Russian Doll è una serie da rivedere all’infinito

La caratteristica principale del momento storico in cui viviamo, da un punto di vista culturale, potrebbe essere riassunta nella sensazione che sia stato già tutto fatto, scritto, cantato, rappresentato, e che l’unica azione possibile oggi sia prendere qualcosa di vecchio e riutilizzarlo in un modo nuovo. I revival, il citazionismo, la nostalgia, le retromanie: tutto sembra sempre una rivisitazione di qualcosa che è già esistito, riadattato in una forma più coerente con il contemporaneo. Una delle spiegazioni plausibili a questa percezione della realtà come una grande discarica di riciclaggio di pop-culture – analizzata da fior di filosofi e scrittori – risiede nel fatto che è stato prodotto talmente tanto materiale audiovisivo negli anni del boom economico e del consumismo senza sosta che non cadere in uno smaltimento funzionale e in un ricollocamento di immaginari e atmosfere vecchie sarebbe quasi impossibile. Le serie tv sono un ottimo esempio di questa dinamica della riconversione di materiale in eccesso, e la fase di espansione in cui si trova questo genere narrativo da circa dieci anni a questa parte rende ancora più complessa la grande sfida dei creativi di oggi, nuovi martiri che sacrificano la loro vita in nome dell’intrattenimento collettivo: come si fa a fare qualcosa che sembri completamente nuovo?

La risposta a questo dilemma atroce che attanaglia chiunque si ritrovi per lavoro davanti a un foglio bianco da dover riempire con qualcosa di interessante ce la sta dando Netflix, lasciando diversi indizi a proposito della direzione che l’intrattenimento audiovisivo sta prendendo, quanto meno nella sua forma digitale. Poco tempo fa infatti è uscita Bandersnatch, la puntata interattiva di Black Mirror che, per quanto esagerata nella sperimentazione formale – tanto da trascurare troppo il vero contenuto dell’episodio – ha dato un chiaro segno di quali siano i campi da esplorare per produrre qualcosa che non sembri una copia di qualcos’altro già visto e rivisto milioni di volte. E così, anche la nuova serie Netlfix uscita il primo febbraio, Russian Doll, dà l’impressione che quel team di creativi – che in questo caso sono tutte donne – messi sotto torchio dall’ansia di una proposta che venga approvata con entusiasmo si sia lanciato non tanto sulla costruzione di una trama continuativa e lineare ma sulla sperimentazione di un racconto che si costruisca su tanti strati narrativi tutti accavallati tra di loro, all’insegna di prolessi e analessi varie che rendono tutto piuttosto articolato.

Russian Doll, sempre per ritornare sul punto che la quasi totalità dei prodotti odierni non ha alcunché di innovativo né di inedito nel suo nucleo di partenza, ha una storia di per sé piuttosto banale, quella di una donna che si ritrova a rivivere lo stesso loop temporale in cui muore ogni giorno, un po’ come nel famoso Groundhog Day. Invece di costruire un arco temporale cronologicamente coerente, piani narrativi che si sviluppano in parallelo, personaggi che si costruiscono con un climax di approfondimento, anche qui sembra che tutto si voglia concentrare non tanto sulla fabula, ma piuttosto sul sjužet, per usare le definizioni classiche che danno i formalisti russi a queste categorie narrative. In sostanza, la storia può anche avere una trama breve e concisa, senza troppi eventi topici, ma è l’intreccio con cui la disponiamo che diventa il vero centro catalizzatore di attenzione. Ma non basta semplicemente fare le acrobazie con il soggetto di una serie tv per fare sì che questa funzioni, e soprattutto per non rischiare che si trasformi in un’opera di puro tecnicismo sterile che in realtà piace più a chi lo fa che a chi lo guarda – un po’ come il metal, per azzardare un parallelismo che potrebbe costarmi la fine di molte amicizie.

Accanto alla struttura narrativa a matrioska, come appunto suggerisce il titolo della serie, che già da sola attira lo spettatore a non perdersi un secondo di una delle otto puntate per non rischiare di rimanere con un buco insanabile nella trama, si aggiungono elementi decorativi che servono soprattutto a tenere insieme i miliardi di pezzi che lo compongono, altrimenti sarebbe impossibile da guardare senza impazzire o senza distrarsi. I due fattori che si aggiungono a questo complesso intreccio di morti e resurrezioni continue e salti indietro nel tempo sono senza dubbio i dialoghi e il carisma della protagonista, Nadia, interpretata da Natasha Lyonne (che è anche regista e sceneggiatrice della serie con Amy Poehler), che insieme danno questo tono da dark comedy piena di battute ciniche e sdrammatizzanti.

In effetti, il risultato riesce a dare vita a una formula piuttosto inedita di interazione tra personaggi, considerato che a Nadia è riservato un ruolo con tratti tipicamente maschili, dando la prova che non è che le donne non possano comportarsi così ma che siamo tanto abituati a vederle agire in ruoli talmente stereotipati e subalterni che messi di fronte a una declinazione che esce dal selciato dei luoghi comuni ci sorprendiamo come se fosse chissà quale rivoluzione. Con una certa spontaneità, invece, questo furbo ribaltamento di ruoli – con Nadia che interpreta la cinica solitaria, stronza e inaffidabile, e Alan, il coprotagonista, nella parte dell’uomo sensibile, fragile e tradito – non fa altro che schivare con agilità un altro di quegli elementi di rischio che trascinano film e serie tv in quel baratro di prevedibilità e banalità. E dunque, non un punto di vista femminile “al femminile”, infarcito di codici e regole comportamentali alla quale un personaggio deve attenersi, ma un punto di vista femminile che non è altro che lo sguardo di una persona, maschio o femmina che sia. Rispetto a questa cosa si può dire forse che le serie televisive contemporanee stanno rompendo un ingranaggio narrativo obsoleto e ormai inutile, e quanto meno di questo bisogna riconoscere loro il merito in termini di novità.

Ma per quanto gli elementi strutturali di una serie o di un film sperimentale possano essere interessanti e giocare con la rappresentazione in modo insolito rispetto a una classica trama, il contenuto di otto episodi non può reggersi solo su battute sagaci, salti nel tempo e qualche naso che sanguina. A un certo punto arriva il bisogno per chi guarda di empatizzare, di comprendere e di conoscere la storia dei personaggi, che in questo caso sono due speculari, Nadia e Alan. Di Nadia vediamo l’aspetto più eccentrico, disinvolto e menefreghista: vediamo che è una programmatrice di videogiochi, una libertina disinibita che non vede la solitudine sentimentale come un problema ma semmai come un vantaggio, una donna che indugia volentieri nella droga e nell’alcol. Dall’altro lato vediamo invece Alan, l’opposto diametrale di questa personalità estroversa, con una serie di manie di controllo, una vita precisa contata al secondo, una fidanzata stanca di questa oppressione generata dalla fragilità mentale di questo ragazzo evidentemente disturbato. I due rappresentano in qualche modo gli animi contrastanti e opposti degli Stati Uniti, che mischiano eccessi sia di rigidità e moralismo che di irregolarità ed edonismo sfrenato, tra chi vede una sigaretta come un dito di Satana e chi ne fuma cinquanta al giorno. L’incontro di questi due individui è fondamentale per fare uscire entrambi dal loop temporale in cui sono imprigionati, e per disinnescare questo meccanismo sovrannaturale per cui due persone si ritrovano a vivere ogni giorno la propria morte sempre in modi diversi mentre tutto attorno si disfà lentamente, dalla frutta che ammuffisce alle cose che spariscono.

La lettura più immediata di Russian Doll è quella di un assetto fantascientifico e paradossale della realtà in cui capitano cose assurde. Le spiegazioni che dà la protagonista a ciò che le succede sono varie, tipo universi paralleli che si sovrappongono, effetti collaterali della ketamina, presenza di spiriti che infestano una vecchia casa di preghiere ebraiche dove si ambienta la festa di compleanno di Nadia, dove tutto ha inizio. Ma durante la sessione di binge-watching – pratica consigliata per questa serie considerata la durata delle puntate, meno di trenta minuti, e l’intreccio molto fitto – personalmente la mia sensazione, al di là dei risvolti fantastici, è stata un’altra: ciò che ho visto in Russian Doll è una lunga seduta di psicoterapia, in cui due persone si ritrovano davanti la loro vita con un assetto sincronico, distesa davanti agli occhi come una mappa (o quadridimensionale, come dice la protagonista stessa), e hanno la possibilità di aggiustare un bug della loro esistenza che non consente di andare avanti. Attraverso una ricostruzione meticolosa, piena di tentativi falliti, strade sbagliate e possibilità mancate, Nadia e Alan hanno la fortuna di potersi guardare dal di fuori, cercare dove sta l’inghippo e disinnescarlo, esattamente come dovrebbe fare un buon psicoterapeuta in grado di riportare a galla gli elementi dissonanti del tuo inconscio che non ti consentono di vivere bene.

All’apparenza, sembra un videogioco dove due personaggi si destreggiano tra livelli insuperabili, morti da schiacciamento di pianoforti o da cadute di ascensori, ma se leviamo l’elemento paradossale dal racconto ciò che rimane non è altro che una profonda e destabilizzante analisi di se stessi, unica via d’uscita da questo eterno ritorno che li tiene fermi in un punto. Per interrompere questa spirale concentrica di ripetizione, l’unica cosa che possono fare è distrarsi dai loro problemi e concentrarsi su quelli dell’altro, reciprocamente. Nessuno dei due si salva perché risolve i conti con i suoi fantasmi, quelli di una madre schizofrenica come nel caso di Nadia o quelli di una tendenza suicida dovuta da un profondo senso di inadeguatezza come nel caso di Alan, ma solo grazie all’aiuto di un’altra persona che focalizza le energie che verrebbero sprecate nell’arrovellarsi su se stessi per rimetterti su una pista giusta. Come in un’analisi di gruppo in cui ci si confronta e ci si sente mento isolati con il proprio disagio, i due protagonisti ritrovano il senso per andare avanti in un universo in cui hanno salvato qualcuno e che indirettamente serve anche per salvarsi a propria volta.

Il bello di Russian Doll quindi è proprio questa molteplicità di senso che si può attribuire a una trama del genere, in cui ognuno può vedere qualcosa di diverso. Personalmente, non sono una grande fan della fantascienza, e le spiegazioni soprannaturali non mi fanno impazzire, ma questa serie ti consente di trovare spazio sia per l’assurdità della finzione che per l’assurdità della realtà, che non si incanta su loop che ti uccidono quotidianamente ma si fissa su pezzi irrisolti di vita che ritornano per sempre. L’intenzione di Netflix, e in generale dell’industria dell’intrattenimento, sembra proprio quella di volerci mettere di fronte a realtà impossibili, astratte, piene di possibilità irreali funzionali a una finzione che ci aliena rispetto alla concretezza che ci circonda. Il motivo è semplice da capire: perché ci piace calarci in cose che non esistono, vivere attraverso i personaggi di una serie tv esperienze che non vivremo mai. Ma è interessante anche avere qualche appiglio con la realtà in un universo fantastico e improbabile, giusto per non dimenticarci di cosa siamo fatti. E in Russian Doll si riesce a trovarlo.

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