Perché Angela Merkel è stata una pessima leader per l’Unione europea

Angela Merkel, della sua prima vita nella Ddr ha detto che “ne sanno a malapena qualcosa nell’Ovest”; la seconda vita, quella politica, l’ha invece resa cancelliera di Germania e donna più potente al mondo; una terza vita potrà presto cominciare, visto che al Congresso dei cristiano-democratici (Cdu) di oggi, dopo 18 anni di leadership, passerà il testimone a un successore ancora ignoto – che, considerati i candidati, non rinnoverà la Cdu se non spostandola a destra. Ma anche se il suo partito non sarà distrutto, Merkel non tornerà indietro: dopo le batoste dei conservatori alle ultime Regionali, ha annunciato che il suo quarto mandato di governo sarà l’ultimo. Nel 2021 – o prima se dovesse cadere la fragile coalizione con i socialdemocratici (Spd) – non si ricandiderà neanche per altri incarichi e lascerà per sempre la politica. “Con dignità”, ha affermato, come per più di un decennio è stata “con dignità cancelliera”.

Merkel si era ripresentata alle ultime legislative per spirito di servizio, “in tempi difficili e incerti”, e più che un’eredità lascia un vuoto politico nella Germania, pilastro dell’Ue. Al contrario di altri cancellieri tedeschi, tra i padri fondatori dell’Europa unita, come Konrad Adenauer o il maestro Helmut Kohl, non ha brillato come statista. Merkel non ha anticipato i tempi con scelte coraggiose, ma si è limitata a inasprire le riforme neoliberiste del welfare e sul lavoro, avviate dal socialdemocratico Gerhard Schröder sull’onda del blairismo. Così, l’Europa a trazione tedesca è rimasta imbrigliata nei conti pubblici da far quadrare, a crescita zero: un collo di bottiglia che ha avvantaggiato lo Stato con l’industria più forte (il suo), alimentando il malcontento, motore del populismo, in quelli più deboli. Con questo Zeitgeist e l’Ue in balia di pulsioni razziste e sovraniste, la cancelliera se ne va senza alternative capaci di rigenerare la Cdu o di reggere un governo. Anche in Germania i partiti di massa sono in disfacimento, privi di una maggioranza: altre grandi coalizioni non sembrano possibili guardando i sondaggi e l’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD), dal 2017 per la prima volta in parlamento, è tra il 14 e il 17% e rischia di diventare il secondo partito. Una pessima prospettiva.

Per tredici anni l’ex ragazza dell’Est è stata una mattatrice della politica internazionale. Nel 2015 ha scavalcato anche Barack Obama come leader più influente nella classifica di Forbes, seconda solo a Vladimir Putin. Del presidente russo, per le reciproche conoscenze linguistiche, la cancelliera tedesca è stata paziente e delicata mediatrice dei rapporti tra Mosca e gli Stati Uniti, nonché l’artefice degli accordi di Minsk sull’Ucraina per l’Ue: ha fermato una guerra ai confini dell’Europa, ma in Italia e in Grecia è odiata per la dottrina economica che in patria l’ha fatta adorare da milioni di contribuenti. La cancelliera, nell’immaginario collettivo, si sarebbe ostinata a punire gli Stati più deboli e meno rigorosi e l’austerity è diventata il suo marchio di fabbrica. Il waterboarding mentale, nel luglio 2015, al premier greco Alexis Tsipras intenzionato a ribellarsi alla macelleria sociale imposta (a quel vertice anche Matteo Renzi avrebbe esclamato contro Merkel “Ora basta! Quando è troppo è troppo!), resterà tra le pagine più tristi dell’Europa cosiddetta unita. Per la durezza verso gli altri governi dell’Ue, la Germania dell’era Merkel è accusata, anche da ex cancellieri, di voler realizzare le vecchie aspirazioni tedesche di egemonia economica.

La morsa di Berlino nel far “fare i compiti a casa” (abbassare il debito e il deficit pubblici) agli altri leader europei si è allentata solo quando la cancelliera, dopo le Legislative del 2017, è diventata improvvisamente debole. Incapace di formare per mesi un esecutivo, come mai era accaduto nella Repubblica tedesca, Merkel si è avviata sul sentiero del tramonto. Così, dal 2019, per la prima volta, un capo di governo della Cdu non sarà più anche capo della Cdu. Per Merkel è “tempo di scrivere un nuovo capitolo” e non è la prima volta che la leader politica più monotona che la Germania ricordi dà un taglio netto con il passato, sconvolgendo gli equilibri del suo partito.

Merkel entrò nei cristiani-democratici nel 1990, dopo nemmeno un anno di esperienza da attivista locale e dopo una vita di conveniente silenzio-assenso verso il socialismo della Ddr. Nel 1991 divenne ministro delle Donne e dei giovani della Germania riunificata, sbalordendo chi militava nel partito da anni: mai era stata femminista, né da politica né da cittadina, e confesserà lei stessa di non aver mai nutrito interesse per quel Ministero, né compreso la necessità delle conquiste del 1968.

Angela Merkel in visita a Cernobyl, Ucraina, 1996

Il 9 novembre del 1989, mentre cadeva il Muro di Berlino, la futura cancelliera non si trovava tra le migliaia di entusiasti ammassati lungo la barriera appena riaperta. Come ogni settimana era andata con un’amica alla sauna del giovedì. Sposò la causa politica aderendo al movimento dei luterani dell’Est, Risveglio democratico, che l’anno dopo alle Legislative prese meno dell’1%. Un disastro, ma erano alleati con la Cdu e Merkel, fisica 36enne, si era intanto posizionata sotto l’ala di Lothar de Maizière, l’aristocratico premier di transizione dell’ex Ddr. Lui la piazzò subito nel terzo governo Kohl e nel 1991 Merkel fu anche nominata vice presidente della Cdu, l’incarico precedentemente rivestito dallo stesso de Maizière. Nel 1998 divenne segretaria del partito e, già nel 2000, presidente al posto di Helmut Kohl. La mossa magistrale per la scalata fu il suo lapidario commento contro il padre della riunificazione, nel frattempo diventato il suo nuovo pigmalione, pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, nello sconcerto generale.

“I trascorsi ammessi da Kohl hanno danneggiato il partito. (…) Ne va della credibilità di Kohl, della Cdu e della politica in generale. (…) Il partito deve imparare a camminare, avere fiducia in sé, combattere in futuro gli avversari politici senza il suo vecchio destriero, come Kohl stesso spesso ama definirsi. È come quando nella pubertà si va via da casa e si prende la propria strada”, scrisse Merkel sul quotidiano di riferimento dei conservatori. E si può concludere che, ieri come oggi, Merkel ha saputo fiutare i tempi e sfruttare le occasioni che le venivano offerte. Oggi la cancelliera ha capito che andare avanti con la politica sarebbe inutile, né le farebbe onore.

Angela Merkel e Helmut Kohl

Tra i tedeschi, la lettera alla Faz viene ricordata come il “Putsch di Merkel, in cui la ragazza dell’Est che non afferrava lo spirito del Sessantotto “uccise il padre”. “Tenevo un serpente in braccio, la mia ragazza (cosi la chiamava con paternalismo Kohl, ndr) fu la mia killer”, commentò ex post il vecchio cancelliere. Da lì in poi Merkel non avrebbe fatto rivoluzioni, né nella Cdu né, dal 2005, come cancelliera: l’austerity imposta all’Unione europea resterà negli annali, come il suo sì, nel settembre del 2015, al milione di richiedenti asilo in Germania. L’apertura straordinaria agli stranieri (due mesi prima aveva risposto a una bambina palestinese “non possiamo accogliere tutti”) si è rivelata la morte politica della cancelliera, che nei dieci anni precedenti era stata una ferrea conservatrice dello status quo. A lungo Merkel ha fatto gli interessi dei poteri forti, e ciò nonostante nella Cdu è stata percepita come un’intrusa, priva di un’agenda politica e neanche affezionata ai valori cristiano-democratici: “Era estranea a tutto, una leader quasi autistica. Concepiva il partito come uno strumento per esercitare potere e nulla più. Un potere per il quale Merkel ha un istinto perfetto,” ha scritto di lei lo storico corrispondente politico della Faz Karl Feldmeyer.

Il suo ex ministro della Difesa Karl Theodor zu Guttenberg l’ha definita “machiavellica”. Nel libro-biografia La prima vita di Angela Merkel, pubblicato prima delle Legislative del 2013, il redattore del giornale conservatore die Welt, Günther Lachmann, e il collega del tabloid scandalistico die Bild, Ralf Georg Reuth, ricordano come Merkel non soltanto non si sia opposta al regime socialista, al contrario per esempio dell’illustre ex capo di Stato Joachim Gauck, noto dissidente dell’Est e pastore protestante come il padre di Merkel, ma vi aveva in qualche modo anche partecipato. Non prese mai la tessera del Partito socialista della Ddr, ma si iscrisse alla sua sezione giovanile della Freie Deutsche Jugend (Fdj). Da dottoranda e scienziata, per undici anni, all’Accademia della Scienza e della Tecnica, Merkel fu anche segretaria del Dipartimento per l’agitazione e la propaganda della Fdj e, ricordano dei testimoni, fu attiva come dirigente sindacale.

Karl Theodor zu Guttenberg e Angela Merkel

Chi ha in simpatia la cancelliera – non pochi – precisa che “nessuno nella Ddr poteva permettersi di essere un eroe”. Alla fine dei conti, all’apertura degli archivi della Stasi, Merkel è risultata tra le poche personalità provenienti dall’Est a non avere mai collaborato con i servizi segreti, al contrario anche di non pochi oppositori fasulli. Quell’adesione alla Fdj, senza la quale probabilmente non avrebbe mai avuto accesso al dottorato, ha ammesso candidamente, fu al “70% opportunismo”. Già nel 1991, da neo ministra della Cdu, Merkel chiarì la sua filosofia: “Non ho mai pensato che la Ddr fosse il mio Paese, ma non potevo permettermi di essere triste e cercavo di sfruttare lo spazio libero che mi era permesso”. Nel 2005, durante la sua prima corsa a cancelliera, fu ancora più precisa: “Decisi che se fosse diventato troppo terribile, avrei provato a fuggire. Altrimenti non avrei condotto una vita in opposizione al sistema, temevo che questo mi avrebbe provocato danni”. Di certo, scavando e riscavando, Lachmann e Reuth non sono riusciti a trovare macchie nel suo passato. La cancelliera non è un’idealista, ma chi la sostiene nel partito (soprattutto donne) la descrive come una tipica scienziata, dalla mente molto analitica, laboriosa e con un genuino amore per la democrazia e la libertà, “tutto il resto si può negoziare”.

All’estero Merkel si destreggia bene con i leader più giovani, prima con Obama ora con il presidente francese Emmanuel Macron. Anche con l’omologo spagnolo Pedro Sanchez ha avviato un buon rapporto, e consigliava come muoversi a Enrico Letta e poi a Renzi. Il premier italiano prediletto è stato però Paolo Gentiloni, un vero signore elogiato per il “lavoro importantissimo e la grande collaborazione”.

Tutt’altro trattamento la cancelliera riceve da Donald Trump e tanto bon ton non le è riservato neanche in patria, nella Cdu e tra i rivali socialdemocratici, a giudicare da certe voci di corridoio simili alla “culona inchiavabile” che si sarebbe fatto sfuggire Silvio Berlusconi. “Tu non te la puoi fottere e lei ti fotte” è la convinzione di alcuni politici tedeschi coetanei e certo Merkel, lungo la sua strada, ha fatto fuori soprattutto uomini. Kohl, Schäuble, il ministro dell’Interno Horst Seehofer (anche lui con ambizioni da cancelliere), l’ex coleader della Cdu Friedrich Merz (ora bramoso di sostituirla), diversi suoi collaboratori, l’ex cancelliere Gerhard Schröder e altri sfidanti nella Spd: per la sua successione i vecchi nemici sbucano dal passato come zombie, mentre Merkel si è man mano circondata di alleate, come il braccio destro Annegret Kramp-Karrenbauer, segretaria della Cdu in corsa per la presidenza, o la titolare della Difesa Ursula von der Leyen.

Le casalinghe la adorano, anche se Merkel non ha mai seguito le tre K della Cdu, Kinder (figli), Küche (cucina) e Kirche (chiesa); è una conformista ma fino a un certo punto. Nella biografia Angela Merkel: Europe’s Most Influential Leader (2016), del politologo britannico Matthew Qvortrup, si accenna per esempio al suo fastidio nel doversi sempre giustificare di non avere avuto figli: “No, non ho deciso di non volerne, ma sono entrata in politica a 35 anni e adesso è fuori questione”. Ciò nonostante in Germania la popolazione l’ha percepita come una mamma, Mutti è il suo soprannome. “Ha un fare materno, con lei i tedeschi si sentono accuditi”, ha commentato su di lei il grande poeta e scrittore Hans Magnus Enzensberger. In effetti è grazie al suo No categorico a condividere i debiti dei Paesi membri dell’Ue che i risparmi delle famiglie tedesche sono stati protetti come sotto il cuscino. Sotto il merkelismo la Germania è prosperata nella campana di vetro di una sorta di nuova era Biedermeier (poi allora vennero due guerre mondiali, il nazismo, l’olocausto). E dopo il Sì quasi sconvolgente di Merkel ai profughi (“nessun limite alle richieste d’asilo”), il magazine der Spiegel l’ha ironicamente ritratta in una copertina come “madre Angela”, nei panni di madre Teresa di Calcutta. Se il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi le ha portato doni per i sei milioni di euro mandati dalla Germania ai terremotati (“unico Paese europeo”), in Medio Oriente la cancelliera è un idolo tra la popolazione, migliaia di profughi hanno camminato per chilometri lungo i Balcani stringendo al petto sue foto e gridando “Angela, Angela, Germany, Germany”.

Nella sua terza vita, Merkel potrebbe fondare una Ong per la difesa dei migranti, sfruttando magari l’amicizia con Obama, o ritirarsi a vita completamente privata con il compagno Joachim Sauer, scienziato e professore emerito della Humboldt University che come chimico ha ricevuto importanti riconoscimenti. A livello internazionale è quotato appena sotto la soglia dei Nobel.

La coppia ha lavorato a lungo insieme ai tempi dell’accademia, dove si erano incontrati e, oltre a passeggiare in montagna e godersi le prime di Wagner, potrebbe dedicarsi alle ricerche in chimica e in fisica quantistica, le loro specializzazioni. Archiviata la politica, Merkel potrebbe insomma tornare la nerd dell’est introversa e astuta della prima vita. Ma quasi nessuno, come allora, potrebbe accorgersene.

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