Tommaso Paradiso è il peggio degli anni 80 che avanza

Quando qualche anno fa andai a vedere i Thegiornalisti all’ormai defunto Circolo degli Artisti – luogo di ritrovo fondamentale per la formazione della gioventù romana degli anni Zero – non pensavo che ciò che mi trovavo davanti sarebbe diventato di lì a breve materiale per le classifiche pop italiane. Erano gli anni in cui la scena indipendente italiana stava per prendere definitivamente il binario dell’itpop, dando vita a quella fase contemporanea molto prolifica che fornisce scorte infinite per i cartelloni del MiAmi. Tommaso Paradiso, il tipico ragazzone di Roma Nord con la fissa per gli Oasis e il romanticismo da foto ricordo dell’estate a Fregene, era ancora uno dei tanti aspiranti artisti che si muovevano in quel limbo tra la scena da circolo Arci e la consacrazione definitiva al mondo del mainstream. Un percorso decisamente di successo, paragonabile forse per intensità della scalata a quello di alcuni dei suoi colleghi – Calcutta, Carl Brave, Coez – e che dal 2014 a oggi ha condotto il leader della band romana fino ai cancelli spalancati della notorietà trasversale. Motivo per cui non sono mancate ovviamente le critiche dei nostalgici di quel Paradiso vecchia scuola, che faceva le interviste mezzo ubriaco e sputando noccioline, che altro non era se non una versione embrionale di quello che oggi sfila per D&G.

Tommaso Paradiso nel video di Sold Out

Ciò che si rimprovera al cantante della Lazio con la fissa per Vasco Rossi, come sempre accade quando qualcuno che “conoscevi solo tu” si “vende” in favore di una carriera molto più redditizia e molto più influenzata dalle dinamiche del nazional-popolare, è di aver tradito i presupposti di questo genere musicale. Una considerazione piuttosto inutile, visto che Tommaso Paradiso ha sempre fatto ciò per cui è diventato famoso – magari con qualche consistente differenza stilistica, questo sì – ovvero canzoni pop in cui parla, fondamentalmente, d’amore. O di orge estive, ma chi dice che non si tratti comunque d’amore. E quando l’anno scorso lo abbiamo visto tra modelle in bikini al fianco di Fabri Fibra inneggiare a scenari apocalittici con ambientazioni da corrida e fiumi di alcol, la trasformazione era ormai compiuta. Paradiso non era più il “cantante indie” di Fine dell’estate, ma la fabbrica di tormentoni estivi più produttiva degli ultimi vent’anni: tra Riccione, L’esercito del selfie e Pamplona, possiamo dire che l’estate 2017 era nelle sue mani intente contemporaneamente a reggere mezzo panino a Berlino. Ma questo suo lancio nell’universo della musica che si sente anche in palestra e persino al supermercato – a differenza delle ricercatissime playlist di Spotify per gruppetti che raccontano l’intimità della vita dei fuori sede – personalmente mi lascia con un altro interrogativo, figlio anche dell’interesse con cui ho seguito la nascita di questo personaggio. Ciò che mi chiedo, infatti, è se Tommaso Paradiso ci sia o ci faccia, se questa sua gimmick da pariolino che fa parapendio e suona malinconico il pianoforte per la Matilde di turno altro non sia che una geniale tattica commerciale per fare il salto di qualità e comparire nei titoli del Corriere come personalità di cui conoscere vita privata e interessi. O se in realtà non si tratti del Forrest Gump della musica indie italiana, un fortunatissimo cantautore qualsiasi che ha inconsapevolmente cambiato il suo destino proprio per il fatto di essere l’incarnazione di un cliché, “l’ultimo romantico”.

Per destrutturare meglio il fenomeno Paradiso e tracciarne un’analisi in grado di rispondere al quesito, dunque, occorre concentrarsi su due fronti: quello della personalità pubblica del cantante – e dell’immagine che dà di sé – e quello della sua estetica musicale, che altro non è che l’emanazione diretta dell’anima creativa dell’artista di Prati. Il personaggio, come tutte le celebrità di oggi, può essere inquadrato attraverso la sua attività sui social e le comparsate in televisione, dalle quali emerge la sua volontà di spiccare non solo come un cantautore ma anche come un vero e proprio showman, uno che il successo lo ha sempre avuto nel DNA. Nell’ultimo anno, tuttavia, la sua presenza su Facebook – fino a poco tempo fa fatta di meravigliosi haiku che rispecchiavano la sua attitudine a mordere la vita – si è molto ridotta, consegnandolo definitivamente al regno prediletto delle star per la trasmissione ai posteri della propria vita privata, le stories su Instagram. Probabilmente, a contribuire alla sua dipartita dal social di Zuckerberg, come ha fatto capire in qualche intervista, ci sono stati i famosi hater, quelli che Paradiso al bar chiamerà rosiconi, colpevoli di aver invaso la sua bacheca con commenti negativi rispetto al suo cambiamento, al successo, alle racchette da tennis. Ciò non va a influire tuttavia su una certa coerenza del personaggio, che sin dall’inizio della sua carriera aveva definito bene la sua immagine improntandola su certi precisi elementi: una forte passione per la vita e per tutte le sue manifestazioni più intense – il bere, il mangiare, le donne, il calcio – e una precisa determinazione a confermare i propri riferimenti culturali. E qua si ricollega il discorso su Tommaso Paradiso forma/Tommaso Paradiso contenuto: i riferimenti culturali del leader dei Thegiornalisti, infatti, sono la materia di cui sono fatti i suoi sogni di gloria.

dal video di Completamente

A supporto del suo vitalismo sfrenato e della sua passione travolgente c’è un costante riferimento a una determinata estetica, quella degli anni Ottanta e in parte anche Novanta. I film, i cantanti, i vestiti di questa decade sono una presenza imprescindibile sia nella musica che nella vita di questo cantante: dai featuring con Jerry Calà alle cover di Maracaibo, con Tommaso Paradiso siamo perennemente immersi nelle luci abbaglianti di un Cinepanettone. Il video di Completamente, il singolo che ha decretato la svolta ufficiale dei Thegiornalisti – nonché la graduale sparizione degli altri due elementi della band, confinati a ruoli sempre più marginali – è un ben curato puzzle di immagini vintage, dai Levi’s 501 bianchi alla Luca Carboni al giro in Vespa per Roma e Ostia come in Caro Diario, mentre la musica richiama esplicitamente certi stilemi di quel periodo. Ma non era niente rispetto alle vette che si sarebbero toccate nemmeno un anno dopo: arrivati a Riccione, ci si aspetterebbe di vedere spuntare Massimo Boldi e Christian De Sica da un momento all’altro, mentre Tommaso si gode i venti caldi d’estate tra Superga consumate e serate in balera con bellezze acqua e sapone – sempre da tradizione vanziniana, la ragazza che di solito in quei film veniva doppiata.

Dopo Riccione, è toccato al featuring con Elisa, Da sola/In the night, dove gli anni Ottanta si traducono nella solita divertente e originale sequela di immagini tipiche, capelli cotonati e completino da tennis Sergio Tacchini. Ma l’apice del rimescolamento post-moderno di Tommaso Paradiso viene raggiunto nel 2018, con gli ultimi due singoli che anticipano l’uscita di un nuovo album. Questa nostra stupida canzone d’amore è praticamente una traduzione canora dell’idea di successo: la canzone è un meticoloso patchwork fatto di frammenti di hit del passato, un’opera di chirurgia di produzione musicale praticamente perfetta messa in piedi con la fusione di tutti i riferimenti paradisiani. C’è l’apertura in stile Fix you dei Coldplay, c’è la forte presenza dei vari “uh-oh” in falsetto alla Venditti, c’è la plettrata distorta alla Creep dei Radiohead o forse, più precisamente, alla Ad ogni costo di Vasco Rossi, che ritorna nel finale trionfale con il “ed è bello così” che richiama palesemente al suo “e va bene così”. E infine, con Felicità puttana, il citazionismo non viene nemmeno più amalgamato a qualche dettaglio contemporaneo, ma diventa il fulcro centrale della canzone e, soprattuto, del video. Tutto urla anni Ottanta, la casa dove la protagonista balla impugnando spazzole e fon come una perfetta ragazza di Non è la Rai, i poster, gli oggetti, i colori, i sintetizzatori snervanti che trapanano il cervello. Niente di questa canzone e di questo video è inserito senza uno specifico motivo: tutto vuole essere richiamo a un’idea estetizzata e nostalgica di un’epoca in cui Tommaso Paradiso era giusto appena nato.

Elisa e Tommaso Paradiso nel video di Da Sola/In the Night

Questa tendenza a tirare fuori dall’armadio delle vecchie stagioni tutto quello che ci sembra bello e divertente di un momento storico non troppo lontano da noi di certo non se l’è inventata Tommaso Paradiso. Il critico musicale Simon Reynolds la chiama Retromania, ed è innegabile che si tratti di un morbo che tocca un po’ tutti. È come se negli ultimi decenni del Novecento siano stati prodotti talmente tanti beni di consumo – anche culturale – da trovarci oggi in una fase di smaltimento,  e per questo ripeschiamo fuori vestiti e suoni di quei tempi, non ancora abbastanza lontani da essere reinterpretati con la giusta distanza. Tommaso Paradiso è il tipico esempio di come, con la scusa della fruizione ironica e distaccata di chi tanto lo fa “per ridere”, ci siamo ritrovati ad apprezzare e a osannare cose e persone che fino a dieci anni fa sarebbero state relegate alla cartella del proibito.

dal video di Felicità Puttana

Se nel 2008 un ascoltatore mediamente colto avesse detto che gli piaceva Vasco Rossi sarebbe stato probabilmente linciato, così come se nel 2008 qualcuno avesse parlato di Berlusconi in termini ironici. È l’ennesimo divulgatore della cultura del trash,  che con la filosofia del “e fattela ‘na risata” ha legittimato persino i cinepanettoni e Jerry Calà, che forse tra tutte le cose prodotte negli anni Ottanta – molte delle quali anche belle e interessanti – erano tra quelle meno preziose. Questa sua chiamata alle armi della rivalutazione di tutto ciò che ai nostri genitori fa accapponare la pelle perché ricorda l’imbarazzo della loro adolescenza tra giubbotti fluo e spalline di dubbio gusto è una strategia decisamente efficace, perché ci conduce con la mano nel porto rassicurante del noto, del già esplorato, della piacevole sensazione di sapere già di cosa si parla. Oppure, più semplicemente, Tommaso Paradiso non si cura della banalità della sua espressione, di quanto possa sembrare ridicolo il suo personaggio circondato da una riproduzione posticcia di un set cinematografico dove tutto richiama ai gloriosi anni del Bagaglino e del trionfo della Mediaset. E quindi il dubbio sulla sua effettiva consapevolezza, in realtà, preferisco tenermelo, fa meno paura così.

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