Meloni e Salvini non sono la cura. Sono la causa.

“Prima gli italiani”; “Non possiamo accogliere tutta l’Africa, in Italia ci sono cinque milioni di poveri”; “I governi di sinistra hanno portato l’invasione”: sono solo alcune delle frasi con cui – sui social network, in tv e nei comizi elettorali – Lega e Fratelli d’Italia martellano gli italiani da oltre un anno. Una propaganda facile, diretta, comprensibile, che gioca su una delle più grandi carenze dell’elettorato nostrano: la memoria. Seppure i due leader lo ammettano a fatica, non sono affatto neofiti della politica italiana. Loro e i loro compagni di partito hanno ricoperto ruoli centrali durante tutto il ventennio berlusconiano, sia al governo che all’opposizione.

Matteo Salvini inizia la sua ascesa politica all’inizio degli anni ’90, partendo da Milano, dove viene eletto consigliere comunale quando a guidare la città è il leghista Marco Formentini. Contemporaneamente, il ragazzo di belle speranze ricopre ruoli dirigenziali nel Movimento giovani padani, ponendo le basi della sua definitiva consacrazione, che arriva nel 2004, quando diventa parlamentare europeo – il suo assistente è Franco Bossi, fratello del più noto Umberto, all’epoca leader della Lega. Nel 2008 approda poi alla Camera dei deputati, e un anno dopo torna a Bruxelles – se così si può dire – rinunciando temporaneamente alla carica di Parlamentare italiano, ma non alla campagna elettorale lunga diversi anni che l’ha portato a sedere oggi sulla poltrona di ministro dell’Interno.

Marco Formentini (1997)

Giorgia Meloni entra in politica nel 1998, dopo diverso tempo speso da militante nelle principali associazioni giovanili della destra italiana – prima nel Fronte della gioventù, successivamente in Azione giovani. In quell’anno diventa consigliera provinciale a Roma, carica che ricopre fino al 2002. Nel 2006, a soli 29 anni, viene eletta alla Camera dei deputati nelle liste di Alleanza nazionale, ricoprendone anche l’incarico di vicepresidente fino al 2008. Il salto di qualità arriva proprio in quell’anno, quando l’allora premier Silvio Berlusconi la nomina ministra della Gioventù a soli 31 anni: una poltrona che occuperà fino al 2011, quando il cosiddetto “Rubygate” e un’economia al collasso scriveranno la parola fine sul regno berlusconiano.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni non sono quindi una novità del panorama politico italiano. Negli anni in cui l’ex-Cavaliere faceva il bello e il cattivo tempo della politica nostrana ricoprivano ruoli di primo piano, erano fedeli sostenitori dei loro capi – rispettivamente, Umberto Bossi e Gianfranco Fini – e, soprattutto nel caso di Meloni, giocavano un ruolo attivo nelle scelte degli esecutivi. Scelte per le quali, in molti casi, milioni di italiani pagano ancora le conseguenze.

Prima fra tutte la questione migranti, cavallo di battaglia dell’attuale ministro degli Interni, prima protagonista della sua eterna propaganda. In molti ricordano invano che la Convenzione europea “Dublino II”, che stabilisce che la richiesta di asilo vada fatta nel Paese di primo approdo, l’aveva firmata nel 2003 proprio il governo Berlusconi, del quale sia An che la Lega erano alleati. Un anno prima, lo stesso esecutivo aveva approvato la famigerata legge Bossi-Fini, seguita da una mega sanatoria di oltre 694mila migranti clandestini e irregolari. Sei anni dopo, nel 2009, l’ultimo governo guidato dall’ex-Cavaliere aveva fatto lo stesso, regolarizzando altri 294mila sans-papier. Erano gli anni in cui qualche migliaio di disperati alla deriva su barconi fatiscenti in mezzo al Mediterraneo non era la principale arma di distrazione di massa. Lo erano bensì le promesse di meno tasse, condoni e varie altre misure economiche rivelatesi disastrose per i fragilissimi conti italiani – le stesse di oggi.

Per non parlare della gestione del debito pubblico, la spada di Damocle che pende sulla testa degli italiani e di chiunque si trasferisca nel nostro Paese. Con il centrodestra sale di oltre 550miliardi, circa 13 volte quelli che servirebbero per finanziare il reddito di cittadinanza. La spesa pubblica nel 2001 supera di poco i 600 miliardi, mentre alla fine del 2011 è di 797.971 miliardi di euro. La pressione fiscale in quegli anni sale dal 41,3 al 41,6%, nonostante i vari condoni fiscali che – come è ovvio – finiscono per avvantaggiare gli evasori a discapito di chi le tasse le paga. Ma quello che più pesa, ancora oggi, sono gli effetti a lungo termine delle politiche economiche fallimentari messe in piedi da quei governi. Il prodotto interno lordo, valore che definisce la quantità di ricchezza prodotta da ogni cittadino, crolla in quegli anni del 3,1%, in controtendenza con tutti gli altri Paesi dell’Eurozona, che nello stesso periodo segnano una crescita, seppur minima. C’è poi il famigerato“spread”, il valore utilizzato per indicare la differenza di rendimento tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi, che nel novembre del 2011 arriva a toccare il valore record di 574 punti base. Motivo del balzo, oltre alla congiuntura economica del momento (siamo in piena crisi greca), l’instabilità politica italiana, segnata da un governo sempre più in crisi, con un leader travolto da scandali e inchieste giudiziarie, non più credibile sullo scenario internazionale. Le politiche di austerità che seguiranno quel momento storico, soprattutto le misure varate dal Governo Monti come l’odiata Legge Fornero, sono figlie del disastro economico lasciato dal potere berlusconiano, così come gli aumenti delle tariffe energetiche e delle aliquote. È facile vedere come quelli che oggi soffiano sulla rabbia dei più poveri, indirizzandola verso esseri umani ancora più disperati, sono gli stessi che hanno portato all’impoverimento degli italiani, soprattutto di quelle fasce più deboli che oggi, più o meno inconsapevolmente, danno loro fiducia.

Ci sarebbe poi anche la questione morale, a volerla tenere in considerazione: dalla compravendita dei senatori alle famigerate leggi ad personam, che l’allora ministra Giorgia Meloni ha definito “perfettamente giuste”; dalle vicende relative al terremoto dell’Aquila (i terremotati sono sempre molto citati in contrapposizione ai migranti, ma oggi la new town del capoluogo abruzzese cade a pezzi), fino al Rubygate, che ha segnato il crollo di di ciò che rimaneva di Berlusconi, vero precursore del governo del cambiamento.

“Prima gli italiani”, gridano dai palchi e nelle dirette Facebook i capi della nuova destra italiana. Sotto di loro, nelle piazze gremite e attraverso gli smartphone comprati a rate, folle esaltate li acclamano a gran voce.

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