Sacha Baron Cohen ha di nuovo preso tutti per il culo

Quando vidi la prima volta Borat al cinema era appena uscito, nel 2006. Avevo quattordici anni, andai con mia madre e con mio fratello minore, convinti che si trattasse di una di quelle commedie utili a riempire le domeniche pomeriggio. Non immaginavo che avrei provato una sensazione di imbarazzo tanto forte da dovermi trattenere dal fare il tipico gesto da genitore apprensivo, coprendo gli occhi del bambino seienne che era con me mentre due uomini si attorcigliavano nudi tra i corridori di un albergo. Uscimmo dalla sala turbati, ma consapevoli di aver appena visto una cosa incredibile. Per quanto dissacrante, volgare, violento potesse essere quel film, aveva qualcosa di geniale, e allo stesso tempo rivoltante. Superata la fase iniziale di rifiuto verso quel personaggio tanto irritante quanto divertente, mi sono resa conto che Sacha Baron Cohen non era semplicemente un attore che ha basato la sua carriera sul fare la cosa più pazza possibile nel modo più provocatorio possibile, ma uno dei migliori comici in circolazione. E la sua ultima serie uscita su Showtime, Who is America? sembra già confermare dalla prima puntata e dalle reazioni che ha suscitato il fatto che la sua satira vada molto oltre il costume ascellare di Borat.

Lo schema di Sacha Baron Cohen è sempre lo stesso da circa vent’anni, da quando ha cominciato a produrre una lunga serie di documentari e interviste in cui i suoi personaggi si confrontano con persone ignare della messa in scena che li sta coinvolgendo. Borat, Ali G, Brüno: le sue creature più conosciute – ognuna con le sue caratteristiche e la sua personalità – servono a mettere nelle peggiori condizioni la persona intervistata e creare un cortocircuito comunicativo che ci regala uno spettacolo paradossale. Chi si trova a dover fare parte di un suo sketch, dunque, non ha idea del fatto che si tratti di una recita, come in una sorta di grande candid camera che si protrae ben oltre lo scherzo iniziale e che, soprattutto, non svela mai al protagonista la sua natura farsesca, se non una volta uscito il film. In questo processo vengono a galla i tratti più controversi delle persone prese di mira: c’è chi pazientemente asseconda le follie imbarazzanti del personaggio di turno interpretato da Baron Cohen, chi si indigna e va via sbuffando e chi addirittura lo denuncia. Ma il risultato finale non è mai deludente, soprattutto considerato che le varie maschere sono l’esagerazione parodistica di un certo tipo di personalità che collide volutamente con l’oggetto della presa in giro.

Borat, ad esempio, è un personaggio che affonda le sue radici nelle primissime apparizioni televisive di Sacha Baron Cohen. Inizialmente si chiamava Kristo, ma le caratteristiche erano più o meno le stesse: un giornalista kazako (prima moldavo e albanese) dalla mente tutt’altro che brillante che si avventura tra le stranezze dell’Occidente per apprenderne le usanze e importarle come esempio positivo nel proprio Paese d’origine. Sia nel film che nelle sue comparsate televisive, Borat, come detto, ha la missione di coinvolgere le persone che incontra in siparietti demenziali, portandoli all’estremo imbarazzo o sviscerandone la natura razzista, sessista e antisemita che si annida nella grande civiltà occidentale che tanto decanta il suo progresso rispetto a un Paese poco evoluto come il Kazakistan. Borat sbandiera senza freni il suo odio verso gli ebrei in un modo naïf, tra il terrore che prova nell’essere ospitato a casa loro e la rappresentazione allegorica di questi attraverso in un rito folkloristico kazako in cui si viene rincorsi da un gigantesco pupazzo col naso adunco e payot. La più auspicabile delle reazioni rispetto a questo antisemitismo ostentato è l’indignazione, ma non sempre. E la cosa più divertente è che è Sacha Baron Cohen stesso a essere ebreo.

Questo tratto autoironico è una delle caratteristiche più interessanti dei suoi personaggi, perché gli consente di mettere in luce le ipocrisie e i paradossi di realtà che conosce bene in prima persona. Non solo l’antisemitismo, anche ad esempio il mondo ipocrita e anacronistico di una realtà come Cambdrige, dove lui stesso si è laureato e di cui rappresenta il lato peggiore, sia degli allievi che dei docenti, tra sessismo e moralismo estremo. Grazie al filtro della stupidità e dell’ignoranza, Borat riesce a mettersi in una posizione privilegiata rispetto a chi viene intervistato perché gli fa credere che in fondo non verrà mai riconosciuto – visto che si tratta di una televisione kazaka – e dunque può liberamente dire ciò che vuole senza paura di incappare in qualche incidente diplomatico. Ali G, invece, punta più sul fastidio generato dal trovarsi faccia a faccia con un deficiente, con uno di quei ragazzi bianchi che si convincono di essere dei neri del ghetto solo perché si vestono in un certo modo e perché ascoltano rap, un cretino che parla e pensa come un cretino ma che si trova di fronte persone che spesso non lo sono affatto.

Da Noam Chomsky – che Ali G introduce chiamandolo “Norman” – che pazientemente prova a spiegargli la differenza tra bisessuale e bilingue, e con il quale conclude l’intervista con un affettuoso fist bump, a un Donald Trump infastidito e spazientito dalla situazione paradossale in cui si trova e che si alza salutando a stento e sbuffando per la perdita di tempo. Viene da chiedersi come sia possibile coinvolgere personalità del genere a prestarsi a una messa in scena di questo tipo. Baron Cohen, in realtà, lo ha spiegato in più occasioni, omettendo qualche dettaglio fondamentale per la riuscita dell’impresa, ma spiegando che la cosa fondamentale è proprio non uscire mai dal personaggio, fare credere ancor prima che cominci l’intervista che si ha a che fare davvero con un deficiente. In questo modo la vittima si trova già in partenza nella condizione di sapere di aver fronte un perfetto coglione, cosa che ovviamente contribuisce alla riuscita dello sketch.

E c’è anche Brüno, esperto di moda austriaco dall’omosessualità caricata e dirompente, un personaggio che gioca nuovamente con gli stereotipi e con i pregiudizi, coprendo di ridicolo sia il mondo già di per sé abbastanza comico della moda sia le diverse manifestazioni di omofobia contemporanee. Come quando prova a sedurre il repubblicano Ron Paul in una camera d’albergo, facendolo scappare via tra urla di indignazione e minacce, o quando nel suo show Funkyzeit mit Brüno domanda a un “convertitore” di omosessuali come mai essere gay è così out questa stagione. L’aspetto più ammirevole di queste imprese è forse la straordinaria capacità di Baron Cohen di trattenere le risate davanti a situazioni del genere, senza battere ciglio e rimanendo dentro il personaggio fino alla fine, anche a costo di insulti, botte e denunce, che puntualmente arrivano.

La differenza tra Who is America? e i suoi precedenti lavori sta nel fatto che stavolta non c’è una singola caricatura a tirare avanti l’intera opera di presa per il culo dei vari intervistati. Dal primo episodio che è andato in onda e dalle reazioni che ha suscitato, è chiaro che questo progetto ha una portata decisamente superiore rispetto a quelli meno recenti. Sarah Palin lo ha definito “evil, exploitive, sick”, mentre l’attivista pro-gun Philip Van Cleave ha rilasciato una dichiarazione di 1.400 parole in cui spiega che aveva la sensazione di essere stato accalappiato in qualche sorta di documentario in stile Borat o Michael Moore, facendo persino il nome di Harvey Weinstein a supporto della sua invettiva contro questa cinematografia che lo perseguita. Eppure, quando gli si è presentato davanti Sacha Baron Cohen travestito da un presunto esperto di sicurezza israeliano che gli ha proposto di fare parte di una campagna per armare i bambini fino ai quattro anni, coinvolgendoli tramite pistole a forma di unicorno, Van Cleave sembrava piuttosto a suo agio. Così come sembrava perfettamente a suo agio l’ex vice-presidente Dick Cheney, sostenitore di metodi di tortura come la simulazione di annegamento, quando gli si chiede di autografare un kit per il waterboarding.

Non soltanto le vittime di questo spettacolo che si sono ritrovate coinvolte hanno minacciato Baron Cohen di voler procedere con denunce, provvedimenti di vario tipo e in generale hanno manifestato il loro disprezzo per la grandissima figuraccia in cui sono stati coinvolti (e delle quali sono loro stessi artefici). Anche persone non coinvolte si sono espresse rispetto al cattivo gusto e alla pericolosità di una comicità simile. Tra il moralismo statunitense che non tollera ci si possa travestire da veterano di guerra disabile per non recare una imperdonabile offesa ai militari, fino a chi accusa Baron Cohen di essere complice di perpetuare il problema delle fake news che infesta il nostro presente, sembra che la satira non abbia spazio in questo presente così censorio. La serie di Sacha Baron Cohen, invece, è lo specchio di alcune tendenze folli e dilaganti ma soprattutto di una realtà che esiste, sebbene si possa ricoprire con l’ipocrisia della facciata pubblica che tace pensieri come quello di voler dare a un bambino di quattro una pistola per potersi difendere. A chi lo accusa di essere eccessivo, fuori luogo, irrispettoso, bisognerebbe fare notare che la sua grandezza consiste proprio in questo: fa ridere perché è sempre esagerato, ma è solo una caricatura di cose che esistono davvero, e che non fanno ridere per niente.

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