Con il 3% Renzi decide le sorti del governo. Ora è lui il dittatore della minoranza.

Come ampiamente pronosticato, Matteo Renzi sta usando tutti gli strumenti in suo possesso per ricattare il governo. Il leader di Italia Viva elettoralmente non esiste più. L’ultimo sondaggio dell’istituto Ixè vede la creatura renziana al 3,2%. Con il cosiddetto Germanicum, la proposta di legge elettorale depositata alla Camera che prevede il proporzionale e lo sbarramento al 5%, Italia Viva sparirebbe dai radar politici. Eppure Renzi ha i numeri in parlamento – eredità delle liste fatte su misura prima delle elezioni del 2018 – non soltanto per sopravvivere, ma per minacciare il governo di far saltare il banco in qualsiasi momento. L’unico modo per estromettere Renzi sarebbe tornare alle elezioni, ovvero consegnare il Paese all’altro Matteo e alla destra più triviale. Tra i due mali, si è scelto il minore.

Il campo di battaglia di queste settimane è il lodo Conte sulla prescrizione. Tramontata l’ipotesi di inserirlo nel Milleproroghe, Renzi sta facendo di tutto per rinviare l’entrata in vigore dell’intera riforma Bonafede, votando insieme alle opposizioni e presentando emendamenti al Milleproroghe. Quello di Lucia Annibali, che prevedeva il rinvio di un anno della riforma, è stato respinto dalla maggioranza con 49 no contro i 40 sì. Mentre in rete si sono scatenate le bestie da tastiera, inneggiando all’uomo che ha sfregiato con l’acido Annibali, e giustamente sono arrivati gli attestati di solidarietà bipartisan alla parlamentare di Italia Viva, Renzi ha continuato ad alimentare la polemica: “Si chiamino gli esperti e non gli ex dj a scrivere le norme, e si abbia il coraggio di dire una volta per tutte che questo Paese deve uscire dalla deriva giustizialista”. Per inciso, l’ex dj è Alfonso Bonafede, il ministro del governo di cui Renzi in teoria fa parte.

Lucia Annibali

Renzi è riuscito nell’impresa titanica di svegliare persino Zingaretti, leader politico che fa della passività il suo tratto distintivo. Rivolto ai renziani, il segretario del Pd ha tuonato: “Come volevasi dimostrare, dicevano di voler allargare il campo ai moderati per sconfiggere Salvini; sono diventati estremisti che frammentano il nostro campo e fanno un favore a Salvini”. In realtà il tema della prescrizione è un pretesto tanto per Renzi quanto per Salvini, nonché un esempio di ipocrisia politica. Nel 2014, al momento di assemblare la squadra per il suo governo, Renzi voleva fortemente Nicola Gratteri come ministro della Giustizia. Poi è stato fermato da Napolitano ma, come è noto, il Procuratore di Catanzaro si è sempre battuto contro la prescrizione, che considera “una ghigliottina”, e Renzi voleva affidargli carta bianca sulla Giustizia. Per Salvini il paradosso è ancora più esplicito: lo scorso anno tutta la Lega votò compatta per il blocco della prescrizione all’interno dello Spazzacorrotti, pur chiedendo l’entrata in vigore a un anno di distanza e lo studio di un’intera riforma della Giustizia, mentre adesso la piroetta prevede una netta presa di distanza. Suona strano a dirlo, ma l’unico politico coerente sull’argomento è Berlusconi: durante i suoi innumerevoli procedimenti giudiziari si è più volte salvato grazie alla prescrizione. È stata la carta che gli ha evitato il carcere, non può che esaltarla.

Il piano di Renzi trascende le idee sulla prescrizione o su qualsiasi altro argomento, è un puro e semplice istinto di sopravvivenza. Conscio di aver perduto il suo ascendente presso l’elettorato, tenta di restare aggrappato alla scena politica per non subire quella rottamazione che lui stesso inneggiava contro la vecchia politica. Il suo errore è stato quello di voler cambiare un sistema affidandosi però alle spavalderie del passato, cercando una crasi tra il peggio delle prime due Repubbliche, ovvero tra la comfort zone della Democrazia Cristiana e il garantismo distorto di Forza Italia. Farlo da segretario del più grande partito di centrosinistra non è stata l’idea migliore, perché dopo la sbornia iniziale, con un irripetibile 41% alle europee, il popolo di sinistra si è distaccato, non potendo più sopportare un governo con Alfano o gli incontri carbonari con Berlusconi. La sua parabola l’ha portato a fondare una succursale di Forza Italia, da lui stesso considerata un “approdo naturale” per i moderati di centrodestra.

Tornando al presente, viene da chiedersi per quanto ancora possano coesistere all’interno del governo delle anime così distanti tra loro. Pd e M5S stanno facendo tutti gli sforzi possibili per mantenere l’impronta di un esecutivo low profile, sia per discontinuità con il governo salvinicentrico che per nascondere le differenze di vedute tra i due schieramenti. Per quanto possa apparire innaturale questa unione, è l’unico argine all’ascesa delle destre. Farsi ricattare da Renzi è dunque la tassa da pagare per non subire la damnatio memoriae – il M5S, che stando ai sondaggi e alle ultime tornate elettorali rischia di sparire nel nulla in caso di ritorno al voto – e per non farsi un altro giro all’opposizione, il Pd, che confida nel nuovo fermento giovanile, quello delle piazze, delle sardine e di un antisalvinismo che consentirebbe al partito di arrivare alle elezioni del 2023 con qualche arma in più. Renzi invece non può sperare in nulla: gli elettori in fuga da Forza Italia stanno trovando rifugio sotto la bandiera di Salvini, non sotto la sua, e difficilmente riuscirà a rubare elettori ai partiti di sinistra. Inoltre ad oggi è molto probabile che alle prossime elezioni Renzi perda i numeri che possiede adesso in Parlamento, quindi il ricatto non potrà andare avanti per molto: chi minaccia di far crollare il governo è colui che ha più motivi per tenerlo in piedi.

Quindi Renzi non farà mai cadere il governo proprio perché non gli conviene, ma continuerà a tirare la corda fino al suo limite, sapendo dove fermarsi. Nel caso l’esecutivo dovesse sciogliersi per altri motivi, lui diventerebbe un imbonitore televisivo, perderebbe il suo ruolo politico ma non quello mediatico. Le sue capacità dialettiche gli permetterebbero di riciclarsi, sono le stesse che l’hanno portato a schiacciare Salvini con le parole nel faccia a faccia televisivo di qualche mese fa – pur limitando il successo alle parole, considerando che i consensi elettorali sono arrivati per Salvini non per il leader di un partito che i sondaggi danno al 3% – e nessuno può metterle in dubbio. Renzi sa come parlare. Che poi non traduca in fatti le sue parole, o che le traduca solo parzialmente e attutite dal suo ego, quello è un altro discorso. Resta la sua predisposizione alla persuasione, figlia del berlusconismo ma declinata nell’era dei social e dei messaggi netti, immediati. Le sue doti da affabulatore si sono però limitate alla sfera politica, mentre quelle di Salvini si sono spinte oltre, stuzzicando gli italiani non su una legge, su una proposta o su un programma, ma su una distorsione identitaria. Renzi ha preteso con arroganza di spiegare agli italiani come essere buoni elettori; con la stessa arroganza Salvini ha preteso di spiegare agli italiani come essere buoni italiani. E gli italiani gli hanno creduto.

La vittoria di Pirro di Renzi è quella di continuare a contare qualcosa. Non gli porta in dote nulla, per lo meno in termini di consensi, ma almeno può dire di essere l’ago della bilancia di quello che, più che un Conte bis, sembra un governo Renzi gestito da esterni. Fa quasi tenerezza vedere Zingaretti e Crimi dimenarsi per far passare dei messaggi alla nazione, quando in realtà contano meno di un tweet di quello che è a tutti gli effetti un leader di se stesso. Renzi infatti non ha una carica istituzionale, non ha una collocazione precisa nella geografia politica e nemmeno intende averla. Il suo scopo è semplicemente esistere, come un concorrente di un reality show che non vuole essere eliminato e fa di tutto per ottenere visibilità. Il suo Truman Show è però una personalizzazione esasperata di una carriera basata sull’ego e non su una visione d’insieme. La caduta è iniziata proprio quando ha messo dentro il referendum costituzionale la cosa che gli è sempre stata più a cuore: se stesso. È questa la differenza sostanziale con il leader leghista: Renzi voleva portare gli italiani ad amare Renzi, mentre Salvini vuole portarli a essere Salvini.

Il governo continuerà a vivacchiare. Si parlerà della revisione dei decreti sicurezza, qualcuno timidamente proverà a riportare in auge la discussione sullo Ius soli, si lavorerà sull’ufficializzazione del Germanicum; Renzi per darsi un tono metterà il becco ovunque, sarà ascoltato e temuto. Nel mentre continua a distaccarsi dal Pd, come in Europa dove si è unito al gruppo Renew Europe di Macron, la casa liberale “alternativa sia ai nazionalisti che ai socialisti”. Ma sono gli ultimi colpi di coda che possono funzionare soltanto in un Paese paralizzato, con un leader già finito che tiene in scacco un governo condannato a sopravvivere. E Salvini ringrazia.

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