Perché il M5S ha tradito chi credeva nella loro rivoluzione

Nel gennaio del 2013, quando si presentò al Viminale per depositare la lista del M5S, Beppe Grillo disse: “Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno.” Cinque anni e qualche mese dopo, i grillini si sono trincerati dentro quella scatoletta insieme agli altri, creando un tonno geneticamente modificato con le pinne giallo-verdi.

Erano i giorni della verginità assoluta, quelli di cinque anni fa. Nessuno conosceva quei parlamentari che stavano per varcare le soglie del palazzo di Montecitorio per la prima volta; erano fotografie dentro un sito, facce in un video che faceva un po’ spot motivazionale, un po’ televendita e un po’ provino del Grande Fratello, una lista di nomi sconosciuta ai cittadini e, dunque, necessariamente “pulita”. Non andavano in televisione perché era stato vietato dai piani alti. Erano i Daft Punk della politica, gli emuli di una Mina che si nasconde in Svizzera, la purezza dell’ignoto in contrapposizione al lerciume della realtà conosciuta.

Quello stesso giorno del 2013, Grillo lanciava i suoi anatemi: “Una madre di tre figli gestirebbe l’economia meglio di questi cialtroni” (come se una madre di tre figli non potesse essere anche un’economista di rilievo). Oppure: “Quando un ladro lo metti sotto i riflettori non ruba più, noi siamo completamente diversi dagli altri.” L’Italia veniva dal collasso dell’ultimo governo Berlusconi-Lega e dai sacrifici sanguinosi fatti con Monti. Il centrosinistra si stava ancora leccando le ferite – non importa quali, c’è e ci sarà sempre una ferita autoinferta che il Pd ha bisogno di leccare – e il popolo si sentiva con le spalle al muro. Servivano dei caschi per proteggersi e dei volti ancora sconosciuti: ed ecco che in molti votarono i Daft Punk.

L’errore della sinistra, già da allora, fu quello di sottovalutare l’elettorato del M5, dipingendoli  come complottisti da tastiera, nascosti dietro la maschera di Guy Fawkes e la laurea all’Università della vita. Ridevano di tutti. In realtà, gli elettori erano semplicemente stanchi. Uomini di sinistra che non trovavano più la rotta, uomini di destra che avevano ripudiato Berlusconi, astensionisti. Ma soprattutto giovani affascinati dalla potenza della Rete e dai colori brillanti di un blog: la spinta propulsiva del futuro, una generazione da preservare. E anche i figliastri di V per Vendetta, ovviamente. Gente che c’ha creduto davvero, non con acquiescenza o remissiva disperazione. La consapevolezza di essere diversi dagli altri – non importa se migliori o peggiori – è diventata un dogma, un atto di fede. Fino ad arrivare al punto in cui, oggi, Di Maio potrebbe nominare Berlusconi presidente della Repubblica e verrebbe giustificato.

Nella scorsa legislatura, dopo le ingenuità iniziali, i Daft Punk della politica si sono tolti il casco. Almeno così hanno deciso Grillo, Casaleggio o Casalino: bisognava creare personaggi più che politici, in pieno stile reality show. I due più amati erano Di Maio e Di Battista, il moderato e il barricadero, il pompiere e l’incendiario. Durante i cinque anni d’opposizione, il M5S ha messo in atto la strategia vincente per antonomasia: gettare tonnellate di letame sul governo e sulle altre forze politiche. Pd, Lega, Forza Italia: nessuno si è salvato dalla bulimia d’onestà ostentata dai grillini. Il popolo si è aggrappato a quelle facce, che allo stesso modo in cui lanciavano insulti da dentro il  blog, hanno continuato a farlo anche dopo essere entrati in Parlamento. Qualcuno “come loro”. D’altronde, fare opposizione è il mestiere più bello del mondo.

I primi problemi sono sorti quando il M5S ha assunto posizioni di potere. In principio si trattava di piccole città, come la ridente Parma, conquistata da Pizzarotti: prima elevato a Messia, poi, presto, ripudiato come un Giuda. I colpi grossi, le prove del fuoco di Roma e Torino: il bilancio per ora mostra più indagati che decreti andati a buon fine, più assessori fuggiti che buche rappezzate. L’onestà che traballa, aggrappata al filo del sostegno cieco. Un disastro annunciato, temuto persino dagli stessi grillini. Ma il popolo era ancora dalla loro parte: la colpa era delle amministrazioni precedenti, “Diamogli tempo,” e “Allora il Pd?”

Il 4 marzo, il M5S ha raccolto i frutti dopo anni di indottrinamento certosino, comunicazione efficace, lessico da bar e harakiri del Pd. Se una microspia fosse stata innestata nel cervello di Grillo al momento dei risultati ufficiali delle elezioni, avrebbe probabilmente captato la frase: “E adesso sono cazzi amari.”

Di Maio, il pompiere, ha chiesto l’elemosina prima alla Lega, poi al Pd, poi di nuovo al Carroccio. Alla fine, il mostro ibrido è nato: un governo insieme a un partito di estrema estrema destra, sovranista e con parecchi problemi con la giustizia. Qualcuno ha iniziato a storcere il naso.

L’anima iniziale del M5S era quella che nel 2013, per individuare il candidato a presidente della Repubblica, aveva organizzato le Quirinarie sul blog di Grillo. I più votati furono Milena Gabanelli, Gino Strada, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Ferdinando Imposimato, Emma Bonino, Romano Prodi, Gian Carlo Caselli e Dario Fo. Rodotà, Imposimato e Fo, anime di sinistra, adesso non ci sono più e si staranno rivoltando nella tomba; Zagrebelsky ha aspramente criticato il contratto gialloverde; Romano Prodi ha fatto notare che il governo Conte è di destra; La Bonino, piuttosto che appoggiare la creatura di Salvini e Di Maio si rinchiuderebbe in una stanza con Giovanardi e Adinolfi; La Gabanelli è stata presa di mira dalla rete non appena ha osato mettere in luce qualche dato sfavorevole, come le sue analisi sull’immigrazione. Gino Strada è diventato il nemico numero uno.

Il M5S è stato fagocitato da Salvini nella terra di nessuno, e quei ragazzi che nel 2013 ci credevano sono stati traditi. Come biasimarli, di fronte alle giravolte su Tav e sulla Tap, alla genuflessione per la Flat Tax, all’approvazione delle barbarie di Salvini sulla pelle degli immigrati. Adesso l’Ilva non chiude più, la missione in Niger (in passato criticata, con tanto di voto contrario) si farà e viene rivendicata con orgoglio; le alleanze con Visegrad sono sempre più strette, contro ogni logica, e i no-vax dovranno trovarsi qualche altra battaglia anacronistica da combattere. Il partito che non si sarebbe alleato con nessuno, quello “diverso dagli altri”, adesso è nella stanza dei bottoni con chi, fra le altre cose, ha rubato 49 milioni di euro al popolo italiano. E non batte ciglio.

Tornando alla “Madre di tre figli che gestirebbe l’economia meglio di quei cialtroni,” adesso è in atto un cortocircuito grottesco, da novella di Pirandello. Di Maio tuona contro Tria per poter realizzare i voli pindarici promessi in campagna elettorale (dove tutto vale), dicendo che: “Un ministro serio deve trovare le risorse.” Chiaro che, se Di Maio fosse all’opposizione, il discorso non farebbe una grinza. Il problema è che Tria è un suo ministro, e fa già ridere così.

La sensazione è che il progetto M5S sia morto il giorno stesso in cui è arrivato al potere, rinnegando se stesso. Resiste il tifo calcistico, rafforzato dall’inconsistenza delle opposizioni, ma se il Movimento è stato superato nei sondaggi da un partito che a marzo aveva la metà dei suoi voti, forse qualcosa è andato storto. Il M5S è nato con la promessa di una coerenza impossibile da scalfire, sostenuta dalla “morale degli innocenti” da custodire gelosamente, a ogni costo. Aver smarrito queste prerogative, e in un modo così grossolano, ha fatto guadagnare loro qualche poltrona, inebriandoli con il profumo del potere, ma ha marchiato a fuoco la pelle fresca di un’innocenza ormai perduta. Se Rocco Casalino è passato dai balletti col Cangurotto di Buona Domenica, a guadagnare più di un premier, se Di Maio ha assunto un’amica del suo Paese, senza esperienza, a 70mila euro l’anno, se Dino Giarrusso viene piazzato nello staff del sottosegretario all’Istruzione senza neanche il merito di aver vinto un’elezione, e se la Rai viene lottizzata senza vergogna come in passato, forse qualcuno ha capito di essere stato preso in giro.

Non basta la resistenza interna di Fico e Nogarin, così come non è sufficiente cambiare nome alle cose con la speranza di sviare la realtà (vedasi il contratto di governo o la pace fiscale). Il M5S aveva senso di esistere sono in quanto forza cristallina incastonata nell’astrattismo. La concretezza della politica, le mani costrette a insozzarsi, il baratro del compromesso meschino, impongono un’analisi più approfondita di una piroetta su Twitter e di un’arrampicata sugli specchi di Facebook.

L’elettorato grillino, non solo è meno sprovveduto rispetto a come viene dipinto dagli avversari, ma è anche un gradino sopra la considerazione che ne ha il Movimento stesso. Illudersi di confrontarsi con individui incapaci di intendere e di volere è un azzardo troppo grande per una forza politica che ambiva alla trasparenza assoluta. Tutti i nodi stanno venendo al pettine, e con gli interessi. Perché gli elettori del M5S non sono quelli di Berlusconi, che per vent’anni hanno ingoiato un esercito di rospi. I grillini della prima ora – soprattutto i più giovani, la generazione del web, quelli che per la prima volta nella loro vita hanno creduto in un ideale politico – non sono di certo quelli che adesso girano col santino di Salvini nel portafoglio o digeriscono il mastodontico condono. Quelli sono semplicemente l’anima passiva del Paese.

Forse per il M5S è giunta l’ora di rimettersi il casco, perché la festa è finita, e dall’altro lato della barricata, cominciano i mugugni.

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