La trap spiegata ai bianchi

Nonostante la trap vada di moda, pochi artisti possono vantare la diffusione e i numeri macinati da Sfera Ebbasta, Capo Plaza, la Dark Polo Gang e Ghali. Il motivo del loro successo non sta solo nella musica che fanno, ma anche nell’immaginario ben preciso che rappresentano. Gionata Boschetti, nato a Cinisello Balsamo nel ’92, incarna il “ragazzo del blocco” che ce l’ha fatta, riuscendo nella scalata che dalle periferie l’ha portato in cima alle classifiche. Un’ascesa simile a Sfera è quella di Luca D’Orso, salernitano classe ’98, un giovane del Sud che “non aveva niente a parte un sogno”.

Per la Dpg il discorso è diverso ed è basato sull’assurdità dei personaggi e della loro narrazione, priva degli aspetti di riscatto sociale – tutti i membri del gruppo, infatti, sono figli della borghesia. La particolarità di Ghali, invece, è quella di rappresentare il ragazzo afro-italiano, l’italo-tunisino che nella propria musica esprime l’incontro fra due culture.

In tanti hanno preso come un insulto i due Rolex indossati da Sfera sul palco del Primo maggio, ma nessuno avrebbe criticato Ghali se al Concertone avesse indossato un completo Balenciaga.

Sfera Ebbasta
Ghali

Il musicista è stato recentemente intervistato da Roberto Saviano, che lo dipinge come il simbolo dell’integrazione: “È altissimo, sta fumando una sigaretta sul balcone, ha un viso dolce, un’eleganza impacciata. Una lieve timidezza da ragazzino e una malinconia che torna come un’ombra.” Dopo il tentativo di comprendere la grammatica dei giovani e di capire come cambiano i loro consumi culturali, Saviano conclude il racconto con un monito: “Quando l’intervista finisce ci abbracciamo e andiamo via dopo una pioggia di selfie e foto. SuperGHALIfragilistichespiralidoso ripeto nella mia mente e sorrido. Bravi ragazzi, forse nemmeno siete consapevoli del talento che avete. Ghali è un dono che nasce quando il Paese ne ha più bisogno.” Ghali ha l’approvazione dell’intellettuale, è oggetto dei suoi giochi di parole, è investito del ruolo di dono per il Paese. Si esprime in termini simili anche Fabio Fazio, che ha ospitato il trapper nel salotto televisivo della sinistra bene. Anche in questo caso i toni sono celebrativi, il conduttore si sofferma sul fatto che “Ghali piace i bambini” e che “ha messo la foto della mamma sulla copertina dell’album.” Il pubblico applaude come si conviene, e così il popolo della sinistra dà il suo beneplacito per una storia a lieto fine.

La parabola di Ghali, nella sua fase ascendente, ha preso la grammatica del racconto veltroniano: una storia di integrazione che assume caratteri assoluti, un feticcio da sventolare contro i populismi. Così chi crede nell’integrazione si rivolgerà a questa narrazione per veder confermate le proprie convinzioni, e si sentirà confortato, dimenticando la situazione drammatica di tutti quei ragazzi di origine straniera che in Italia non hanno avuto la stessa fortuna del trapper. Perché in realtà Ghali parla per sé e per nessun altro, e il riconoscimento della sua integrazione rientra nella dinamica del tokenismo culturale: cooptarne uno per dimenticarne cento. D’altronde è più facile bearsi della vittoria mediatica di un ragazzo piuttosto che interrogarsi sui reali rapporti di forze e sull’effettiva possibilità di cambiarli. La funzione del tokenismo è quella che di dare un riconoscimento sul piano simbolico, ci si lava la coscienza e si evita di scavare più a fondo.

Ghali sta all’integrazione come l’asterisco nelle questioni di genere sta al politicamente corretto, è “l’agnello sacrificale” del buonismo di sinistra (per tanti anni somministrato dall’asse Saviano-Fazio e inesistente nella realtà) che, in tempi di ferocia e populismi, non ha più nessuna ricaduta nel reale. Prendiamo il trailer dell’ultimo film di Veltroni I bambini sanno: in una celebrazione posticcia della schiettezza infantile, bambini di tutte le etnie vengono interrogati sui problemi della nostra società, hanno il viso pulito, abiti borghesi cool ma non troppo appariscenti, siedono in camere color pastello. Potrebbero benissimo essere i fratelli minori di quel trapper dallo sguardo dimesso e dal tono rispettoso – anche lui vestito in maniera impeccabile – incensato nel feudo di Fazio.

Se la presunta sinistra progressista si è riconosciuta in Ghali, altrettanto ha fatto lui stesso, rivolgendosi con fare reverenziale verso quei territori. Il suo immaginario è stato progressivamente raffinato, ripulito da quegli elementi “di strada” che rappresentano il nucleo fondamentale della trap. La musica ha perso profondità, adottando una serie di suoni semplici, melodie orecchiabili, prive delle asperità che possono infastidire il grande pubblico. Il primo Ghali era un mix di riferimenti e giochi linguistici: in “Dende le libere associazioni e le citazioni della cultura pop della sua generazione (i Pokémon, Dragon Ball) sono ricombinate come una sciarada, e mettono in mostra i virtuosismi del trapper senza che il pezzo perda efficacia. La melodia catchy aumenta l’aria di esercizio svagato, di progetto in potenza che può esplodere da un momento all’altro. E infatti Ghali esplode: “Wily Wily riprende un’atmosfera arabeggiante, e gli dà l’occasione per rifarsi alla cultura d’origine attraverso un testo metà arabo e metà italiano, nel quale il musicista non disdegna di inserire elementi del contemporaneo, come la crisi economica. Questa versione di Ghali è davvero interessante, perché sembra essere la voce di un ragazzo di seconda generazione, ma senza le forzature e le sovrastrutture delle prove successive.

Wily Wily

Il trapper arriva poi a magnificare l’Italia con una versione in autotune di una canzone del trio Il Volo, “Cara Italia”: brano che diventa un espediente per abbinare l’incontro fra culture con un’inverosimile estetica da cartolina. La stessa cosa succede in “Happy days”, hit nella quale la combinazione di autotune, formula compositiva e immaginario colorato appare ormai ritrita. Alcuni fan della prima ora si saranno chiesti dove fosse finito il mix sottilmente disturbante di “Ninna Nanna”, in cui Ghali raccontava i mali del successo.

Cara Italia
Habibi

Ninna Nanna

L’ultimo pezzo, “Zingarello”, aggiunge poco alle nenie ampiamente collaudate della trap, ma Ghali centra il bersaglio soprattutto con il nuovo singolo, “Peace & Love, che, firmato insieme a Sfera e prodotto da Charlie Charles, con il suo bagaglio di stereotipi si candida tra i tormentoni dell’estate, celebrando il matrimonio fra trap e mainstream. Ghali non è uno stupido, e nessuno vuole negargli una certo spessore culturale e sociale nella narrazione della doppia anima di tunisino e italiano – ma un racconto del genere dovrebbe scardinare gli stereotipi piuttosto che rafforzarli.

È interessante in questo senso il post – poi rimosso – che il trapper ha pubblicato su Instagram il giorno del suo venticinquesimo compleanno, dove ringraziava i fan per i loro auguri e a loro diceva: “Vi auguro il meglio ma non di diventare famosi.” La popolarità non è l’unico metro di paragone. Eppure non si può negare che Ghali, suo malgrado, incarni lo stereotipo dello straniero che si genuflette alle logiche del paese ospitante: un “immigrato per bene”, di umili origini, che con il duro lavoro – e la meritocrazia predisposta da altri – raggiunge i propri obiettivi. Nel suo caso però, l’integrazione passa solo dall’accettazione delle dinamiche esistenti. L’altro lato della medaglia di questo stereotipo è quello dello “straniero delinquente”: un razzismo inconscio e soft power che non si sottrae all’antinomia buono/cattivo. La pulizia estetica di Ghali viene messa in risalto dal paragone con un rapper come Laïoung: anche lui è un figlio di seconda generazione, africano di nascita ma vissuto in giro per l’Europa, dal Belgio alla Sicilia. La storia nomade di Giuseppe Bockarie Consoli, classe ’92, è complessa, e i suoi versi alternano rabbia verso il razzismo vissuto sulla propria pelle alla dolcezza ispirata dall’incontro fra culture. Il rapper nato a Bruxelles però, non ci tiene a dare un’immagine ripulita di sé. Anzi. L’intento di Laïoung è quello di mostrare un lato barocco, eversivo, l’alterità della sua negritudine.

Ricchi Dentro

In tempi di xenofobia imperante, non bisogna negare la storia edificante di Ghali. Ascoltiamola, ma non dimentichiamo le nostre armi critiche e l’esistenza di prodotti culturali più interessanti.

Un artista che parla a una comunità già sicura delle proprie convinzioni – proprio come chi segue Saviano o Fazio – non serve a molto. Ma, se per intercettare i favori del grande pubblico, il trapper deve andare a parare su retoriche già usurate, allora impoverisce il suo messaggio. Il racconto dell’integrazione è ricco di sfumature che sfuggono alla logica binaria di chi si ferma ai concetti di successo e fallimento: forse Ghali, abbagliato dal riflettore che gli puntano addosso, l’ha dimenticato.

Foto di copertina: Giuseppe Palmisano.

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