Il film italiano da vedere al cinema ora è “Ricordi?”

Non penso che esista qualcosa di più difficile di scrivere, comporre, musicare qualcosa che abbia a che fare con l’amore. Sono millenni che nell’arte praticamente non si parla d’altro, e trovare un modo originale per rappresentare questo “rapimento mistico e sensuale”, come lo descriveva qualcuno, credo sia una delle sfide più audaci di sempre. Per questo motivo quando sono andata a leggere la trama del nuovo film del regista romano Valerio Mieli, che aveva esordito con la sua unica altra pellicola dieci anni prima, ho pensato subito che si trattasse del solito racconto di sentimenti belli, per carità, ma anche noiosi se per tutta una vita sei stato bombardato da storie d’amore di ogni tipo. Ma una cosa a mio parere fondamentale oggi per chi ama il cinema e chi non ha voglia di circoscrivere l’esperienza di spettatore allo schermo del computer è quello di trovarsi in città una sala che offra anche opere meno commerciali e fidarsi di ciò che propone, al di là della sinossi su internet che fanno venire un po’ di orticaria. Così facendo infatti può anche capitare di ritrovarsi in lacrime per tre quarti di un film che pensavi ti avrebbe stancato immediatamente, proprio come è successo a me con Ricordi?. Eppure, gli elementi per fare sì che fosse un flop incredibile c’erano tutti: due ragazzi di bell’aspetto, colti, borghesi che si incontrano per caso a una festa su un’isola, un amore che sboccia, una tormenta di passioni e colori, e poi tanti ricordi, come dice appunto il titolo. Ma grazie al cielo il film di Mieli non è stato solo questo.

Ricordi? dunque ha la la struttura e l’essenza di una normale, prevedibile, commedia romantica italiana sui sentimenti e sul tempo che scorre attraverso questi. I suoi protagonisti sono giovani e belli, i luoghi che frequentano sono poetici e avvolti da un senso di atemporalità fumosa. I primi venti minuti del film sei là seduto sulla poltrona a chiederti, ma perché io dovrei guardare la vita di questi due esseri umani perfetti? Perché mai dovrei addentrarmi nella ricostruzione di una storia d’amore che si basa sul riportare a galla pezzi di vita, ognuno con la sua visione, ognuno con la sua rappresentazione della realtà. Ed è qua che il primo nodo di Ricordi? viene al pettine, il primo intoppo che si frappone tra un racconto banale e una narrazione più complessa e interessante. Da una prima analisi dei due protagonisti, ciò che ne esce è un ritratto molto prevedibile di due stereotipi cinematografici messi uno accanto all’altra: il ragazzo è tenebroso, oscuro, chiuso in se stesso e traumatizzato da un passato familiare violento, ma non eccessivamente, giusto quel poco di follia che basta per renderti una persona introversa; la ragazza invece è il prodotto vivente di una tavolozza di colori, figlia d’arte, sempre sorridente ma mai in modo che sottintenda una certa superficialità, tant’è che una delle cose che lui le dice quando si conoscono è proprio: “Sei sempre felice ma non sei stupida”. Il cliché della Manic Pixie Dream Girl in Ricordi? è giusto alla porta, fa capolino per entrare di prepotenza attraverso il sorriso spensierato di Linda Caridi e invadere tutto il campo narrativo, ma per fortuna riesce a tirarsi indietro in tempo da non rovinare l’atmosfera. Così come lo stereotipo del tenebroso tormentato, perfettamente incarnato da una bellezza oscura e laconica come quella di Luca Marinelli, l’attore che forse meglio riesce a interpretare il silenzio, si dilegua giusto in tempo per dare spazio a un altro tipo di focus.

Il perno su cui ruota questa storia non è tanto il soggetto in sé, il racconto di due persone che si innamorano, ma piuttosto la costruzione che ognuno fa di quello che vive, delle emozioni che prova ma anche delle cose che vede, col risultato di potersi ritrovare tra le mani due versioni della stessa vicenda completamente diversi. La differenza tra un incontro casuale, delimitato e facilmente dimenticato, e una relazione vera è proprio questo accumulo di materiale emotivo che piano piano costruisce le fondamenta di una cosa che non si limita al presente, all’esperienza momentanea di un tempo trascorso insieme ma all’effetto palla di neve di cui si compongono i rapporti più intensi. La sensazione che gradualmente tutto ciò che stai vivendo si stia accatastando in una zona importante della tua testa, il sentore che ciò che stai vedendo e sentendo in quel momento non sia pura e semplice quotidianità ma straordinario, è reso in questo film attraverso un percorso di immagini che i due protagonisti rivivono insieme. Il tempo scorre e con il suo avanzare anche i colori cambiano, in base all’intensità e al valore delle forme che le esperienze stanno prendendo: non sappiamo i nomi di queste due persone ma vediamo degli scorci dell’intimità della loro vita insieme che hanno molto più valore di una scheda anagrafica. Non importa dunque sapere come si chiamano, ma solo vedere quali sono i momenti salienti che hanno reso possibile il loro stare insieme. Ed è questa forse la prima di una serie di grandi domande sulle relazioni che questo film ci chiede di porci, ovvero qual è quella cosa che ci fa pensare di essere innamorati e non semplicemente insieme nello stesso posto. È successo penso più o meno a tutti di ritrovarsi in una storia che già dal suo principio dava questa sensazione di semplice passaggio, tutto l’opposto di quello che invece sentiamo nel momento in cui ci troviamo in uno stato d’animo molto più importante e profondo. I ricordi che i due protagonisti tirano fuori sono forse proprio quei piccoli tasselli che fanno la differenza tra una storia normale e una storia importante, una percezione che dal momento in cui si riesce a cogliere guardando il film porta con sé anche la cosa più dolorosa in assoluto, ovvero il senso di caducità, di vuoto e tristezza che ti atterrisce quando ti rendi conto che tutta quella bellezza può avere fine. 

E così i due protagonisti si ritrovano a percorrere le tappe che si incontrano a questa età, quando non sei ancora abbastanza grande da desiderare una famiglia e una stabilità totale ma nemmeno abbastanza piccolo da poter rinunciare a quella condivisione presente e imprescindibile. Mieli ha deciso di raccontare non un amore maturo e riflessivo, né un amore giovane e spensierato, ma proprio quella fascia di sentimento che prende tutti noi che non siamo ancora né carne né pesce. Tutti noi che non siamo né adulti né bambini, che sappiamo molto bene quanto possa essere difficile programmare qualcosa in questo momento della vita, quanto possa essere complicato farla durare senza lo spettro della precarietà, del cambiamento ma anche della voglia di esplorare che ti fissa e ti pilota. Mettere insieme le aspettative, i desideri e i tormenti personali di due persone che non sono ancora diventate grandi, qualsiasi cosa voglia dire questa espressione, è forse l’esperimento di ingegneria emotiva più faticoso di tutti. Ed è per questo che a un certo punto di Ricordi? non puoi fare altro che piangere, o intristirti, o staccarti: ti rendi conto che dalla luminosità dei primi giorni, delle prime esperienze, si passa al buio dell’incomprensione, della stanchezza reciproca, della noia. Il sesso diventa una cosa macchinosa, ripetitiva, gli atteggiamenti che prima erano ciò che ti affascinava si trasformano in caricature distorte e perturbanti che racchiudono tutto ciò che più ti infastidisce dell’altra persona. L’amore è finito, o si è trasformato? E qua arriva il secondo grande quesito che ci pone Mieli, ovvero quello della durabilità dei sentimenti. Ci viene chiesto di riflettere su una cosa banale, ma essenziale, ovvero sul senso di cominciare una cosa sapendo già che finirà. “Non è colpa nostra, ha cominciato a finire quando è cominciata”, dice lui a lei quando capiscono di essere arrivati al punto in cui non si produrranno più ricordi insieme. Ed è forse una delle domande più brutte e spietate che ci possiamo fare ogni volta che proviamo qualcosa di bello, trovare il senso anche nella finitezza e nella metamorfosi dei sentimenti. 

Sullo sfondo di questo racconto c’è Roma, ma non è la solita città eterna capitale del cinema e della dolce vita. Anche in questo caso, è difficile fare i conti con una delle cose più rappresentate e sputtanate della cinematografia italiana, ma l’espediente di Mieli per non dare quel tono da commedia del Pigneto è proprio quello di farla vedere il meno possibile. Ci sono solo degli scorci, dei pezzi piccoli, sfumati, difficili da collocare se non per qualche dettaglio – la tangenziale est e i suoi pilastri, ad esempio, o le mura aureliane. Ma se non ci sono nomi precisi non è detto che ci debbano essere anche luoghi precisi, e l’atmosfera onirica di tutto il film viene accompagnata anche da questo vago senso di spaesamento che ci conduce fino alla parte peggiore, all’allontanamento, alla morte annunciata di un sentimento. Il film di Valerio Mieli però non ha una trama lineare, e come non ha un inizio preciso ma piuttosto confuso dalla prospettiva di ognuno dei suoi protagonisti nemmeno finisce con una conclusione netta e perentoria. Così come i sentimenti più profondi, che non svaniscono, “fanno dei giri immensi e poi ritornano”, per citare qualcun altro sempre sul tema più gettonato del mondo, anche Ricordi? non ti dà la sensazione che ci siano punti, paletti, porte che si chiudono definitivamente. Fino alla conclusione del film, l’unico desiderio che avevo era che non finisse mai, per il terrore che in fondo alla trama ci fosse davvero la morte di una storia. E invece, la cosa bella è che come nella vita non esiste lieto fine, ma solo una serie di nuovi inizi, e dove andranno a parare non si sa. Non so se lui e lei saranno ancora insieme, se si saranno persi o ritrovati, ma so che avranno sicuramente dei nuovi ricordi, belli o brutti che siano. 

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