Sanremo è una noia mortale. Ma almeno la musica “indie” italiana è viva.

La caratteristica che accomuna quasi tutte le edizioni di Sanremo che ho visto in vita mia da quando ho memoria è che finito il festival ci si dimentica nel giro di poche ore tutto quello che si è appena visto. Riguardando i tweet dell’edizione della kermesse del 2018, mi sono resa conto di quante cose avessimo da dire sulle esibizioni, sulla conduzione e sull’andamento generale di uno degli eventi più attesi dell’anno da tutti i commentatori compulsivi di televisione, e quanto poco mi fosse rimasto davvero impresso da ricordarmene a distanza di un anno. Se la sessantottesima edizione del festival della musica italiana potessimo riassumerla in “Quella volta che abbiamo scoperto Baglioni in tv”, della sessantanovesima potremmo forse dire “Quella volta che Baglioni ha scoperto l’indie italiano e lo ha portato sul palco dell’Ariston”. Perché di Sanremo non si ricordano le canzoni – escluse giusto un paio a edizione, e non è detto nemmeno che una di queste sia quella di fatto vincente – ma più l’umore generale, l’atmosfera che assumono quei pochi giorni di febbraio in cui si condensano infiniti nomi d’autori, stacchetti comici sempre piuttosto noiosi, spot sulla bellezza della Liguria, qualche polemica e, se siamo anche fortunati, qualche bella gaffe da incorniciare per il futuro.

Alla soglia della settantesima edizione non c’è più bisogno di addentrarsi nei meandri infiniti e labirintici della legittimità esistenziale di questo spettacolo, basta prenderlo per quello che è, una vetrina annuale per artisti di musica pop italiana. E il motivo per cui i Sanremo sono tutti più o meno una copia dell’altro – e da qui la lamentela diffusa e legittima sulla sua monotonia – è che di base non c’è molto da cambiare nella loro struttura portante, per quanto di anno in anno ci si possa ingegnare con sistemi di eliminazione diversa e con mix che a volte funzionano di presentatori e presentatrici (che prima erano vallette, ma per fortuna almeno questo elemento si è estinto in più di mezzo secolo di trasmissione). L’edizione di quest’anno, infatti, ha pressoché gli stessi identici ingredienti del Sanremo di dieci, quindici o venti anni fa: una scenografia barocca e articolata, come se nessuno avesse mai avuto la fortuna di sentire la massima di Mies van der Rohe per cui “Weniger ist mehr” (“Less is more”); una serie di ospiti che intramezzano l’andamento della competizione con esibizioni più o meno soddisfacenti; scene comiche pensate appositamente per non sconvolgere troppo gli equilibri di sana e robusta costituzione democristiana della Rai; esibizione di concorrenti che spesso più che artisti pop sembrano cantanti crioconservati che vengono tirati fuori dal freezer solo in quel momento dell’anno. E così, anche nel 2019 la lista dei partecipanti offre la solita dose di rassicurante presenzialismo sanremese: Anna Tatangelo, Arisa, Francesco Renga, Il Volo, Loredana Bertè, Negrita, Nek, Paola Turci, Patti Pravo (con Briga), Daniele Silvestri e dulcis in fundo Simone Cristicchi, che mancava dalle scene ormai da molti anni e ritorna con la lacrima facile.

Fin qua niente di insolito, canzoni in pieno stile Sanremo, voci pulite da tanta esperienza sul palco o sporche da troppi anni di carriera, testi pieni di “amore”, “vita”, “mondo”, disinvoltura che comunica una certa dimestichezza con l’esperienza in prima serata senza playback. Un bacino di canzoni di cui spesso la gran parte finisce dimenticata, ma che in questi giorni rimpolpano efficacemente i palinsesti delle varie radio. Non manca, come da dieci anni a questa parte, la sezione di artisti provenienti dai talent – perlopiù reduci del Vietnam televisivo di XFactor o Amici – e che a oggi occupano quasi sempre una buona fetta della line-up: Einar, Enrico Nigiotti, Federica Carta (con Shade), Irama, Mahmood. Altra sezione invece è la miscellanea, dove rientrano artisti in accoppiate anche interessanti tra vecchi e nuovi, come Nino D’Angelo e Livio Cori, gruppi come i BoomDaBash, o cantanti emergenti o vincitori di edizioni giovani passate come Ultimo. La novità di quest’anno, dunque, è la nascita di una vera e propria nuova categoria, quella dei cantanti e delle band che non ci saremmo mai aspettati di vedere a Sanremo, noi che ascoltiamo “l’altra” musica, quella che le madri e le zie non conoscono, quella che quando spunta in prima serata su Rai Uno ti viene da pensare “Ma perché lo hanno fatto?”. Se fino a oggi infatti il reparto musica alternativa di band o cantanti che solitamente non bazzicano i palchi Rai ma che a un certo punto della loro carriera hanno deciso di fare il salto contava di massimo uno o due artisti – gli apripista di questo fenomeno dissonante potremmo dire che sono stati i Subsonica – nella sessantanovesima edizione di Sanremo non è stato così. Anzi, ce n’è quasi fin troppi di musicisti da circolo culturale che vivono al Pigneto e che rientrano nelle playlist di Spotify con titoli del tipo “Indie Italia”.

Le cose sono due: o Claudio Baglioni si è fatto una tessera Arci, o evidentemente la ragione per cui abbiamo definito l’indie con questo termine sono sbagliate. E ci è voluto Sanremo per mettere sotto i riflettori questo dato, a riprova del fatto che per quanto possa essere noioso, ripetitivo, politicamente corretto e inutilmente pomposo, a qualcosa serve. Questa edizione che come quasi tutte le altre lascerà ben poco ai posteri conta infatti della presenza non di un semplice concorrente quota alternativa ma di band come Zen Circus ed Ex-Otago, solisti come Motta e Ghemon e trapper della portata di Achille Lauro per aggiungere alla già massiccia dose di cantautorato coi capelli scapigliati e le voci sporche anche una bella iniezione di ironia postmoderna. Mai in vita mia mi era capitato di trovarmi a conoscere più concorrenti di quanti ne conoscesse mio padre, eppure questo Sanremo che di per sé è particolarmente noioso almeno questa peculiarità se la concede. Gli aspetti interessanti dell’edizione di quest’anno sono dunque legati a due sintomi di un’apertura verso le porte della musica “di nicchia”: innanzitutto è evidente che esiste nella produzione musicale contemporanea una scena che non viene né dai talent né dalle radio – piuttosto dai live e dai festival di questo genere – tanto nutrita da farsi anche spazio come plotone di sfondamento dell’Ariston, e, che piaccia o meno la categoria, potremmo considerarlo già un dato positivo. Ma soprattutto, è la volta buona che ci rendiamo conto che se stiamo ascoltando musica “indie”, non stiamo ascoltando nulla di diverso dal pop, ma solo una sua versione poco meno conosciuta. Nelle canzoni che gli Ex-Otago o Motta hanno portato a Sanremo, ad esempio, non c’è nulla di diverso rispetto a ciò che loro compongono di norma, cosa che rivela la loro sostanziale aderenza alla grande categoria della musica leggera.

C’è questa strana convinzione che mi capita spesso di riscontrare per cui esisterebbero due tipi di musica: quella mainstream, fatta di Emma Marrone e di Marco Mengoni, e quella più raffinata, fatta di Calcutta e line-up del MiAmi. La prova del fatto che questo spartiacque tra i due generi non esiste più è proprio la presenza di tutti questi artisti che appartengono alla seconda categoria al festival di Sanremo, dandoci la prova definitiva del fatto che non è poi così diversa una canzone di Carl Brave da una degli Zero Assoluto. È infatti solo una questione di estetica: la percezione che esista una differenza ontologica tra un artista che esce da XFactor e uno che esce da un tour nei locali per universitari si manifesta solo nel fatto che, come era prevedibile, tutti questi concorrenti alternativi durante la prima serata sono finiti nella zona rossa della classifica, ovvero quella dei meno votati, grazie al fatto che hanno un pubblico più ristretto e di conseguenza meno votanti. Questo posizionamento del genere indie italiano su un piano più formale che contenutistico – il motivo per cui Ghemon non è vestito come uno de Il Volo, per esempio – non danneggia in alcun modo la “purezza” del genere che molti vorrebbero richiamare all’ordine con le famose considerazioni del tipo “si sono venduti”. Anzi, fa travasare un po’ di qualità, se con questo termine intendiamo un certo tipo raffinatezza artistica che deriva da una spinta più genuina e casereccia alla produzione di canzoni, in un bacino che altrimenti sarebbe dominato da quella pacchianeria tipica della kermesse e delle sue compilation postume.

Di questo Sanremo ci dimenticheremo la settimana prossima, non appena sarà finito, come sempre. Del momento storico in cui si sono intrecciate in modo così massiccio due realtà musicali, separate di fatto solo da barriere di età e di fruizione, forse potremmo ricordarci quando ripenseremo a questa edizione. Sta di fatto però che nessuno si è venduto, nessuno ha modificato di molto il suo stile e nessuno ha tradito principi di integrità morale regalandoli al demonio della musica pop italiana. Questi cinque artisti che provengono da un background musicale diverso da quello di Nek o di Arisa hanno semplicemente dato spazio a una nuova fetta di mercato, che seppur possa stare antipatica e non piacere a chi per indie intende ben altra cosa – un circuito realmente indipendente e totalmente slegato da rapporti con le major più che uno stile di composizione musicale – è comunque una cosa che esiste, dunque perché non darle spazio anche in un evento come Sanremo. Anche perché in realtà, più che per ascoltare una ventina di canzoni inedite o monologhi mal riusciti di attori nel pallone per l’emozione, il festival della musica italiana serve piuttosto a darci finalmente un’occasione per dire la nostra, per partecipare a un evento collettivo come una partita della Nazionale dove chiunque ha voce in capitolo in qualità di allenatore, arbitro, giocatore ed esperto di calcio. Quest’anno si è aggiunta una possibilità in più per commentare qualcosa che conosciamo, in mezzo alla noia di un’edizione che non decolla, spezzata solo dalle urla di Loredana Bertè. Prendiamone il lato positivo, o spegniamo la tv.

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