Ecco chi c’è dietro i video di life-hacking che ti ipnotizzano e intasano la tua bacheca Facebook - The Vision

Nei momenti di noia e di scrolling compulsivo, non è raro imbattersi su Facebook nei video di “5-Minute Craft” o di “Bright Side”, compilation di “life hack”, lavoretti e improbabili tutorial che partono in automatico nella sezione Facebook Watch. In quei video c’è qualcosa di strano: le situazioni rappresentate sono ai limiti dell’assurdo, gli attori sempre gli stessi, le musichette brutte e ripetitive. Eppure hanno una qualità ipnotica, per cui non è raro arrivare a guardare sette, otto minuti di un video senza quasi rendersene conto, alla faccia di chi sostiene che dopo otto secondi perdiamo qualsiasi interesse verso ciò che stiamo leggendo o guardando. Se qualcuno ha provato a forzare l’algoritmo per eliminare i video di “5-Minute Craft” dallo stream, si sarà accorto che è un’operazione più difficile di quanto si pensi. Magari puoi liberartene per un po’, ma se un giorno per sbaglio ne guardi anche solo un pezzettino, puoi star certo che ricominceranno a perseguitarti.

Anche YouTube è invasa da contenuti di questo tipo. Il quinto canale per iscrizioni, con 65,5 milioni di iscritti, è proprio “5-Minute Craft” che, secondo Social Blade, monetizza dai 60 ai 920mila euro al mese con i suoi video assurdi. I video che si trovano su YouTube sono gli stessi di Facebook, anche se in questo caso quello che colpisce sono i titoli e le thumbnail, i primi una serie di esclamazioni sconnesse in capslock, le seconde immagini photoshoppate e dai colori fluo. Spesso le immagini in anteprima non hanno alcun nesso col contenuto del video. Anche “Troom Troom”, con le sue 17,2 milioni di iscrizioni, è diventato un fenomeno di internet: in questo caso i video sono più strutturati. Il target sembra essere quello dei bambini e dei preadolescenti, c’è un minimo di “trama” e una voce fuori campo illustra le situazioni inscenate. I dialoghi sembrano scritti con Google Translate, o più in generale sembra che tutto sia stato elaborato da una sorta di traduttore automatizzato dei comportamenti umani.

Le gag sono forzate, innaturali, quasi stranianti. Perché una persona vorrebbe mettere delle uova al tegamino su un cactus? O creare un rossetto al formaggio? Chi si taglierebbe una ciocca di capelli di 15 centimetri per ricavarne un minuscolo pennello? Qualcuno ha voluto scavare più a fondo e capire qualcosa di più sull’origine di questi strani video. Vox, notando che molte delle confezioni di snack mostrate nei video avevano etichette in cirillico, è stato tra i primi siti a indagare il “mistero di Troom Troom” nel 2018: dalla geolocalizzazione dei video sembra vengano realizzati a Odessa, mentre il sito è intestato al cittadino ucraino Eugene Miroshnykov, anche se non si sa molto altro. “5-Minute Craft” e “Bright Side” fanno invece parte, insieme ad altri canali, dell’agenzia media russa The Soul Publishing, di proprietà di Pavel Radaev e Marat Mukhametov.

Ovviamente non appena gli americani sentono parlare di russi che producono contenuti per il web, scatta l’allarme complotto. Lo scandalo Cambridge Analytica prima e il Mueller Report poi, sulle evidenti ma mai formalmente confermate influenze della propaganda russa nelle Presidenziali del 2016, hanno mostrato a tutto il mondo quanto l’informazione su internet possa essere manipolata, spesso attraverso una facciata di innocenza. Come mostra bene il documentario del 2019 The Great Hack, la strategia di Cambridge Analytica partiva proprio dal cosiddetto internet del “stuplime”, parola creata dall’unione di stupido e sublime. Gli elettori venivano schedati attraverso contenuti stupidi, come i test per scoprire che verdura sei o a quale celebrità assomigli, e poi manipolati con strumenti di propaganda sofisticati e appunto “sublimi” attraverso la continua esposizione a messaggi politici pro Trump, anche questi ben nascosti da contenuti leggeri, come fotomontaggi di Hillary Clinton, video satirici e meme.

Al momento, sembra che Troom Troom e TheSoul Publishing siano semplicemente quello che sembrano: enormi e lucrative agenzie digitali che hanno scoperto la formula perfetta per “rompere internet”: produrre a raffica contenuti e lasciare che l’algoritmo faccia il resto. In alcuni casi video di canali minori di TheSoul Publishing (ora rimossi) hanno espresso visioni storiche filorusse e anti statunitensi, ma nulla di più. Rimane comunque un aspetto inquietante in tutto questo, ovvero l’impressione che i contenuti siano costruiti con la stessa logica delle famigerate troll farm russe e polacche: questi video sono pensati per attirare l’attenzione (nel bene o nel male, non importa) suscitare incredulità, a volte persino disgusto e indignazione. Non hanno alcuna pretesa di essere belli, interessanti o in qualche modo educativi, nonostante il loro obiettivo dichiarato sia proprio quello di insegnarci trucchetti e consigli per affrontare gli imprevisti quotidiani. Sembrano davvero creati da chi ha studiato dall’esterno il comportamento degli “occidentali”, provando a riprodurlo come se si trattasse di un esperimento di laboratorio. I crucci dei protagonisti dei video di “5-Minute Crafts” sembrano un saggio sociologico postmoderno sui famosi “first world problems”: apparire più magri, cucinare qualsiasi cosa al microonde, ridurre al minimo la fatica delle faccende domestiche. Tutto il resto è affidato all’automazione: i titoli sono strani perché generati da un’intelligenza artificiale, ed è plausibile che lo stesso avvenga per le “sceneggiature” (e questo spiegherebbe la loro assurdità). Viene poi tutto buttato nell’algoritmo, senza alcuna gerarchia: sarà lui a decidere cosa funziona e cosa no.

C’è un precedente in questa storia. Nel 2017, il blogger James Bridle aveva scritto un lunghissimo articolo su Medium intitolato “Something is wrong on the internet” (poi finito nel suo fortunato saggio Nuova era oscura) in cui esprimeva preoccupazione per l’enorme quantità di video di cartoni animati generati automaticamente presenti su YouTube, che mostravano contenuti disturbanti (ad esempio, i personaggi Disney che si scambiavano la testa) se non addirittura violenti, come il famoso video di Peppa Pig torturata da un dentista. La riproduzione automatica di YouTube faceva finire questi contenuti nello stream di video che spesso i bambini venivano lasciati a guardare dai genitori senza alcuna supervisione. La grande indignazione di questa “scoperta” (che avrebbe potuto fare qualsiasi genitore attento, ma questo è un altro discorso) ha portato a un controllo molto severo da parte di YouTube dei contenuti per bambini e alla creazione di YouTube Kids, dove ogni video viene approvato manualmente.

Il fatto che questi hub digitali siano diventati così potenti – e talvolta nocivi – dovrebbe farci riflettere sulla direzione in cui sta andando il web. Internet è nato come un sogno comunitario, uno strumento grazie al quale tutti saremmo diventati intelligenti e colti, grazie al mutuo e libero scambio di informazioni e conoscenze. Molti progetti, Wikipedia in primis, sono nati con questo spirito utopico. Ma sin dall’inizio internet è stato anche quello delle cazzate, dei gattini, dei video scemi e dei meme. Tutto quello che fa parte di questa immensa, nuova, cultura popolare è destinato a diventare parte dell’enorme “enciclopedia umana”, che gli studi culturali definiscono “rizomatica”, che verrà conservata per sempre. E infatti molti di questi contenuti negli anni sono diventati oggetti di critica, attenzione e spesso anche rivalutazione estetica. Quello che in un primo momento è una delle mille cazzate di internet diventa importante: dopo la chiusura di Vine nel 2017, i vines sono diventati un culto perché hanno segnato un nuovo passo nella creatività del web (e infatti molti considerano l’app l’antesignana di Tik Tok). Ma quello che differenzia quei contenuti dai video di TheSoul Publishing e delle altre agenzie simili, è che per quanto “stuplime”, dietro ogni Vine, ogni meme, ogni video su YouTube c’è il lavoro e la genialità di un qualche anonimo creativo che si è impegnato per fare qualcosa di unico, divertente e memorabile. Ovviamente anche dietro questi post c’è la volontà di “rompere internet” e diventare virali, ma non quella di intasare l’algoritmo con contenuti mediocri per fare più soldi possibile.

“Ogni mossa che facciamo sul web viene tracciata, trasformando le nostre peregrinazioni digitali in serie di dati. Davvero le nostre vite online – intersezioni tra la carne e la macchina – sono festini quotidiani di consumo digitale estremo”, scrive il poeta e docente universitario Kenneth Goldsmith nel suo saggio Perdere tempo su internet. Goldsmith usa la metafora degli zombi: non perché, come sostengono boomer e detrattori della rete vari, gli smartphone ci hanno resi tali, ma perché nella cinematografia horror queste creature vengono “consumate nell’atto di consumare”. È quello che ci accade su internet: guardando, condividendo e mettendo like a questi video contemporaneamente siamo tracciati e profilati per stimolare un nuovo consumo attraverso la pubblicità. Se prima i contenuti stupidi erano fatti con il solo scopo di essere stupidi, di strapparci una risata e anche di fare il botto in termini di visualizzazioni o condivisioni, oggi questo meccanismo si è rotto per inserirsi in quello che James Bridle chiama “spazio della carne”, l’infiltrazione di internet nelle nostra dimensione fisica.

Kenneth Goldsmith

Probabilmente dietro i video di “life hack” che ci propone l’algoritmo non si nasconde alcuna operazione mondiale di propaganda e manipolazione mentale, ma di certo questi video che ci ritroviamo a guardare svogliatamente interferiscono con la nostra vita, i nostri gusti e le nostre emozioni. Mentre eravamo occupati a lanciare strali contro gli influencer e gli YouTuber “fannulloni” non ci siamo accorti che l’automazione stava prendendo il controllo di internet, riempiendolo di contenuti sterili che schiacciano la creatività del singolo. Certo non dobbiamo nemmeno fare l’errore di dare la colpa soltanto alla neutralità dell’algoritmo, dimenticandoci che dietro ogni tecnologia c’è sempre qualcuno che la crea e la utilizza con intenti e scopi ben precisi, e che ci sono delle infrastrutture tecnologiche ma governate da esseri umani, come Google, che hanno delle responsabilità.

Nietzsche diceva che se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te. Figuriamoci cosa succede ora che l’abisso è generato da un algoritmo.

Segui Jennifer su The Vision | Facebook
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: