CasaPound non è più un partito perché la Lega li ha resi irrilevanti

In molti ne hanno chiesto lo scioglimento nel corso degli anni, ma alla fine lo ha fatto da solo: CasaPound Italia ha annunciato la volontà di “mettere fine alla propria esperienza elettorale e partitica”. Nel futuro continueremo a vederlo come movimento nelle piazze, nelle librerie e sul web, ma sicuramente non come partito da scegliere sulla scheda elettorale.

Il presidente Gianluca Iannone ha spiegato che la decisione è stata presa “in seguito alle ultime elezioni europee” e che questo “è un momento di rilancio dell’attività culturale, sociale, artistica e sportiva di CasaPound”. Nel suo messaggio si è anche rivolto ai sovranisti: “Dialogheremo con tutte le forze che si oppongono alle follie globaliste e hanno a cuore i destini della nazione”.

Gianluca Iannone

Il motivo alla base della decisione, che solo apparentemente può far felici gli antifascisti, è che CasaPound non ha ragione di esistere in prospettiva elettorale. Il movimento, nonostante una buona esposizione mediatica, non è mai riuscito a superare la soglia dell’1% durante le elezioni nazionali ed europee a cui ha partecipato. Si è accontentato dello 0,1% nel 2013, dello 0,9 nel 2018 e del disastroso 0,33% in occasione delle europee del 26 maggio.

Dopo le elezioni europee in cui speravano di partecipare all’avanzata sovranista, diversi dirigenti si sono interrogati sull’opportunità di continuare a collezionare una simile serie di sconfitte. “La Lega ci ha cannibalizzato”, ci spiega Luca Marsella, che nel novembre 2017 ha permesso a CasaPound di raggiungere il 9% dei consensi nel comune di Ostia. Il partito che si è sempre presentato come il più a destra d’Italia è stato oscurato dagli slogan di Matteo Salvini, più incisivi, più ingentiliti per il target dell’elettorato moderato, ma in fondo sovrapponibili. “Noi non abbiamo mai trovato il consenso elettorale, ma abbiamo trovato quello politico,” nota Marsella. “Le nostre proposte sono tutte state votate dagli italiani. Soltanto, sono state dette e fatte da qualcun altro”. Ad esempio, “La parola ‘sovranità’ tanto cara a Salvini l’abbiamo inventata noi. Lo slogan leghista ‘Prima gli italiani’ lo dicevamo noi. Il reddito nazionale di natalità, antenato del reddito di cittadinanza grillino, l’abbiamo tirato fuori noi. E la nazionalizzazione delle autostrade, ora tanto voluta dai grillini, è sempre stata una nostra proposta”. Lo stesso consigliere comunale di Ostia ha difficoltà nell’individuare delle importanti le differenze programmatiche tra CasaPound e la Lega: “L’uscita dall’Unione europea. Salvini non la vuole, noi sì”, conclude.

Luca Marsella (al centro)

Per Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University, lo scioglimento elettorale di CasaPound è la naturale conseguenza di due necessità dei suoi militanti: “La prima è quella di liberarsi dalla gabbia della forma-partito, che imponeva loro una disciplina soffocante. La struttura del movimento, propria a tutte le realtà fasciste nel corso della storia, permette ai membri di CasaPound di rimanere tentacolari, elastici, agili. Di infilarsi velocemente in tutti i piccoli conflitti irrisolti accesi in Italia, dall’esasperazione per la microcriminalità nelle periferie alla lotta per le case popolari”, spiega. La seconda priorità è quella di individuare un referente politico come Salvini e acquisire una fisionomia istituzionale, tramite una sorta di collaborazione. “Immagini un treno con tantissimi vagoni, ognuno aperto a un diverso gruppo che voglia salirci. Quello è un partito populista, capace di tenere insieme rivendicazioni apparentemente inconciliabili. Come la Lega”, conclude Urbinati, che pubblicherà nelle prossime settimane lo studio sul tema Me the people. How populism transforms democracy.

Quello che i militanti di CasaPound stanno cercando di rivendere è un know how politico basato su un network ben radicato, contatti con gli strati meno abbienti della popolazione e notevoli capacità organizzative. La rete trova il suo momento fondativo nel giorno di Santo Stefano del 2003, con un’azione illegale. A guidarla è Gianluca Iannone, con un passato da militante nel Fronte della Gioventù (gruppo giovanile dell’Msi), leader del gruppo rock Zetazeroalfa e tra gli attivi partecipanti alle “Occupazioni a scopo abitativo” dei centri sociali di destra romani. Il 26 dicembre di quell’anno fa entrare un gruppo di ragazzi dentro un palazzo di proprietà governativa al numero 8 di via Napoleone III, nella zona Esquilino di Roma, con l’obiettivo di occuparlo e sistemarci alcune famiglie senza casa, ovviamente italiane. È la prima di una serie di occupazioni e l’atto fondativo di CasaPound, che sceglierà proprio quello stabile come sua sede.

Il palazzo occupato abusivamente dai militanti di Casapound, Roma

Nel giro di pochi anni i militanti arruolano sempre più simpatizzanti nella Capitale: creano l‘associazione universitaria Blocco studentesco e si dimostrano abili comunicatori con azioni come l’assalto alla struttura del Grande Fratello nel 2008, al grido di “la casa non è un gioco”. Sfruttando la sovraesposizione mediatica riescono anche a far entrare nella loro orbita il sindacato Blocco lavoratori unitario, la radio Radiobandieranera, la testata giornalistica Il primato nazionale, il marchio di abbigliamento Pivert e la casa editrice Altaforte, che ha catalizzato il dibattito pubblico in occasione dell’ultima edizione del Salone del libro di Torino, dove avrebbe dovuto presentare Io sono Matteo Salvini – Intervista allo specchio.

I membri di CasaPound sono riusciti a diventare la versione alla moda e tecnologica del fascismo. Hanno raggiunto questo risultato anche puntando sul volto di Simone Di Stefano, più rassicurante delle solite teste rasate con i Ray-Ban scuri d’ordinanza e i pettorali scolpiti. Il 42enne romano cresciuto nella rossa Garbatella ha iniziato il percorso che l’ha portato alla vice presidenza di CasaPound nel Movimento Sociale Italiano, dove ha militato dall’età di 16 anni. È Di Stefano quello che a Grillo sembrava “un delegato dei 5 Stelle”, che da anni si presenta nei salotti televisivi in giacca e cravatta per diffondere gli slogan più efficaci del suo movimento: no all’immigrazione, no all’Europa, sì a casa e lavoro per gli italiani.

Il vice presidente di CasaPound è solo la facciata rispettabile di un movimento che dal 2011 al 2016 ha visto 359 militanti e dirigenti essere indagati per aggressioni, furti e occupazioni abusive. Nonostante i dirigenti ripetano in ogni occasione che le domande sul fascismo sono un argomento superato, i militanti non perdono occasione per fare il saluto romano a favore di telecamera e organizzare manifestazioni e presidi che scatenino l’opinione pubblica contro specifici gruppi etnici, come accaduto lo scorso aprile nel quartiere romano di Torre Maura.

Simone Di Stefano

I primi approcci pubblici con la Lega risalgono al 2014, quando Simone Di Stefano invita tutti i militanti di CasaPound a votare il candidato leghista Mario Borghezio alle elezioni europee. Un anno più tardi, Salvini e Di Stefano condividono il palco di piazza del Popolo a Roma in una manifestazione contro il governo Renzi. Nel febbraio 2018, un avvicinamento durato anni raggiunge il suo culmine con la dichiarazione del vice presidente di CasaPound in occasione delle elezioni Politiche: “Se uscisse fuori un governo di centrodestra con Matteo Salvini premier potremmo dare il nostro appoggio esterno”

Alle elezioni le cose non vanno però come sperato: nonostante le ospitate in televisione coronate da record di ascolti , “l’onda nera” viene eclissata da quella verde della Lega. Il dubbio è che i pericolosi “fascisti del terzo millennio” siano stati ignorati dagli elettori, ma che le loro idee islamofobe e xenofobe siano ormai tollerate e apprezzate da un gran numero di italiani, perché propagandate da volti ritenuti più rassicuranti e familiari. Ora che CasaPound ha deciso di abbandonare la sua avventura come partito politico siamo indecisi se festeggiare o indignarci. Non è facile capire se gli italiani abbiano scelto di non votarlo perché lo credono inaccettabile, o solo perché lo considerano superfluo.

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