma cresciuti entrambi nel vivaio della vecchia Democrazia cristiana e non della sinistra giovanile.

Matteo Renzi

L’ex segretario Pier Luigi Bersani e militanti storici del Pci e poi dei Ds come Stefano Fassina sono dovuti uscire dal Pd, fondando nel 2017 Liberi e uguali, ma senza mai riuscire a incidere né nella coalizione di centrosinistra né tra l’elettorato, finendo per doversi adeguare passivamente all’agenda del governo Draghi. Per non parlare della sinistra radicale e comunista che in Italia, a differenza che in Germania, non siede più neanche tra l’opposizione parlamentare, a causa di sigle e movimenti ormai marginali. Movimenti in buona parte imprigionati nella loro autoreferenzialità, concentrati a disquisire concetti in astratto, senza più aderenza alla realtà.

Pierluigi Bersani

Un simile autolesionismo e distacco dalla gente consegnano la base elettorale ai grillini e ad altri movimenti nati dal basso, quando non alle estreme destre, scaricando la responsabilità politica di misure di giustizia sociale come il reddito di cittadinanza, e in questi mesi persino della costruzione di un blocco di alleati a sinistra, su un leader “trasformista” come Giuseppe Conte. Magari anche abile e bene intenzionato come Letta, ma improvvisato, e per sua stessa definizione un “cattolico democratico”. Per di più a capo di un Movimento 5 Stelle ancora in cerca di una reale identità e ideologia privo di una vera scuola di partito e perciò a corto di competenze per governare.

Giuseppe Conte

Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti dove stanno i voti. Nell’ultima legislatura anche Angela Merkel per sopravvivere politicamente è tornata al governo con i socialdemocratici, promuovendo l’inclusione dei rifugiati in Germania. Senza di lei i conservatori cristiano-democratici (Csu-Cdu) sono crollati al 24% e hanno perso 9 punti percentuali rispetto al 2017. 

Non sarà facile, neanche in Germania, governare con il programma di sinistra presentato da Scholz e in via di definizione con i potenziali alleati di governo: messi insieme, i socialdemocratici e i verdi non hanno una maggioranza nemmeno alleandosi con Linke. E anche al Senato cittadino di Berlino si dovrà dibattere del referendum, non vincolante, sugli espropri: una misura estrema che divide anche la Spd. Ma almeno i socialdemocratici tedeschi avranno un partito compatto che non si è spaccato in due o più pezzi, un programma serio, una base elettorale tornata significativa e, con ogni probabilità, un cancelliere con cui imporsi. Il centrosinistra italiano, invece, ancora bloccato dalla faziosità interna e fin troppo condizionato dal centrodestra potrà solo, ancora una volta, rincorrere la destra e perdere le prossime elezioni.

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