Il ritorno della Destra e della Sinistra

Dopo la Rivoluzione francese, nelle assemblee della Convenzione nazionale, i membri si erano divisi in gruppi a seconda dei loro ideali. I banchi di sinistra erano stati occupati dai montagnardi, la cerchia più rivoluzionaria che seguiva le orme tracciate da Robespierre. A destra, si erano posizionati invece i girondini, più conservatori e legati all’alta borghesia. Al centro si era infine formato le marais, la palude: chi ne faceva parte aveva posizioni mutevoli, prive di ideali, e si schierava con i montagnardi o i girondini in base alle opportunità politiche, nel tentativo di annullare la distinzione tra chi stava a sinistra e chi a destra.

Qualche secolo dopo, Giuseppe Piero Grillo, per gli amici e per i nemici Beppe, ha capito che per avere successo in politica era necessario mettere in scena il crollo degli eredi nostrani di montagnardi e girondini. E, insieme a Gianroberto Casaleggio, ha creato una nuova palude: il Movimento 5 Stelle.

Beppe Grillo
Gianroberto Casaleggio

All’alba della seconda Repubblica, è stato Berlusconi il primo a cercare di emanciparsi dai concetti di destra e sinistra, portando in Parlamento ex democristiani, ex fascisti, leghisti, insieme al sottobosco di imprenditori a lui vicini. Tutti sotto lo stesso tetto, uniti contro un unico nemico: i “comunisti”. Intanto, il centrosinistra tentava di smarcarsi dal proprio passato e dalle proprie battaglie, partendo dai simboli: falce e martello sono progressivamente scomparsi. Eppure, né Berlusconi, né il centrosinistra erano riusciti a trovare la giusta chiave per abbandonare le “vecchie” ideologie. A quello ci ha pensato Grillo, creando una nuova planimetria di valori: non più destra contro sinistra, ma casta contro anticasta, politica contro antipolitica.

Non subito. All’inizio, infatti, il comico aveva tentato la sua scalata bussando alle porte tradizionali della politica. Nel 2009 provò a prendere la tessera del Pd per candidarsi alle primarie, ma il partito gli chiuse le porte in faccia: non aveva i requisiti. Addirittura Piero Fassino lo provocò, pronunciando una frase che si sarebbe rivelata la più famosa sfida politica dell’ultimo decennio: “Grillo fondi un partito, si presenti alle elezioni, poi vediamo quanti voti prende.”

Alla fine, Grillo il suo partito l’ha fondato, il Pd è finito in macerie e Fassino ha perso la sua città, Torino. Se l’è presa Chiara Appendino, una grillina.

Chiara Appendino

La sua strategia è stata semplice, e si è mossa da due presupposti. Primo: in quel periodo l’Italia stava pagando la cattiva gestione di Berlusconi e Lega. Secondo: il centrosinistra si stava autosabotando e stava facendo cadere i suoi stessi governi – Prodi, due volte. Insomma, la gente non sapeva più chi votare. Se Grillo avesse fondato un partito di sinistra sarebbe finito nell’ammucchiata dei Vendola, dei verdi, di quel che restava dei comunisti, cascando nel classico progetto-trappola fallimentare extra-Pd. Se avesse fondato un partito di destra invece, avrebbe seguito l’infausto destino di Fini, fagocitato da Berlusconi e dai leghisti. L’unica soluzione era creare un movimento trasversale, parlare allo stomaco della gente, sputare rabbia generica, ripulita da un’appartenenza politica. Solo così avrebbe attirato i delusi di destra e di sinistra: il vecchio partigiano si sarebbe trovato sotto lo stesso tetto del missino doc, dell’elettore indeciso e del diciottenne che si nutre di pane e Internet.

E così è stato.

Dopo le elezioni del 4 marzo, la bolla del M5S è scoppiata. Gli oneri del potere, la responsabilità di scegliere con chi sedersi per raggiungerlo, e quale piano attuare successivamente, hanno portato a una serie di paradossi politici. Alcuni suoi elettori si sono resi conto di possedere ancora ideali primordiali, implorando di non legare il proprio nome né alla Lega né al Pd. Lo stesso Grillo in questi mesi ha lanciato, dalla sua oasi-blog, messaggi contradditori. Prima ha dichiarato che “La specie che sopravvive non è quella più forte ma quella che si adatta meglio. Noi siamo un po’ democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra, un po’ di centro, possiamo adattarci a qualsiasi cosa.” Poi, una decina di giorni dopo, ha detto: “Voglio capire se c’è un altro modo di pensare il mondo che non delle piccole ridicole ideuzze di contrasto, destra, sinistra o centro.” Ecco qui la palude.

In quei giorni Luigi Di Maio insisteva sullo stesso concetto: “Tutti stanno provando ad avvicinarci alla destra o alla sinistra, noi non siamo né di destra né di sinistra, sono categorie superate e dobbiamo dirlo con forza.”

Luigi Di Maio

Non è proprio così. Destra e sinistra non sono categorie superate. È logico che si siano trasformate dai tempi di girondini e montagnardi: era la fine del Settecento ed è l’intera società a essere cambiata, dentro e fuori i confini francesi. La sinistra di Lenin è diversa da quella di Castro, e la destra di Franco non è la stessa di Orbán. Gli stessi parametri per individuare i due schieramenti sono cambiati, ma la sostanza è la stessa. È di destra tutto ciò che si allaccia al nazionalismo e al conservatorismo, alla difesa della famiglia tradizionale e alla ferrea opposizione nel campo dei diritti: che si parli di biotestamento, matrimoni gay o legalizzazione delle droghe leggere, la risposta è no. È di sinistra tutto quello che riguarda il progressismo, l’egualitarismo e alcune politiche economiche – una su tutte quella di stampo keynesiano – che non sempre sono state seguite dal centrosinistra italiano. Il Pd ha perso la sua strada quando si è avvicinato alla matrice liberista. Ed è per questo che ha perso consensi: perché è rimasto fedele ai suoi ideali soltanto in ambito sociale e non economico. Ha tradito la sua stessa identità.

Nemmeno il M5S può fare a meno di questi ideali, anche restando allacciato all’antipolitica. E infatti, inconsciamente, non lo fa. È un astuto espediente elettorale, perché all’interno dello stesso nucleo esistono differenze sostanziali: chiunque è in grado di capire che Roberto Fico è di sinistra e Roberta Lombardi di destra, anche se fanno parte dello stesso partito. Fico in questi mesi ha incontrato una delegazione di Amnesty International, si è recato a San Ferdinando per portare le condoglianze dello stato alla famiglia di Soumayla Sacko, ha lodato il lavoro di Medici senza frontiere, ha attaccato Orbán e ha difeso l’operato delle Ong. In passato votava Rifondazione comunista, e nella scorsa legislatura era a favore delle unioni civili e dello ius soli. Lombardi invece ha dichiarato che avrebbe voluto una Via Almirante a Roma, che servono più turisti e meno migranti, e che “il fascismo fece cose buone.”

Non sembrano due politici della stessa fazione, ma lo sono.

Roberto Fico
Roberta Lombardi

Fico ha immediatamente subito l’odio della rete, diventando la versione grillina di Laura Boldrini. E diversi membri del governo hanno preso le distanze dalle sue dichiarazioni, facendogli notare – seppur in modo indiretto – la natura dell’accordo gialloverde: la trazione destrorsa. E non tanto nelle dichiarazioni di facciata, in cui i grillini continuano a non considerarsi né di destra né di sinistra, rifiutando questa distinzione, quanto nei fatti. Seguire la linea di Salvini vuol dire abbracciare il sovranismo, strizzare l’occhio all’Ungheria e allontanarsi da qualsiasi chimera di progressismo. Mettere Fontana al ministero per la Famiglia equivale a dichiararsi più di qualsiasi hashtag. Inserire nel programma la flat tax significa consegnarsi a una politica economica di destra. Sedere allo stesso tavolo della Lega vuol dire avere la consapevolezza di aver scelto uno schieramento. Nella chiusura dei porti, Salvini e Toninelli sembrano essere diventati la stessa persona, e il prossimo passo sarà una biografia sull’immenso statista Borghezio, scritta da Di Battista – prima padre fascista, poi elettore di sinistra, infine verde come il prato di Pontida.

Danilo Toninelli e Lorenzo Fontana

Ci si può arrampicare sugli specchi, fare giravolte per negare l’evidenza, indossare maschere, ma la realtà è una: destra e sinistra non sono morte. Forse hanno cambiato aspetto, si sono rinnovate seguendo il corso del tempo, ma è necessario tenere a mente i loro confini, non sottovalutare la distanza tra un ideale e l’altro. Non prendere posizione è semplice, non si corre il rischio di sbilanciarsi e si può attingere a un elettorato più ampio. Poi però l’aria diventa stagnante, sulla pelle si inizia a sentire una certa fanghiglia, il suo odore ci dà nausea. È la palude, e la storia non mente.

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