Di Fabrizio Lorusso

UN VIAGGIO ALLA SCOPERTA

DEL MESSICO DI NARCOS.

ORIGINI DEGLI STUPEFACENTI

Gli antichi messicani si avvalevano delle sostanze psicoattive presenti in funghi allucinogeni e cactus, come ad esempio il peyote(1), per fini rituali: i popoli indigeni del Messico avevano incorporato sapientemente alle loro cerimonie quelle che oggi chiamiamo “droghe”. La marijuana, consumata in Cina e in Egitto già dal terzo millennio a.C. fu introdotta in America da spagnoli e inglesi che usavano le fibre della pianta di canapa nell’industria tessile e cartaria.

La marijuana fu anche una delle passioni di George Washington che, da consumatore, ne promosse l’uso.

La pianta di coca(2) in Sudamerica è nota ai popoli autoctoni delle Ande sin dal 1900 a.C: da allora ne masticano le foglioline per sopportare la fatica. L’oppio(3), ricavato dal papavero, era invece diffuso nelle culture mesopotamiche ancestrali e nel resto del Medio Oriente. Nello stato di Sinaloa, nel Messico settentrionale, il papavero, probabilmente importato da migranti cinesi, venne registrato nel 1886 come elemento della flora locale e fino al 1926 venne coltivato e impiegato legalmente per fini ludici e medicinali.

Cent'anni di proibizionismo

In Messico, come nel resto del mondo, non sempre la produzione, il commercio e l’uso delle droghe sono stati illegali. All’inizio del Novecento, il vino di coca o il laudano d’oppio, le sigarette d’erba contro l’insonnia si trovano comunemente nelle farmacie. Negli Stati Uniti, invece(4), il consumo di certe sostanze viene progressivamente associato a precisi gruppi etnici, discriminati e accusati di aver invaso il Paese con le droghe: i messicani con la marijuana, i neri con la cocaina, i cinesi con l’oppio. Inizia così l’era della criminalizzazione delle droghe(5) legata al razzismo e alla stigmatizzazione delle minoranze.

Nei primi decenni del secolo scorso, gli Stati Uniti impongono un regime proibizionista a livello internazionale, con l’idea che combattere l’offerta e la produzione possa disincentivare anche la domanda. Nel 1917 il Messico, estenuato da sette anni di lotte intestine della Revolución, è in fase di ricostruzione. Pochi anni dopo, nel 1926, il presidente Plutarco Calles segue i dettami statunitensi e bandisce la marijuana e il papavero da oppio (adormidera o amapola in spagnolo).

Il narcotraffico è già affare di Stato(6), anzi, di Stati: gli States da una parte, e il Sinaloa, il Durango e il Chihuahua – il famoso “triangolo dorato” del narcotraffico messicano – dall’altra. In queste zone, nel Sonora, nella Bassa California, e in generale lungo tutta la frontiera, si moltiplicano le segnalazioni giornalistiche contro governatori, militari e politici. Vengono accusati di essere coinvolti nel traffico di droga, di proteggere i criminali e gestire reti di corruzione tra funzionari doganali e agenti americani. Il meccanismo si consolida, mentre negli Stati Uniti scoppia la rivoluzione degli anni Sessanta, e con lei il boom della marijuana. Se la marijuana vive il suo apogeo tra gli hippie e tra le classi medie americane ed europee, e ben presto è raggiunta anche dall’eroina e dalla cocaina. Spinto anche dalla Cia per finanziare la guerra dei Contras in Nicaragua(7), il crack, derivato a basso costo della coca, negli anni Ottanta fa strage nei ghetti neri e tra le classi meno agiate.

Nel frattempo, nel 1971 il presidente americano Richard Nixon lancia la War on drugs, la guerra alla droga, e due anni dopo crea un’agenzia ad hoc, la Dea (Drug Enforcement Administration), che da allora interviene negli affari interni di molti Paesi del mondo, mentre in patria ha la missione di combattere il commercio di sostanze illegali.

Il regime presidenzialista e centralista messicano(11), risultato della Revolución, si è intanto rafforzato intorno a un partito egemonico e corporativo, il Pri (Partido Revolucionario Institucional), che governa il Messico per ben 71 anni, dal 1929 al 2000. Il narcotraffico si conferma come un potere non autonomo, bensì legato strutturalmente al partito-Stato, insieme al quale si istituzionalizza, arrivando “a maturazione” negli anni Ottanta, con il declino dei cartelli colombiani e l’ascesa di quelli messicani. A fine anni Sessanta è El León de la sierra, Pedro Avilés, a dominare il commercio di marijuana e oppiacei con gli Stati Uniti. Classe 1938, originario di Badiraguato, Sinaloa, è il rappresentante della vecchia guardia(12) di trafficanti, la prima generazione cui sono senza dubbio debitori i suoi successori: Félix Gallardo, Caro Quintero e Fonseca Carrillo. Avilés muore ammazzato da un federale nel 1978, ma la stirpe di Sinaloa non si ritira dal mercato, anzi; i nuovi boss iniziano a fare soldi a palate. Nel 1977, il governo messicano lancia l’Operazione Condor: in tre settimane, 10mila soldati distruggono centinaia di piantagioni, ammazzano 27 civili e incarcerano e torturano 2mila presunti trafficanti, molti dei quali sono in realtà semplici contadini. Sul campo cadono anche 19 militari. Si rinsalda così il tragico sodalizio tra la “narcoguerra”(13), l’ingerenza americana in America Latina(14) e le violazioni ai diritti umani.

GLI ANNI '80 DEI SIGNORI DELLA DROGA

Gli anni Ottanta sono ricordati per la crisi finanziaria del 1982, le 10mila vittime del terremoto a Città del Messico del 1985, i mondiali dell’anno dopo, vinti dall’Argentina di Maradona, e i brogli elettorali che nel 1988 portano Carlos Salinas alla presidenza. La storia del narcotraffico, però, li ricorda per l’ascesa di due organizzazioni criminali battezzate dalla Dea Cartello di Guadalajara e Cartello del Golfo. La prima si afferma nel Centro-Ovest del Paese e sul Pacifico, grazie ai boss storici del Sinaloa, trasferitisi nella città della tequila e dei mariachi, e grazie ai contatti del direttore della Dfs, Javier García Paniagua. La seconda lavora a Est, negli Stati atlantici del Golfo del Messico, con la leadership di Juan García Abrego El Barón de Matamoros.

Durante i mandati di Ronald Reagan, gli Stati Uniti riducono drasticamente i flussi di cocaina colombiana che passano dal Mar dei Caraibi. Si rafforzano quindi le rotte del Pacifico e quella centroamericana, in cui la collaborazione dei messicani diventa cruciale.

I colombiani cominciano a retribuire “in natura” i soci di Guadalajara, di Sinaloa e del Golfo.

A costituire i fattori decisivi per lo sviluppo di questo commercio, sono la geografia del Messico, con i suoi 3200 chilometri di frontiera, insieme all’esistenza di un mercato nero consolidato e all’esperienza accumulata dai suoi criminali nel traffico di eroina e marijuana. Le reti di protezione e corruzione delle autorità a sud e a nord della frontiera fanno il resto.

Nel 1984, l’agente sotto copertura della Dea, Enrique Camarena, concepisce l’operazione Rancho Bufalo, dal nome della piantagione di marijuana di Caro Quintero, nello Stato del Chihuahua, oggetto del blitz. Cinquecento tra soldati e poliziotti messicani, supportati da quindici elicotteri e tre Cessna, irrompono nella proprietà in cui lavorano ogni giorno 12mila peones e distruggono mille ettari di piante di marijuana. Otto milioni di dollari finiscono in fumo, e Quintero decide di vendicarsi. I boss di Guadalajara, con l’aiuto della Dfs e della Cia, con cui collaborano già da anni – attraverso il traffico di droga gli americani finanziano infatti la guerra contro il regime dei sandinisti in Nicaragua – inviano un commando di poliziotti federali e della giudiziaria a sequestrare Camarena, che viene brutalmente torturato e abbandonato senza vita in una fossa.

Rancho Bufalo

Il delitto è troppo grave, l’ira degli americani è incontenibile, e nemmeno la rete di funzionari corrotti del sistema narcopolitico è più in grado di proteggere i narcos di Sinaloa. Si scatena la caccia all’uomo, che la Dea battezza “Operazione Leggenda”.
Per l’omicidio, nel 1985, finiscono in manette Caro Quintero ed Ernesto Fonseca, mentre Félix Gallardo è incarcerato quattro anni dopo. Nella lista degli indiziati stilata dagli inquirenti statunitensi c’è anche Rubén Zuno(15), cognato dell’ex presidente Luis Echeverría, mentre ex agenti della Dea segnalano la partecipazione della Cia. L’opinione pubblica, per la prima volta, scopre i solidi vincoli(16) tra il narcotraffico, le agenzie americane, la Dfs e i politici del regime.

Una nuova epoca

Nel 1989 cade il muro di Berlino e finisce la Guerra fredda. In America Latina torna la democrazia. I falchi della politica estera americana non possono più far leva sul “pericolo rosso” per giustificare la loro attiva presenza nel continente e sostenere le dittature amiche.

L’ex Padrino Gallardo in una lettera(17) dalla prigione ha scritto che i cartelli, nel 1989, non esistevano neanche, che quel termine è stato coniato dalla Dea(18) e che è stato il comandante González Calderoni, il poliziotto che lo aveva catturato, a tracciare la divisione dei territori di influenza dei nuovi capi. Comunque, dopo l’arresto dei boss storici, il sistema delle successioni e della spartizione delle plazas tra i criminali messicani non dura molto. Il 24 maggio 1993, le faide tra gli uomini del Chapo di Sinaloa, Guzmán, e i fratelli Arellano Félix di Tijuana provocano la morte di Juan Jesús Posadas Ocampo, arcivescovo di Guadalajara, e di altre sette persone. I sicari di Tijuana apparentemente confondono l’auto del cardinale con quella del Chapo.

Joaquín Guzmán
detto anche "El Chapo"

L’opinione pubblica ormai non prova più stupore. Mentre da Medellín, in Colombia, arriva la notizia dell’uccisione del Patrón Pablo Escobar, in Guatemala, il Chapo viene arrestato per l’omicidio di Posadas e mandato prima al carcere di Almoloya e poi a Puente Grande, dove stabilisce una base operativa, continuando a gestire i suoi affari. Da qui scapperà e riprenderà, nel 2001, la leadership della Federación di Sinaloa.

Tra il 2000 e il 2012, El Chapo e le bande di Sinaloa diventano i “favoriti” del sistema e, pare, anche della Dea.(19)(20)

Negli anni Novanta il discorso ufficiale cambia: il nemico non è più il comunismo, ma il “terrorismo internazionale”, insieme ai cosiddetti narcos e cartelli(21) che vengono presentati come invincibili bestie nere(22). La guerra antidroga diventa la nuova dottrina di sicurezza continentale. I guerriglieri colombiani e peruviani sono ribattezzati “narcoterroristi” e si moltiplicano così i piani di “cooperazione” militare con gli altri Paesi del Sudamerica, come il Plan Colombia e l’Iniziativa Mérida per il Messico. Il fatto che le droghe siano un problema di salute pubblica e un affare di Stati, legato al proibizionismo e alla geopolitica(23), e non una questione di sicurezza nazionale o di morale, continua a essere nascosto.

Ritorno al futuro e conflitto armato

A fine 2006, il presidente Felipe Calderón dichiara la “guerra al narcotraffico” e spedisce decine di migliaia di soldati e marines per le strade del Messico, per operazioni militari stato per stato. Lo sostengono gli Stati Uniti(24) attraverso fondi, addestramento di uomini e vendita di armi – il tutto rientra nell’ambito dell’iniziativa Mérida, copiato dal precedente e fallimentare Plan Colombia.

La strategia(25) di militarizzazione, seguita anche dal suo successore Enrique Peña Nieto, al governo dal 2012 al 2018, malgrado l’arresto di molti boss di spicco, non si traduce in una riduzione del narcotraffico o delle organizzazioni criminali. Il risultato è, invece, che aumentano i gruppi paramilitari, diversificati in molti altri business illegali, e l’effetto cucaracha (scarafaggio): la decapitazione delle bande e la loro dispersione in cellule e tentacoli sotterranei. Dai contadini poveri della sierra ai trasportatori e agli intermediari messicani, dai riciclatori di denaro e i traders agli avvocati, i contabili e i capi statunitensi(26) di cui non conosciamo il volto e le storie: i nodi della rete non necessariamente si conoscono tra loro ma si spartiscono i guadagni generati nel rispettivo segmento della filiera.

Le disuguaglianze registrate oggi in Messico sono ai massimi storici, come gli omicidi, le esecuzioni extragiudiziarie e le sparizioni forzate(27) di persone. La decomposizione del sistema è tale che, nel 2014, la polizia e altri gruppi armati riescono a far sparire 43 studenti(28) in una città come Iguala, con 160mila abitanti, con la supervisione e la complicità dell’esercito. Passeranno anni prima che si conoscano i fatti e i responsabili, per cui continua globalmente la lotta per la verità e la giustizia su questo e tantissimi altri casi simili(29). La “guerra alle droghe” è una strategia del terrore che, mediante violazioni sistematiche ai diritti umani, spopola territori e comunità, liberandoli per gli investimenti e lo sfruttamento economico, e assomiglia sempre più a una lungo e nebuloso conflitto armato(31), interno e internazionale, per l’accaparramento di risorse e potere. Le vittime, che il governo definisce cinicamente “danni collaterali”, la società civile e le comunità resistenti, a partire dal movimento zapatista del Chiapas nel 1994, s’organizzano per frenare la violenza(31) e le spoliazioni, cercando strade autonome per la pace.

Geografia ed economia psicoattiva

Almeno 275 milioni di persone, cioè il 5,6% della popolazione mondiale tra i 15 e 64 anni d’età, ha consumato qualche tipo di stupefacente nel 2017, secondo le cifre delle Nazioni Unite. Il valore del mercato globale del narcotraffico raggiunge, secondo le stime più elevate, i 652 miliardi di dollari annui e, tra i business illegali, è secondo solo al commercio di prodotti contraffatti, che si aggira sui 1300 miliardi. La marijuana è lo stupefacente più consumato al mondo; seguono in ordine gli oppiacei, le droghe sintetiche e la cocaina.

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Miliardi Di dollari Annui

Sia le droghe che il Messico produce internamente, come l’eroina, la morfina, l’oppio, la marijuana e le metanfetamine, sia la cocaina, importata dai Paesi andini, attraversano il Paese da sud a nord in cerca di snodi di smistamento e punti di passaggio per varcare la frontiera con gli Stati Uniti; per mare, per terra, in aereo o anche attraverso tunnel sotterranei di vari chilometri, scavati tra un lato e l’altro della frontiera. Il business totale è stimato per oltre 20 miliardi di dollari all’anno.

Le infinite vie della droga

  • La ruta settentrionale parte dal Sud America, passa dai Caraibi e finisce in Spagna e Portogallo, le porte d’Europa. Quella centrale è simile ma più diretta, dato che dal Venezuela alla penisola iberica c’è solo uno scalo alle Canarie o a Capo Verde.
  • La via africana va dal Sudamerica, specialmente dal Brasile, a Paesi come la Liberia, la Nigeria e la Costa d’Avorio, per poi tagliare il Sahara e andare verso nord.
  • La rotta nordamericana attraversa l’America centrale, con scali e ponti aerei in Nicaragua e nel “triangolo della morte”, formato da Guatemala, Honduras ed El Salvador, e arriva in Nordamerica percorrendo il Messico.
  • Altri flussi circumnavigano l’Africa e, toccando il Capo di Buona Speranza, nella Repubblica Sudafricana, e il Madagascar, imboccano il Canale di Suez, finendo in Europa e in Russia passando dalla Turchia.
  • Poi ci sono le vie aperte dall’Asia. I punti di partenza sono i Paesi coltivatori di papavero della mezzaluna d’oro, cioè l’Afghanistan, l’Iran e il Pakistan, e quelli del triangolo d’oro, Birmania, Laos e Thailandia.
  • Esiste poi un interessante percorso che solca il Pacifico: dal Sud America la coca viaggia verso Australia, Nuova Zelanda, Cina e Giappone, mentre dal Sudest asiatico arriva agli Stati Uniti.

DAL PRODUTTORE AL CONSUMATORE

Il contadino colombiano medio, da un ettaro piantato a coca, può ottenere fino a 15 volte più guadagni rispetto a uno coltivato a caffè. Spesso non ha scelta: o coltiva coca e papaveri, o muore di fame o di piombo, ucciso dai gruppi armati che ne controllano lo smercio. Risalendo le gerarchie della filiera, i rendimenti crescono esponenzialmente.

Si ritiene che, negli anni Novanta, i piccoli contadini e i compratori locali dei derivati della foglia di coca ottenessero l’1% del prezzo pagato nei Paesi ricchi dai consumatori finali. Per i narcotrafficanti internazionali intermediari c’era il 13%. I traders e i dealers, importatori e distributori all’ingrosso nei ricchi mercati di consumo (non sono moltissimi ma più numerosi degli intermediari) prendevano il 27%. Infine, migliaia di pusher ottenevano il 57% del valore finale della cocaina.

L’Organizzazione degli Stati americani stima che il valore che resta alla fine della filiera costituisca circa i due terzi del totale. Dunque, è a livello di intermediari e di traffico nel Paese consumatore che si ridistribuisce il grosso dei guadagni del mercato della coca, mentre i coltivatori restano esclusi dai grandi affari.

Commercio e prodotti tipici

In messicano si dice mota. È la droga più consumata al mondo, specialmente tra i giovani, e ne hanno fatto uso oltre 192 milioni di persone nel 2016, il 16% in più rispetto a dieci anni prima. La coltivazione, la vendita e l’uso ricreativo della marijuana sono legali in nove Stati americani e nella città di Washington. In Messico, invece, è consentito l’uso per fini medicinali dal 2017. Un grammo al dettaglio può costare 11 dollari a Boston, 8 a Los Angeles e 4 in Uruguay, tutti luoghi in cui è permessa; in Messico o a Dublino, dove è vietata, costa rispettivamente un dollaro e 20 dollari.

54 milioni di persone nel mondo hanno usato almeno una volta un derivato dell’oppio. La produzione di oppiacei, tra cui eroina e morfina, è cresciuta moltissimo negli ultimi anni, registrando nel 2017 un aumento del 65% solo rispetto all’anno precedente. La maggior parte dei 190mila decessi prematuri ed evitabili per consumo di droghe è imputabile agli oppiacei. Il Paese leader indiscusso nella produzione è l’Afghanistan, che detiene una quota di superficie coltivata a oppio pari al 75% di quella mondiale. Un grammo di eroina, nel 2016, costava circa 150 dollari negli Stati Uniti, 70 in Inghilterra, 55 in Italia.

Il mercato della cocaina(32), droga derivata dalle foglie della pianta di coca, conta su un totale di circa 18 milioni di potenziali consumatori. La chiamano perico, polvo, nieve o blanca in spagnolo. Il principale produttore è la Colombia, con circa il 69% delle superficie totale mondiale, e gli altri sono il Perù e la Bolivia. Dal 2013 al 2016 la produzione di cocaina è aumentata del 56%. Il prezzo al dettaglio di un grammo si aggira intorno ai 100 dollari negli Stati Uniti e ai 90 in Italia e Germania. In Colombia costa solo 2 o 3 dollari e in Messico di circa 10, ma ovunque i prezzi variano a seconda della purezza.

Dette drogas de diseño, sono sostanze fabbricate in laboratorio, diverse dunque dagli allucinogeni naturali come la mescalina e la psilocina estratti da cactus e funghi. 34 milioni di persone hanno utilizzato anfetamine e stimolanti simili prescritti dal medico, mentre sono 21 milioni i consumatori di ecstasy, o Mdma. La sintesi continua di nuove sostanze psicotrope rende complicata la loro identificazione, e molte “nuove droghe” raggiungono il Messico dalla Cina sfruttando i vuoti normativi. Vengono normalmente sintetizzate e lasciate allo stato liquido, per poi essere trasportate oltre il confine, cristallizzate e smerciate a 60, 80 dollari al grammo.

Personaggi di spicco

Miguel Ángel Félix Gallardo, “El Padrino” o “El jefe de jefes”

Nasce nel 1946 a Culiacán. In gioventù entra nella polizia giudiziaria del Sinaloa e lavora come “madrina”, cioè come infiltrato nel mondo criminale e spia. Negli anni Sessanta diventa la guardia del corpo dei figli del governatore statale Leopoldo Sánchez e comincia a organizzare la rete logistica del contrabbando di stupefacenti. Lavora con il capo Pedro Avilés, gestendone la contabilità criminale, ed è visto in società come uno stimato imprenditore, azionista e consigliere di banche importanti. Mantiene un profilo pubblico discreto e diventa uno dei maggiori benefattori dell’Università pubblica del Sinaloa. Apprende dai colombiani come trasportare la droga in piccoli aeroplani e crea un ponte aereo tra Sud, Centro e Nord America. Fonda l’organizzazione che la Dea identifica con il nome di Cartello di Guadalajara e, in collaborazione con Caro Quintero ed Ernesto Fonseca, diventa il padrino del moderno business del narcotraffico in Messico, con un patrimonio di 50 milioni di dollari. Arrestato nel 1989 per l’omicidio dell’agente Dea Enrique Camarena, nel 2018 ottiene gli arresti domiciliari per finire di scontare una condanna a 37 anni di reclusione.

Rafael Caro Quintero, “El narco de narcos”

Nasce da una famiglia umile a Badiraguato, Sinaloa, nel 1952. Grazie alla collaborazione con coltivatori di papavero e marijuana e con il boss Pedro Avilés, Caro Quintero diventa una promessa del business agroindustriale applicato alla cannabis ed elabora una sua versione di marijuana senza semi che spopola in California. Si fa conoscere per i suoi eccessi, l’amore per il lusso e le laute donazioni alle amministrazioni comunali della sua terra. Viene arrestato in Costa Rica nel 1985, in compagnia della diciassettenne Sara Cossio, figlia del futuro governatore del Sinaloa. Condannato a 40 anni per il caso Camarena e per narcotraffico, ottiene inaspettatamente la libertà il 9 agosto 2013, grazie alla sentenza di un tribunale del Jalisco, lo stato in cui si trova Guadalajara. Pochi mesi dopo, la Dea torna a fare pressioni sul governo messicano e vengono spiccati nuovi ordini di arresto contro di lui. Il “narco dei narcos” è ancora latitante, ma è raggiunto per ben due volte dalla giornalista Anabel Hernández(33), che lo intervista per il periodico Proceso. La Dea lo accusa di dirigere ora il cartello di Sinaloa, un’ipotesi che l’ex boss ha smentito categoricamente.

Ernesto Fonseca Carrillo, “don Neto”

Classe 1930, originario di Badiraguato, Sinaloa. Insieme a Félix Gallardo assume il controllo dell’organizzazione dello storico capo Pedro Avilés quando questi viene assassinato nel 1978. Arrestato a Puerto Vallarta dall’esercito messicano nell’aprile del 1985, viene condannato a 40 anni di reclusione per l’omicidio dell’agente Camarena e del suo pilota. Nel 2016, è uscito dalla prigione di Puente Grande, nel Jalisco, e ha ottenuto i domiciliari per problemi di salute. Nel 2017 un giudice di una corte federale messicana lo ha condannato a pagare un indennizzo da un milione di dollari alle famiglie di Camarena e del pilota Alfredo Zavala. Don Neto è lo zio dei fratelli Amado e Vicente Carrillo Fuentes, alias “El señor de los cielos” e “El Viceroy”, capi del Cartello di Juárez negli anni Novanta e Duemila.

Amado Carrillo Fuentes, “El señor de los cielos”

Nasce nel 1954, a Navolato, Sinaloa. È il primo di otto fratelli, figli dei commercianti Vicente Carrillo e Aurora Fuentes e nipoti di Ernesto Fonseca, Don Neto. Quando la famiglia si trasferisce a Guamuchilito, Vicente entra in contatto con il mondo della coltivazione e del traffico della marijuana, molto radicata in quella zona, e poi entra nella Direzione federale della sicurezza, l’Fbi messicana, agli ordini del comandante Rafael Aguilar Guajardo, fondatore del Cartello di Juárez. Amado lavora per suo zio Félix Gallardo e per Pablo Acosta, boss importante della città di Ojinaga, nel Chihuahua. Quando, nel 1987, Acosta viene assassinato, Amado prende il suo posto. Intanto si dedica anche a fare figli, ben dieci, con le sue due mogli. Il mito del Signore dei Cieli nasce quando Amado Carrillo investe in una flotta di aerei e fonda l’impresa Taxceno, Taxi Aereo del Centro Nord, per coprire le sue attività. Grazie ai suoi velivoli e alla costruzione di piste clandestine comincia a macinare dollari trafficando cocaina e solcando i cieli della frontiera tra Messico e Stati Uniti. Viene arrestato e torturato dalla polizia nel 1989 e resta in prigione alcuni mesi, con tutti i lussi e i privilegi che può pagare agevolmente. Il 4 luglio 1997 Carrillo Fuentes, di ritorno a Città del Messico per un’operazione chirurgica al viso che gli cambierà letteralmente i connotati, muore dopo l’operazione per un’overdose di anestetizzanti e ansiolitici. I tre dottori che lo hanno operato vengono assassinati nei mesi seguenti. Intanto si diffonde la leggenda secondo cui Amado Carrillo non sia morto, ma si sia ritirato dal narcotraffico, godendosi il suo nuovo volto e le case acquistate durante il suo tour sudamericano.

Isabella Bautista, “Reina del Sur”

Il personaggio di Narcos non può che ispirarsi al best-seller La Reina del Sur (La regina del Sud) dello scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte, la cui protagonista è Teresa Mendoza, una donna che, dopo essere stata l’amante di un narcotrafficante, si fa strada da sola nel mondo criminale e costruisce un impero. Teresa, nella serie, è interpretata dall’attrice messicana Kate del Castillo. Un’altra ispirazione può venire dalla figura di Sandra Ávila Beltrán(34), ribattezzata dai media La Reina del Pacífico, amica di famiglia del capo dei capi, Félix Gallardo, e frequentatrice di prominenti boss del triángulo dorado negli anni Ottanta. Accusata di riciclaggio, narcotraffico e intermediazione tra il cartello di Sinaloa e il colombiano del Norte del Valle, viene arrestata nel 2007 in seguito al sequestro di un carico di 9 tonnellate di coca di proprietà del suo compagno, il colombiano Juan Diego Espinoza, detto El Tigre. Rimane in prigione fino al 2012 e poi è estradata negli Stati Uniti e incarcerata per altri tre anni. Nel 2015 viene liberata e ora vive a Guadalajara. Viene scagionata dalle imputazioni più gravi, anche se ha scontato quasi sei anni di reclusione per aver assistito il suo compagno nel traffico di cocaina.

Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, “El Chapo”

Nasce a Badiraguato, Sinaloa, nel 1957, da una famiglia di umili contadini che hanno undici figli e poche possibilità di farli studiare oltre le elementari. Joaquín passa l’adolescenza tra i campi con il padre e il nonno, impara a coltivare e vendere la amapola, il papavero da oppio, e si arruola al servizio del capo dei capi Félix Gallardo. Dal primo matrimonio con María Alejandrina Salazar nascono cinque figli e altri quattro dal secondo, con Griselda López. Dopo l’arresto del Padrino Guzmán si allea con Ismael El Mayo Zambada e consolida la sua organizzazione nel Sinaloa. E continua a farlo agevolmente anche dalla prigione di Puente Grande, dove viene rinchiuso nel 1993 per l’omicidio dell’arcivescovo Juan Jesús Posadas Ocampo. Qui vive come un pascià, tra donne, whiskey e festini. Riesce anche a fidanzarsi con una delle cinque donne detenute nella prigione, Zulema Hernández. Nel 2001, nascosto in un carrello della lavanderia e protetto da un network ben pagato di funzionari, politici e poliziotti, evade.

Nel febbraio 2014, El Chapo viene catturato in un hotel a Mazatlán, località turistica del Pacifico, ma resta dentro meno di un anno e mezzo. Infatti, a luglio 2015, evade clamorosamente attraverso un tunnel lungo 1500 metri scavato sotto la prigione di massima sicurezza El Altiplano. Questa volta la latitanza dura poco. Il 2 ottobre gli attori Sean Penn e Kate del Castillo fanno visita al capo in una sua villa tra le montagne del Sinaloa, cenano insieme e lo intervistano. In un reportage su Rolling Stone(35), Penn racconta che per arrivare alla residenza del Chapo hanno dovuto passare un posto di blocco militare, il che mette in imbarazzo le autorità messicane e statunitensi. L’8 gennaio 2016 Guzmán torna in prigione e un anno dopo il governo concede l’estradizione negli States dove è processato per riciclaggio, omicidio e narcotraffico.

Enrique “Kiki” Camarena

Ex marine naturalizzato americano(36) ma nato a Mexicali, Messico, nel 1941. A inizio anni Ottanta opera sotto copertura come agente della Dea e si trasferisce, insieme alla moglie e al figlio, a Guadalajara, per infiltrarsi e ottenere informazioni strategiche sul cartello di Félix Gallardo, Caro Quintero e Fonseca Carrillo. Grazie ai voli di perlustrazione del suo pilota di fiducia, Alberto Zavala, scopre il rancho di Caro Quintero, coltivato a marijuana, e ne smantella la produzione con un’operazione coordinata tra autorità messicane e americane. “Kiki” viene sequestrato da agenti della Dfs messicana la mattina del 7 febbraio 1985, a pochi metri dal consolato americano, mentre si reca a far colazione con la moglie, che non lo rivedrà mai più vivo.

Guillermo González Calderoni

Nasce a Reynosa, nel Tamaulipas, nel 1948, da una famiglia benestante. La madre era un’italoamericana sposata a un importante dirigente della compagnia petrolifera statale Pemex. Guillermo studia nelle migliori scuole, impara inglese e francese e da giovane fa l’allevatore, l’editore e poi il comandante della polizia a Monterrey, Ciudad Juárez e nel Chiapas. In questi anni crea le relazioni con i trafficanti di droga di mezzo Messico, il che gli permette di accumulare milioni di dollari in cambio della protezione ufficiale. Nel 1987 lancia un’operazione contro il trafficante Pablo Acosta, leader a Ciudad Juárez, ma, anziché essere catturato, il boss viene ucciso da un solo colpo alla testa. Si dice che lo stesso González abbia ordinato o eseguito la sentenza di morte per spianare la strada ad Amado Carrillo.

Il poliziotto riceve l’ordine del presidente Salinas de Gortari, a sua volta spronato dalle pressioni statunitensi, di arrestare Miguel Ángel Félix Gallardo, El Padrino, per l’omicidio dell’agente Dea “Kiki” Camarena, approfittando dell’amicizia che ha mantenuto negli anni con il capo del cartello di Guadalajara. Porta a termine la sua missione il 6 aprile 1989, supportato da cento dei suoi uomini, e fa imprigionare il boss, ex amico tradito e beffato. Negli anni seguenti, Guillermo González, avvicinatosi alla Dea, continua a mandare negli States i criminali che gli vengono richiesti, usando metodi legali e illegali, senza farsi alcun problema.

Nel 1994, a 46 anni d’età, viene arrestato a McAllen(37), Texas, con le accuse di arricchimento illecito, tortura, contrabbando e abuso di autorità. Il Messico ne chiede l’estradizione, ma buona parte delle accuse cade, e l’ex poliziotto diventa collaboratore di giustizia per la Dea. Nel 2002 lancia una grave accusa contro l’ex presidente Salinas. Dice che il politico l’avrebbe assoldato per assassinare un suo avversario politico, Cuauhtémoc Cárdenas, un esponente del partito progressista che aveva corso contro di lui alle elezioni del 1988, poi risultate truccate. Nel 2003, Guillermo González Calderoni viene ucciso con un colpo di pistola al collo, che con facilità riesce a trapassare i vetri scuri della sua Mercedes. Calderoni è stato tra i personaggi più controversi della trama narcopolitica(38), tra i manovratori occulti della scacchiera criminale messicana, un gestore di quelle zone franche(39) in cui pezzi dello Stato garantiscono l’esercizio degli affari illeciti e ne ricevono i relativi compensi.

NARCO-CULTURA:
UN UTILE GLOSSARIO

Basuco (o bazuco, paco)

Letteralmente significa base, pasta base. È una droga popolare a buon mercato, dagli effetti e modi di assunzione simili al crack, che si ricava dai resti e dalle croste depositate sul fondo delle pentole in cui si prepara la cocaina. È composta da alcaloidi della foglia di coca non raffinati e mischiati con acetone, acido solforico, caffeina o bicarbonato.

Churro

Letteralmente, “pastella fritta”, un spuntino dolce di forma cilindrica spolverata di zucchero. In Messico significa anche “sigaretta” di marijuana o hashish (canna) e i sinonimi sono gallo o porro. La marijuana è nota anche come pastura, mota, yerba, yesca, mois. È comune il churro in versione pura, ovvero senza tabacco, o acquistabile già pronto (listo y puro) per 10 o 20 pesos, tra 50 centesimi e un euro.

Cuerno de chivo

La traduzione letterale è “corno di capretto” ed è il nome colloquiale in messicano con cui si chiama il mitragliatore AK-47, anche detto Kalashnikov, una componente essenziale dell’immaginario del narcotraffico. Insieme al fucile d’assalto semiautomatico AR-15 e alle pistole calibro 38, il cuerno de chivo è tra le armi più sequestrate dalla polizia e provenienti in gran parte dagli Stati Uniti.

Cristal

È una droga sintetica, della famiglia degli stimolanti di tipo anfetaminico. Il Messico è il numero uno nella sua produzione e distribuzione. Le organizzazioni criminali del Sinaloa controllano buona parte del mercato di pseudoefedrina e metilamina, i principi attivi usati per creare il cristal. Secondo le autorità gli stati messicani in cui ci sono più laboratori di metanfetamina sono Michoacán, Jalisco, Estado de México e Guanajuato. Esistono varie parole per riferirsi a questa droga, tra cui ice, hielo, crico, cristo, met, speed. Un globito (letteralmente, pallina) di met contiene 125 o 250 milligrammi di sostanza di colore bianco, giallo o turchese.

Ford Grand Marquís

Automobile di lusso prodotta dalla Mercury, del gruppo Ford, tra il 1983 e il 2011. Pare fosse molto apprezzata dai capi del cartello di Guadalajara. Negli anni Ottanta è considerata uno status symbol assoluto e, tra il 1984 e il 1985, Caro Quintero arriva a comprarne una quarantina per farne regalo ad amici, parenti e poliziotti corrotti. La banda del Marquís negro(40) è il titolo del corrido della band Los zafiros del Norte che parla proprio della “banda di narcos e poliziotti” che “rapì in pieno giorno” e assassinò l’agente della Dea Enrique Camarena.

Gomeros

È un termine utilizzato in Messico per definire chi incide il frutto del papavero da oppio per stillarne la “gomma”, vale a dire il suo lattice prezioso da cui si ricavano morfina ed eroina. Negli anni Cinquanta era una professione già piuttosto comune nel Sinaloa, Durango e Chihuahua e i coltivatori erano anche conosciuti come “gangsters con i sandali”.

Jesús Malverde

È il santo che più è stato accostato alla cultura del narcotraffico in Messico, popolarissimo nel Sinaloa e venerato anche in Colombia e negli Stati Uniti. La sua figura assomiglia a quella del mitico attore messicano Pedro Infante, e la leggenda vuole che fosse una specie di Robin Hood che distribuiva il suo bottino ai poveri.

Mordida

Letteralmente significa morsicata, ma indica una mazzetta. Si usano anche i termini coima, tajada, balacada, pringón, culatazo, matraca. Propina si usa in portoghese brasiliano. La parola propina, in Messico, significa invece “mancia” ed equivale a circa il 10% del conto. La mordida si riferisce in genere a basse somme, dai 50 pesos (2 o 3 euro) ai 500 pesos, e sono soliti riceverla i poliziotti locali e gli agenti di transito. Per la corruzione ai livelli più alti, e per somme più ingenti, si parla invece di soborno.

Narco-Junior

Un junior è generalmente un giovane rampollo dell’élite socioeconomica messicana. Quando è usato con il prefisso “narco”, il termine si riferisce ai figli dei boss che, viste le loro ricchezze familiari, possono vivere nel lusso, risiedere tra Stati Uniti e Messico e fare dell’opulenza e dell’ostentazione uno stile di vita permanente. Spesso studiano all’estero nelle migliori scuole, per arrivare, un giorno, a condurre gli affari di famiglia con ottica imprenditoriale.

Narcocorridos

Rappresenta un sottogenere della musica folcloristica messicana norteña (del Nord), sviluppato sul modello del corrido tradizionale del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo. Si tratta di ballate accompagnate dalla fisarmonica, parte di una tradizione orale musicata con fini informativi, narrativi e persino sovversivi. Narra le gesta di personaggi reali(41) o mitici, come combattenti, rivoluzionari, migranti e contrabbandieri, seguendo sempre la medesima struttura: saluto d’esordio dell’autore e prologo della storia, narrazione della vicenda, commiato e morale finale.

Santa Muerte

È una santa che non si trova sul calendario, dato che è proibita dalla Chiesa e osteggiata dagli alti prelati messicani. Rappresenta una devozione popolare(42) e sincretica diffusa non solo in Messico, ma anche in Centro e Sudamerica, negli Stati Uniti, in Paesi europei e asiatici. La Santissima Muerte(43), detta affettuosamente Flaquita, magrolina, o Niña Bonita o Blanca, bimba carina o bianca, è raffigurata attraverso l’immagine medievale dello scheletro vestito con un saio francescano, la falce in una mano, il mondo o una bilancia nell’altra e un gufo ai suoi piedi.

7 ANTI-LUOGHI DEL NARCOTRAFFICO

Tijuana. Vibrante città della Bassa California con 1,7 milioni di abitanti è parte dell’area metropolitana spartita tra Messico e Stati Uniti di San Diego-Tijuana. È nota nella storia del narcotraffico per la presenza dell’organizzazione criminale della famiglia Arellano Félix o Cártel de Tijuana, dominante nella regione grazie alla posizione strategica. Il gruppo è ora diretto da una donna, la jefa Enedina Arellano Félix, sorella imprenditrice di Benjamín, Eduardo, Javier e Ramón, boss degli anni Ottanta e Novanta, oggi morti o in prigione.

Guadalajara, la perla tapatía; elegante capitale dello stato del Jalisco e seconda città del Messico per grandezza e numero di abitanti, base operativa dei gruppi criminali del Sinaloa durante gli anni Ottanta. I suoi cittadini sono i tapatíos e La perla è nota in tutto il mondo per via dall’agave azzurra che cresce nelle campagne circostanti, da cui si produce la migliore tequila del Paese. È anche la terra dei mariachi, i musicisti folcloristici vestiti da charros, col tipico enorme sombrero, che vengono chiamati a partecipare a feste private, cerimonie e ristoranti per cantare le loro serenate. Attualmente, è uno dei centri operativi dell’organizzazione paramilitare e criminale Cártel Jalisco Nueva Generación(44).

Il cimitero Jardines de Humaya, a Culiacán: in questo camposanto, sito nel bulevar Emiliano Zapata, ci sono tombe con aria condizionata, wi-fi, stanze da letto e soggiorni, videocamere di sicurezza, bagno e rifiniture d’oro e legno pregiato. I mausolei opulenti di alcune famiglie dei capi del narcotraffico del Sinaloa, come Arturo Beltrán Leyva, Ignacio Coronel o Arturo Guzmán, fratello del Chapo, possono costare fino a sei milioni di pesos, 300mila euro. Non ci sono targhe con i nomi delle famiglie per evitare atti vandalici.

La Torre Miramar a Mazatlán: in questo edificio di lusso sul mare, una delle perle turistiche del Sinaloa, fu catturato dalla polizia federale, il 22 febbraio 2015, il boss Chapo Guzmán. Da allora è diventata parte dei “narco-tour” e meta delle visite dei curiosi della mitologia legata a questo mondo.

Il pueblo di Badiraguato, Sinaloa: è il cuore del “triangolo dorato”, zona di coltivazione di marijuana e papavero da oppio, ma qui ufficialmente la povertà colpisce il 75% della popolazione. Nella mitologia del narcotraffico questo paesino di 32mila abitanti è paragonabile alla siciliana Corleone, in quanto ha dato i natali a numerosi capi storici delle organizzazioni criminali locali come Joaquín El Chapo Guzmán e Ismael El Mayo Zambada.

Il rancho “El Bufalo”, Chihuahua: si tratta della tenuta (12 Km2 d’estensione) di Caro Quintero, poi smantellata, in cui erano impiegati 12mila contadini per la produzione della famosa marijuana senza semi ideata dal trafficante.

La cappella di Jesús Malverde a Culiacán: ubicato a pochi metri dalla sede del Comune, in pieno centro città, questo mini-tempio di 100 metri quadrati è dedicato al santo popolare Malverde. Jesús Malverde è considerato il protettore dei narcotrafficanti, e la cappella di Culicán a lui dedicata ospita anche statue della Santissima Muerte.

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