Perché nessuna ideologia può giustificare un terrorista

Cesare Battisti è tornato in Italia. Mentre i media si riempivano delle scene del suo arrivo a Ciampino e delle analisi sul suo pizzetto, il solito teatrino di frasi ovvie, parole meno ovvie e affermazioni completamente deliranti ha preso piede in tutto il Paese. Da un lato c’è chi ha usato la cattura di Battisti per il suo personale vortice di propaganda – non che nessuno si aspettasse altro da politici che in questi mesi hanno dato prova di poter e saper strumentalizzare di tutto. Dall’altro, forse in modo più inaspettato, c’è chi ha fatto un passo indietro, chi ha tentennato e chi, nonostante tutto, ha continuato a trincerarsi dietro il concetto di ideologia per giustificare quello che, al di là di qualsiasi altra considerazione possibile, resta un condannato per omicidio.

Per arrivare a comprendere le diverse reazioni è necessario rispolverare la storia di Cesare Battisti. L’escalation di reati inizia con una rapina, a soli 18 anni, nel 1972; poi un sequestro di persona e l’aggressione di un sottufficiale dell’Esercito. Nel carcere di Udine, dove si trova per scontare la condanna per quest’ultima vicenda, nel 1977 entra in contatto con l’universo dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) attraverso la conoscenza del loro ideologo, Arrigo Cavallina. Il giovane Battisti resta sadicamente affascinato da quelle azioni eversive, dagli anni della lotta armata e dai delitti più efferati giustificati dal vessillo dell’ideologia.

Cesare Battisti e altri membri dei Pac nel carcere di Frosinone, 1981

Andrea Santoro, Pierluigi Torregiani, Lino Sabbadin, Andrea Campagna. Questi sono i nomi delle vittime di Battisti, protagonista degli omicidi come esecutore, mandante o complice. Mentre i giudici italiani lo condannano in contumacia all’ergastolo per i quattro omicidi, Battisti, dopo un soggiorno in Messico, trova rifugio in Francia sotto l’ala protettrice della Dottrina Mitterrand, ovvero la concessione di un diritto d’asilo per i ricercati stranieri accusati di “atti di natura violenta ma d’ispirazione politica”. In Francia, Battisti diventa uno scrittore di libri noir. Questo gli conferisce un’inaspettata aura da intellettuale, nonché l’appoggio di svariati esponenti della letteratura mondiale. Dopo anni di vane richieste d’estradizione da parte della magistratura italiana, questa viene finalmente concessa nel 2004, sotto la presidenza di Jaques Chirac. Il sito Internet Carmilla Online si attiva e raccoglie più di mille firme per esprimere solidarietà a Cesare Battisti. Tra i firmatari spiccano i nomi di Vauro, Dazieri, Raimo, Scarpa, Carlotto, Wu Ming e l’amico Valerio Evangelisti. Tra questi anche Roberto Saviano, che però deciderà in seguito di ritirare la sua firma come segno di rispetto per le vittime. Quella raccolta firme è stata di recente usata come pretesto per un vergognoso attacco gratuito: a Bergamo è arrivata la gogna pubblica in forma di volantino contro i presunti difensori di Battisti, tirando in ballo addirittura dei non meglio precisati “stupratori clandestini”. Questa non è che l’ennesima prova del clima ormai inquinato e malsano scaturito da un dibattito che invece che concentrarsi sulle oggettive incongruità e mancanze nel comportamento dello Stato durante gli anni di piombo, si fossilizza su mistificate e svuotate giustificazioni ideologiche, sia a destra che a sinistra. Oltretutto, proprio nel 2004 gli attestati di solidarietà arrivarono anche da oltre i confini italiani, da scrittori come Pennac, Lévy, Garcia Marquez e dalla scrittrice Fred Vargas, che ha sostenuto economicamente Battisti. Quest’ultimo, messo alle corde, decide di fuggire dalla Francia e tornare latitante. La sua nuova meta è il Brasile.

Dopo un arresto nel 2007, Battisti chiede allo Stato brasiliano lo status di rifugiato politico. A sorpresa, il presidente Lula da Silva glielo concede il 31 dicembre 2010, nell’ultimo giorno del suo mandato. La prima reazione, stizzita, è quella dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che invia una lettera a Lula definendosi stupito e rammaricato per la decisione del governo brasiliano. Tra i politici italiani la contrarietà per questa scelta è trasversale, le critiche arrivano da sinistra (Veltroni, Fassino, Bindi) e da destra (Santanchè, Alfano). Il capogruppo del Pd all’Europarlamento, David Sassoli, dichiara: “Noi rappresentiamo l’Europa dei diritti di tutti ed è un diritto delle vittime quello di sapere che i colpevoli di reati così gravi scontino la pena in carcere”. L’unica voce fuori da coro, tra i politici, è quella di Sergio D’Elia dei Radicali Italiani, ex membro dell’organizzazione terroristica Prima Linea, che definisce criminale “il carcere italiano, non Battisti”.

Cesare Battisti arriva all’aeroporto di Brasilia, Brasile, 2007

Ma anche in Brasile per Battisti il periodo di libertà giunge al termine. Jair Bolsonaro, candidato di estrema destra, promette l’estradizione del condannato in caso di vittoria alle presidenziali. Vittoria che arriva nell’ottobre del 2018, e così anche la fuga di Battisti. Vengono diffuse foto di possibili travestimenti, il Brasile ammette che potrebbe aver lasciato il Paese. Infine viene catturato in Bolivia.

Si torna dunque al presente, quando la figura di Cesare Battisti abbandona i contorni storici e funge da grimaldello per aprire discussioni sulle contraddizioni; non tanto le sue, quanto di quelli che in Italia hanno spesso utilizzato la sua figura come simbolo, ora positivo, ora negativo, a destra e a sinistra. In questo senso non si può trascurare la continua – ormai assolutamente vergognosa – propaganda del governo. Salvini è riuscito a inserire il motto “È finita la pacchia” anche in questo contesto, come se il suo fosse il primo governo ad aver chiesto l’estradizione di Battisti. La sua scelta di usare termini come “marcirà in galera” inoltre è assolutaemnte inconciliabile con il suo ruolo di ministro dell’Interno – anche se è ormai chiaro che quest’aspetto viene dopo quello di padre, cattolico, figlio e così via. In tema di contraddizioni, salta però all’occhio come lo stesso ministro, un mese fa, non fosse in aeroporto ad attendere la salma di Antonio Megalizzi, il giovane giornalista ucciso durante l’attentato terrorista di Strasburgo. Evidentemente, Salvini non ha visto in quell’evenienza un’occasione per alimentare la sua campagna d’odio, e non s’è presentato. A questo scenario già triste si è aggiunto anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che sulla sua pagina Facebook ha pensato bene di postare un video dal titolo “Il racconto di una giornata che difficilmente dimenticheremo!”: un riassunto dell’arresto di Cesare Battisti, con tanto di montaggio e musiche da video matrimoniale. Insomma, un ulteriore colpo – chissà se quello definitivo – inferto da un membro delle istituzioni allo Stato di Diritto.

Ma, come detto, ci si poteva aspettare altro? Da Salvini o da Bonafede certo che no, ma da altre personalità probabilmente sì. Vauro, per esempio, firmò a favore di Battisti nel 2004, e adesso rivendica quel gesto dicendo: “Mi assumo tutta la responsabilità politica e morale della mia firma sotto l’appello per Cesare Battisti del 2004”. Ha poi continuato parlando di Battisti come di “Un fantasma che viene da anni orribili. Anni nei quali in Italia il confine tra Giustizia e vendetta politica era diventato labile e ambiguo, tanto da giustificare la cosiddetta Dottrina Mitterrand. Altri fantasmi di quell’epoca tragica restano evanescenti e impuniti”. E qui Vauro cita Piazza Fontana, Piazza della Loggia a Brescia e le stragi mafiose. Come se la guerra tra fazioni servisse in qualche modo a catalogare i crimini.

Ancor più criptico Christian Raimo, anche lui firmatario nel 2004: “Io firmai il documento, ma oggi non so se lo rifarei. So di non essere popolare, ma non auguro il carcere a nessuno. Sono abolizionista non per ragioni di buon cuore ma di pura razionalità. Penso che la riflessione e l’azione rispetto a Battisti debbano comprendere altre forme di giustizia storica e penale. Forse l’amnistia, ma soprattutto collocare il suo caso in una discussione più generale”.

Ecco, è questa forzata necessità di contestualizzare, fatta di “forse” e di “non so”, che rischia di avere come unico effetto quello di incancrenire ancor di più il dibattito su posizioni che poco hanno a che fare con i fatti accaduti. C’è la necessità, oggi più che mai, di affrontare un periodo storico come quello in questione con accuratezza e precisione, contestando gli enormi e oggettivi errori fatti dallo Stato italiano nella lotta al terrorismo – come quando si avvaleva dell’aiuto della criminalità organizzata per rintracciare i politici sequestrati – sia nero che rosso, di analizzare l’incongruenze giudiziarie, l’inadeguatezza delle scelte emergenziali fatte in merito alle pene carcerarie, nonché il rapporto non sempre chiaro con il fenomeno del pentitismo. L’impressione è che, quando si parla del terrorismo italiano di matrice politica, nel tentativo costante di comprendere (o non comprendere ma comunque pretendere di poter spiegare) si faccia confusione, anche tra i soggetti. Battisti non è Sofri, anche se qualcuno li ha confusi addirittura in parlamento. Ogni caso ha la sua storia, e l’errore più grande – troppo spesso commesso dagli intellettuali italiani che affrontano il tema – è quello di mettere tutto in un unico calderone ideologico, di un’ideologia che diventa attenuante. La lotta politica degli anni Settanta,  sfociata in una lotta armata causa di morti in tutta Italia, troppo spesso assume i contorni di una guerra civile in cui i colpevoli vengono ridimensionati o demonizzati in base alla fazione, e le vittime dimenticate.

Un conto è avere le proprie opinioni sul ruolo del carcere e della pena o i propri dubbi sulla valenza dell’ergastolo. Un altro è parlare di amnistia aggrappandosi al contesto degli anni di piombo, creando il pericoloso paragone tra omicidi di serie A e omicidi di serie B – se non una velata giustificazione legata “all’aspra stagione politica”. Stiamo parlando di un criminale, un terrorista, un assassino. E il sangue non ha colori politici. Sbagliano quelli che usano Cesare Battisti come mezzuccio attira-consensi, così come quelli che aggiungono un “ma” alla frase “è giusto il suo arresto”. Nessuno tocchi Caino, ma giustificarlo è altrettanto deleterio.

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