Compreremo ottomila case. Non è andato proprio per il sottile, Jeremy Corbyn, quando domenica scorsa Andrew Marr della BBC gli ha chiesto cosa avrebbe fatto il Labour per i senzatetto britannici. Potrebbe sembrare la classica promessa elettorale, salvo che le elezioni ci sono già state, ma a questo punto nel Regno Unito potrebbe succedere davvero qualsiasi cosa – qualcuno comincia a parlare di un secondo referendum sulla Brexit. L’approccio di Corbyn è quello di un solido marxista che dietro a ogni fenomeno riconosce la sagoma della lotta di classe: la polemica contro gli speculatori che lasciano le case sfitte in attesa che i prezzi risalgano è un suo tradizionale cavallo di battaglia. Dietro allo spot populista (compriamo subito ottomila case, nessuno dormirà più per strada) c’è quindi l’abbozzo di un programma sociale: daremo alle autorità locali il potere per requisire le abitazioni che non vengono deliberatamente immesse nel mercato. C’è l’identificazione di un nemico di classe: il proprietario che non vende o non affitta. Lui probabilmente non voterà Corbyn, e Corbyn senz’altro il suo voto non lo chiede.

Jeremy Corbin

Questa è forse la differenza più grande coi gentisti italiani: anche loro, ultimamente, in fatto di promesse non scherzano. Ma quando poi si chiede a Di Maio dove troverà la copertura per il reddito di cittadinanza, o a Berlusconi dove raccatterà i soldi per portare la pensione a mille euro (specie se nel frattempo Salvini pretende la flat tax), la risposta è sempre un po’ vaga. Il populismo italiano è un fenomeno trasversale che rifugge la lotta di classe e si basa sull’idea che da qualche parte esista un immenso tesoro, un serbatoio di risorse intatte a cui lo Stato ancora non ha attinto a causa della malignità dei suoi rappresentanti. “Aboliremo gli enti inutili!” propone Di Maio, forse senza sapere che se ne parla almeno da 40 anni e che molto è stato già abolito – ma non importa, da qualche parte probabilmente esistono ancora milioni di euro da redistribuire ai disoccupati. E poi, naturalmente, si possono mandare a casa i politici (che in effetti hanno sempre meno soldi per la campagna elettorale, e questo per ora sembra renderli più disperati e rapaci), e che altro c’è? Le banche avide (ma molto spesso sono in sofferenza), i dipendenti pubblici fannulloni (ma quanti saranno?), gli insegnanti che invece di fare 18 ore alla settimana potrebbero farne di più (ma ne fanno già molte di più) e, stavamo per dimenticarli, gli evasori fiscali. Ma di quelli Berlusconi, Grillo (e Casaleggio) hanno sempre parlato poco.

Ne parla più volentieri la sinistra – già, perché c’è anche una sinistra che andrà alle elezioni in Italia. Neanche a farlo apposta, poche ore dopo la dichiarazione di Corbyn è stato pubblicato il programma elettorale di Liberi e Uguali, il movimento che proprio dal Labour sembra avere copiato almeno lo slogan (“Per i molti, non per i pochi”). Si parla di alloggi per i senzatetto, nel programma di LeU?

Se ne parla, sì: e meno male, visto che i senzatetto che nel Regno Unito vengono considerati un’emergenza sono intorno ai quattromila, mentre in Italia l’Istat ne conta molti di più: cinquantamila nel 2014. Ciononostante l’argomento non scalda la campagna elettorale (i senzatetto non votano) e anche LeU dedica a tutta la questione della prima casa appena due righe al capitolo Welfare: “La crisi ha lasciato in eredità un enorme patrimonio immobiliare abbandonato che pesa sui bilanci delle banche. Dalla sua acquisizione, come abbiamo già detto, può venire una risposta importante all’esigenza di tornare a rendere effettivo il diritto alla casa”. Più su in effetti si era proposta “la creazione di un fondo pubblico per l’acquisizione dei crediti in sofferenza garantiti da immobili, da destinare all’edilizia popolare con affitti calmierati”. Sono proposte di buon senso, molto tecniche e che svelano un approccio piuttosto distante da quello di Corbyn. Per lui una bella casa sfitta è un’ingiustizia, e il fondo immobiliare che la possiede l’evidente nemico; per LeU il patrimonio immobiliare abbandonato “pesa sui bilanci delle banche”, un’espressione che tradisce un istintivo moto di pietà, del tipo “povere banche, che vi siete accollate la prima bolla immobiliare dal dopoguerra, in un qualche modo vi aiuteremo”.

In controluce, si indovina tutta la differenza tra le due storie: Corbyn è un virus vetero-marxista che è sopravvissuto nel Labour a ogni vaccino blairiano, fino a prendere il sopravvento. Mentre i Liberi e gli Uguali che si stringono intorno al cartellone di Pietro Grasso sono per lo più amministratori, che con le banche dei loro territori hanno un’antica familiarità: conoscono i loro limiti e non saprebbero chiamarle nemiche nemmeno quando si tratta di spararle grosse in campagna elettorale.

Roberto Speranza, Pietro Grasso, Pippo Civati e Nicola Fratoianni

Con tutto questo, da elettore di sinistra non mi sento davvero di poter fare lo schizzinoso: quello di Liberi e Uguali è un buon programma, molto più a sinistra di quello del PD del 2013, e un po’ meno utopico di quello del partito che nel 2013 era a sinistra del PD (si chiamava Sinistra Ecologia e Libertà e proponeva un reddito minimo garantito di 600€). Mi dispiace che manchi qualsiasi riferimento alla legalizzazione delle droghe (almeno leggere) e trovo commovente che si riparli di tassare le rendite finanziarie (la Tobin Tax, antico cavallo di battaglia dei movimenti degli anni Zero). Non tutto è realizzabile, ma per un movimento che lotta per il 10% è fin troppo concreto: chi lo ha stilato evidentemente continua a pensarsi “partito di lotta e di governo”, anche se questa seconda possibilità stavolta è abbastanza remota.

Per Corbyn dare riparo ai senzatetto non è una vaga promessa, ma è il modo in cui si segnala una priorità (la prima casa) e un avversario. Quale sia la priorità per LeU lo aveva già indicato Pietro Grasso quando ha proposto di abolire le tasse universitarie, e il programma ce lo conferma: non è un caso che i primi “approfondimenti programmatici” pubblicati siano quelli su scuola, università e ricerca. Nel momento in cui Confindustria si lamenta per i troppi laureati “non richiesti” (eppure siamo la nazione OCSE in cui ci si laurea meno), LeU mette per iscritto che “l’accesso all’Università, alle Accademie ed ai Conservatori non è solo un diritto individuale di accesso a un servizio ma un investimento strategico”. Forse è un modo per sfondare tra i giovani – che però potrebbero trovare più allettante il reddito di cittadinanza. O forse è il dettaglio che più di tutti tradisce l’età media della classe dirigente di LeU: ex amministratori che dopo aver corteggiato il liberismo blairiano si sono ritrovati un po’ per caso risospinti a sinistra, e magari non hanno percepito che oltre alla bolla immobiliare, negli ultimi dieci anni è scoppiata quella aspirazionale.

Mandare il figlio all’università era l’obiettivo del genitore degli anni Novanta, forse anche quello degli anni Zero: oggi la situazione è cambiata, una laurea non immediatamente spendibile nel mercato del lavoro è diventata un investimento insostenibile per molte famiglie, e per il solito paradosso della Storia potrebbe averlo capito prima quel vetero-marxista di Corbyn: alla gente per ora è meglio promettere una casa (e un lavoro? O basterà un sussidio?). L’università può attendere.

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