Roma di Cuarón è il film premiato dagli Oscar da guardare ora

Una questione intramontabile che coinvolge tutte le arti è quella a proposito del rapporto tra forma e contenuto. Su questo grande tema dell’influenza reciproca tra i due elementi e sulla sua manifestazione si sono interrogati filosofi e critici del calibro di György Lukács, che nel 1911 scriveva un saggio a riguardo, L’anima e le forme, in cui indagava proprio la complessità di questo legame inscindibile tra le due parti. Non siamo tutti bravi a scrivere e a pensare come Lukács, ma quando oggi guardiamo un film, specialmente se si tratta di un’opera cinematografica che sta riscuotendo grande successo e che sta facendo parlare molto di sé, capita spesso che nel nostro modo di analizzarla ci troviamo anche involontariamente proprio a fare considerazioni del tipo “belle le immagini, l’atmosfera e bravi gli interpreti, ma la trama non è altrettanto interessante”.

Ci sono registi che scelgono deliberatamente di affidare la propria produzione artistica alla ricerca formale, sviluppando soggetti che ci lasciano perplessi per la loro semplicità o addirittura sciatteria, banalità, prevedibilità. All’ultimo film di Alfonso Cuarón, Roma, nonostante la grande quantità di critiche positive ed entusiastiche – tradotte poi in innumerevoli premi, dieci candidature e tre statuette agli Oscar – c’è chi rimprovera proprio questa discrepanza tra estetica del film e contenuto narrativo, individuando una certa noncuranza nell’approfondimento di alcuni temi centrali del film in favore di una pellicola visivamente curata nel minimo dettaglio. Al lungometraggio del regista messicano sono state dedicate tante analisi, alcune delle quali volte proprio a scardinare tutti i passaggi insoddisfacenti dell’opera, che si addentra nell’indagine di molti temi diversi: il rapporto tra minoranze etniche e classe dominante, relazioni familiari sfaldate da lontananza e spaccature profonde, avvenimenti storici di una certa rilevanza che fanno da sfondo a vicende personali. 

L’aspetto che più incide sulla trama di Roma, lo si intuisce già dalla dedica finale, è la sua natura autobiografica, più volte confermata da Cuarón stesso, il quale ha raccontato della sua vicenda personale di figlio della borghesia messicana bianca vissuto a stretto contatto con una domestica indigena, Libo, alla quale il film è infatti dedicato. Il punto di partenza per capire il senso di questo film, che oltre al successo decretato dalle pluricandidature rappresenta anche un caso insolito in quanto prima vera pellicola d’autore rilevante in termini di critica e nomination prodotta da Netflix, è quindi mettere subito in chiaro questo intento emotivamente catartico del regista. Ma capita spesso che un film lo si guardi senza avere letto nulla di introduttivo a riguardo, anzi, forse è proprio questa la formula di fruizione più comune. E per quanto ci siano indizi sparsi per tutto il film da cui si può dedurre il fatto che Cuarón ha deciso di raccontare un pezzo della sua vita, partendo proprio dalla famiglia messicana non indigena protagonista, si potrebbe tranquillamente guardare Roma e pensare che si tratti di una storia del tutto inventata. È proprio da questo tipo di interpretazione che a mio parere bisognerebbe partire per cogliere sia le contraddizioni del film, quelle appunto sottolineate dalla stampa e dalla critica che le ha individuate, sia invece dei punti centrali della trama e del suo significato che magari non vengono immediatamente recepiti. 

Alfonso Cuarón e Yalitza Aparicio sul set del film

È una cosa che succede sempre con le produzioni cinematografiche di questo tipo, quella di andare a cercare intenti e messaggi a cui magari il regista non ha nemmeno pensato, fino ad attribuire ai film in questione missioni politiche e ideologiche che probabilmente non hanno nessuna correlazione con ciò che invece chi l’ha pensato voleva comunicare. Come è altrettanto semplice e banale affibbiare giudizi molto sciatti che si basino piuttosto su una sensazione per cui se un film è lento, o in bianco e nero – come nel caso appunto di Roma – diventa automaticamente noioso, elitario, difficile da comprendere o peggio ancora pretenzioso, volutamente esoterico e pesante. Mascherare la pochezza di un contenuto con la ridondanza di una forma non è certamente una pratica rara nel mondo del cinema e delle arti in generale, ma nel caso del film di Cuarón non è tanto che tra queste due parti si inneschi la supremazia di una sull’altra, ma piuttosto che il legame che intercorre tra loro, essendo rappresentato in modo abbastanza etereo e sfumato, può assumere tratti molto diversi in base a chi sta guardando e giudicando. Si può non trovarci niente, come si possono trovare un sacco di cose. La storia di Cleo, la protagonista del film, è infatti poco definita, elemento che ha portato alcuni critici a rimproverare a Cuarón una certa disattenzione nella definizione del suo personaggio femminile. A mio avviso, invece, è proprio questa lontananza evanescente, questa evidente mancanza di parole, questo modo di fare così delicato e sottomesso di Cleo a dare il senso a questo personaggio.

Cleo è la domestica di una casa nel quartiere borghese di Città del Messico in cui abita la famiglia per cui lavora, tutta composta da persone bianche, benestanti e spesso viziate e insensibili nei suoi confronti, nonostante il legame profondo tra la tata e i bambini. Nella vita di Cleo non succede molto al di fuori del suo lavoro, quello di fare da ancora di salvataggio per un nucleo familiare in evidente collisione con un’imminente disfatta: il marito che va via di casa per stare con un’altra donna, la moglie che rimane sola e cerca di rimettere insieme i cocci con cui si è ritrovata. In tutto ciò, l’unico contatto con l’esterno avviene attraverso l’incontro di un ragazzo, cugino della sua amica e collega, il quale dopo averla messa incinta sparisce in malo modo. Cleo si ritrova così a dover fare non solo da genitore ai figli di una donna disperata, ma anche a una bambina figlia solo di un disastro. In una recensione di Slavoj Žižek, lo scrittore sloveno si concentra sugli elementi più politici di Roma, analizzando il rapporto squilibrato tra padroni e Cleo e tirando fuori dal film un’interpretazione piuttosto interessante. La domestica infatti è l’incarnazione di una dinamica di subalternità tra classi, in cui quella che non è dominante sacrifica la sua soggettività, proprio come Cleo, attraverso una finta patina di uguaglianza, che ci fa credere che il rapporto tra la ragazza e la famiglia sia alla pari solo perché c’è affetto. Ma non è così, ed è evidente: quando Cleo abortisce, quando sta male e soffre, quando siamo sul punto di vedere la sua volontà e i suoi pensieri esprimersi, arrivano i borghesi a impossessarsi del focus, chiedendole di svolgere qualche compito e di continuare a lavorare per loro, simulando un’atmosfera familiare e amorevole che non è altro che un modo ancora più subdolo di assoggettare la protagonista. 

È vero, ha ragione Žižek nel notare questa dissonanza tra l’amorevolezza e dedizione di Cleo, ricambiata con un affetto apparente e strumentale, e la realtà delle cose per cui la vita di chi non comanda, di chi esegue ordini, di chi in poche parole appartiene a una classe sociale inferiore, è fatta sostanzialmente di silenzio. Non a caso dunque Cleo parla così poco: non perché non abbia nulla da dire, ma perché è così che va quando non sei la vera protagonista della vita, nonostante tu sia in realtà la protagonista del film. La ragazza messicana parla in un altro modo e di un altro tema che accompagna quello della disuguaglianza sociale che intercorre tra i personaggi, il tema della solitudine femminile. La lontananza affettiva tra la famiglia di cui Cleo si prende cura e la governante si amplifica e si estende anche nella lontananza tra il mondo attorno a lei e il grande fardello del genere femminile. Cleo non vuole essere una madre, e si sente in colpa per questo pensiero, specialmente quando la sua bambina nasce morta e al dispiacere subentra il sollievo. Credo che la sensazione di essere sole nei momenti più dolorosi e complessi come quello della gravidanza e del parto sia un tema che accomuna tutte le donne del mondo: per quanto attorno a te tutti possano dimostrarsi vicini, presenti, empatici, c’è un momento in cui sai che sarai sola davanti a quel dolore, sia che si tratti di un momento che anticipa una grande gioia, sia una grande condanna, come nel caso di Cleo e di tutte quelle donne che non vogliono diventare madri.

Al genere femminile è toccato questo compito, ma non è detto che sia sempre per forza una benedizione. La paura di ritrovarsi abbandonate in un momento come la gravidanza è speculare alla paura di ritrovarsi sole con una famiglia da portare avanti: la vicenda di Cleo è parallela a quella della donna per cui lavora, Sofia. Entrambe si ritrovano in uno stato di cose che non prevede altro se non una auto-risoluzione, entrambe sanno di essere profondamente sole davanti alla realtà. Che si tratti di un marito che scappa o di un fidanzato che sparisce non appena viene a conoscenza della tua gravidanza, Roma riesce a mettere in scena quel senso di angoscia e di immutabilità che fa parte dell’essere donna. È quel senso di impotenza e frustrazione quando il tuo ragazzo non capisce perché la fai così lunga per le tue mestruazioni, è l’uomo viscido che ti dice di non prendertela se ti tratta come un oggetto da guardare, è la paura angosciosa di sapere che prima o poi, se non diventi una madre, qualcuno – compresa te stessa – potrebbe anche pensare che la tua vita non abbia senso. È la sala parto gelida e impersonale in cui Cleo si ritrova a contemplare una bambina morta, stanca e distrutta da un’esperienza che non avrebbe voluto. E quando nel finale la vediamo salvare i bambini di Sofia dalla corrente, in una lunga e silenziosa sequenza in cui il contenuto discorda con la forma – la calma del piano sequenza che si contrappone alla tragicità del momento – possiamo forse comprendere il vero dramma di questa donna nella quiete della sua imperturbabilità. Forse è proprio l’assenza di emozioni nella vita di Cleo che la rende così sola. 

Tutte queste cose, ovviamente, potrebbero essere solo frutto della mia immaginazione e del mio modo, o quello di qualcun altro, soggettivo di percepire un film. Probabilmente l’intento di Cuarón era solo quello di raccontare una storia personale, di mettere in scena un pezzo importante della sua vita. Ma è proprio questo modo così rarefatto, supportato dalla neutralità del bianco e nero, di raccontarci la storia di Cleo, proprio questa atmosfera indefinita, difficile da seguire, allusiva e poco esplicita che rende possibili più interpretazioni. Non è una storia lineare e didascalica che non dà spazio a più interpretazioni, è più il tracciato di una trama che può prendere forme diverse nella mente di chi vuole percepirle, a prescindere dalla qualità del giudizio. Capisco chi dice che è un capolavoro, un’opera d’arte indiscutibile, così come capisco chi può non averci trovato nulla o chi invece ne ha rimproverato proprio la caratteristica principale, quella del silenzio. A mio parere invece, Cleo in tutto il film non sta zitta, nonostante non parli, proprio perché nella sua laconicità si possono individuare con molta più potenza tutti i drammi della sua vita, dalla solitudine sociale in quanto membro di una classe sottomessa alla solitudine personale in quanto donna abbandonata. Roma di Cuarón, dunque, non è un film dove la forma si impone su un contenuto superficiale o poco chiaro: le due parti si intrecciano e si influenzano in un modo più stratificato e complesso di quanto sembri. E per questo quei tre premi Oscar se li merita tutti. 

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