Se per fare musica ora sei costretto a fare l’influencer su Instagram

È evidente ormai che il gossip sulle celebrità, da quando ci sono i social, ha preso tutta un’altra forma. Provo quasi dispiacere per il fatto che le mie nonne si siano dovute accontentare di qualche pessima rivista scandalistica, senza godere dell’incredibile vantaggio delle stories su Instagram. A placare la sete dei fatti altrui, sia che si tratti di vip che di comuni mortali, colleghi o ex compagni di classe, sono arrivate in soccorso piattaforme di ogni tipo. Mentre Facebook si estende più su un piano privato, garantendoci oggi di poter sapere in anticipo se quel nostro vecchio amico di infanzia è un fervente grillino o parteciperà a quell’evento a cui non siamo sicuri di andare, Instagram è diventato il regno delle star. Non c’è nemmeno bisogno più dei paparazzi, perché tanto sono loro stessi, i famosi, a fornirci tutte le informazioni necessarie per navigare in quel mare che confina pericolosamente con lo stalking, ma che è universalmente accettato come sano e dunque lecito. È normale che in questo mutamento di rapporto tra il pubblico e gli artisti – spesso semplici influencer o web personalities che esistono solo in funzione della loro presenza sui social – anche i rispettivi ruoli sono cambiati; e se il fan si è dovuto al massimo privare del proprio tempo per stare al passo con tutti gli aggiornamenti dei suoi idoli, questi ultimi si sono dovuti adeguare a ritmi di condivisione piuttosto pressanti, sempre al passo con le esigenze del pubblico.

Kim Kardashian

Tra i vari personaggi dello spettacolo, quelli che più hanno trasformato Instagram in una sconfinata pagina di rivista sono i cantanti. Esiste una sorta di Olimpo della musica, dentro il quale abitano gli dei da centinaia di milioni di follower che competono con professionisti del settore come Kim Kardashian e Kylie Jenner e che hanno reinventato una carriera già solida attraverso una rappresentazione di sé più spontanea – o almeno, così siamo portati a credere. In cima al monte di Instagram c’è Selena Gomez, seguita da un’incursione calcistica del mitico CR7, e poi, in ordine, Ariana Grande, Beyoncé, Taylor Swift, tra la morsa della moglie e della cognata dell’acerrimo nemico Kanye West, e infine Justin Bieber, unico uomo nel mondo della musica a contare un profilo che conti il centinaio di milioni di follower. Con mia grande sorpresa, Rihanna non è presente nella Top Ten dei big di Instagram, con appena una sessantina di milioni di follower e un profilo largamente invaso dal suo stesso brand e dalla consequenziale (e comprensibile) sponsorizzazione dei propri prodotti. In un ipotetico futuro distopico in cui qualcuno finalmente si prende la briga di distruggere tutti i cavi in fondo al mare da cui parte questo spettro che ha invaso il mondo – e non proprio con gli stessi intenti di quello che si espandeva nell’Europa più di un secolo fa – facendo crollare definitivamente ogni traccia di internet, penso che comunque Ariana Grande e Selena Gomez troverebbero il modo di risollevarsi, nonostante la perdita di quelle enormi cifre di persone che seguono i loro profili. Tutto sommato, Beyoncé ha una carriera decisamente consolidata alle spalle, e non è certo per qualche foto in coppia col marito e vestita in maniera eccentrica che la sua personalità si è imposta nel mondo della cultura pop. Nonostante la cura maniacale che trasuda ogni singolo post.

Justin Bieber
Kylie Jenner
Beyoncé

Al piano di sotto di questo albergo a cinque stelle super esclusivo, invece, alloggiano tutti quegli artisti che non hanno né la fama né la solidità di Beyoncé, ma sono ormai parte attiva della scena pop occidentale. Cantanti che riescono a inserirsi a gamba tesa nella classifica dei singoli per qualche stagione, magari qualche anno, che rischiano di sfumare nei nostri ricordi ma forse, in questa epoca di fruizione audio-visiva, non dal nostro feed. A livello internazionale, ad esempio, ci sono cantanti come Dua Lipa e Halsey che, a giudicare dal loro profilo Instagram, sembrano più modelle che musiciste. Non è una novità che le pop star abbiano un physique du rôle perfettamente calibrato con la loro musica, è un compromesso che va avanti dalla notte dei tempi della musica commerciale. Britney Spears, Christina Aguilera e prima di loro Madonna, ad esempio, sono cantanti che hanno sempre sfoggiato anche una preparazione atletica e una cura estetica non indifferente. Di loro si collezionavano i poster, si ritagliavano le interviste (su carta) e si copiavano i look; tutte cose che facciamo anche ora, con una sostanziale differenza in termini di quantità. Di Dua Lipa conosciamo un paio di singoli, quelli che hanno sfondato nelle radio e nelle classifiche: stento a credere che un mio coetaneo qualsiasi conosca a memoria il suo album, mentre non fatico per nulla a immaginare che il suddetto coetaneo – sia uomo che donna – non la segua su Instagram o che non abbia qualche volta sbirciato tra le sue foto.

Dua Lipa

Dal profilo della cantante britannica si evince una straordinaria meticolosità nella costruzione della propria immagine. La sua prima professione, quella di cantante, è relegata a qualche sporadico post di lei che si erge su palcoscenici tutti uguali. Per il resto, è un tripudio di selfie con orecchiette da animale del bosco, foto con modelle e colleghi, outfit vistosi, pose plastiche. Sembra quasi che prima ancora di essere una cantante, Dua Lipa sia una modella, anche ovviamente grazie alla sua innegabile avvenenza che diventa il centro strategico attorno al quale ruota tutto il personaggio. Di nuovo, non c’è niente di inedito nella totale manipolazione dell’immagine di una cantante a favore di una trasformazione in prodotto di consumo, ma la frequenza e l’abbondanza con cui Dua Lipa – e chi per lei – produce materiale a costruzione della sua figura pubblica è decisamente maggiore rispetto a quello delle sue colleghe del decennio precedente.

Di Halsey, invece, cantante del New Jersey con otto milioni di follower su Instagram e diversi riconoscimenti a livello musicale, non ho mai sentito nemmeno una canzone, mentre più volte mi è capitato di incappare sul suo profilo, nonostante io non la segua. Anche nel suo caso, sembra di sfogliare un book fotografico da presentare alle agenzie. I suoi tagli di capelli non durano più di un paio di settimane, mentre abbondano le foto in costume, con grossi marchi stampati sull’elastico delle sue mutande. Sembra che entrambe abbiamo il dovere, prima di tutto, di rimanere presenti, rilevanti, appetibili per il loro pubblico attraverso la propria immagine, piuttosto che attraverso la propria “arte”. E se il primo scopo dei social era quello di fare da tramite fra chi guarda e chi viene guardato fuori dal contesto patinato della televisione e dei giornali, sembrerebbe di essere tornati alle origini.

Halsey

In Italia non esiste una cantante che vanti i numeri di Beyoncé, ma certamente tra le varie pop star degli ultimi anni alcune hanno raggiunto una certa solidità numerica e una buona conversione in termini social della loro personalità. Nel sottobosco della discrepanza tra carriera musicale e carriera su Instagram si muovono diverse figure, una su tutti Roshelle, che potremmo quasi definire la corrispondente lodigiana di Halsey. Anche lei conta un buon numero di follower (circa trecentomila), e anche lei ha un profilo stracolmo di fotografie che ne ritraggano le grazie, con colori e atmosfere a metà tra una palette di make-up di Kylie Jenner e uno shooting di Calvin Klein. Eppure, Roshelle che “sogna che la sua lingua madre sia l’inglese”, ci tiene a ribadire quanto la musica sia essenziale nella sua vita. Solo che se ci spostiamo nell’altra stanza, quella di YouTube, sul suo canale ufficiale appaiono appena tre singoli dal 2017, uno dei quali riproposto in tre versioni diverse. BabyK, invece, che nelle radio è presenza fissa non appena la temperatura sale sopra i venti gradi da qualche anno a questa parte, ha un profilo che trabocca di partership con vari brand. E se non mi è del tutto chiaro perché la sua musica riscuota tanto successo, capisco bene perché la sua immagine sia così appetibile per quelle aziende che vogliono dare un volto ai loro prodotti. Anche Levante, tra campagne pubblicitarie per marchi di intimo e rossetti, conta un certo gap tra la sua carriera musicale e la sua carriera da volto immagine, complice la sua esperienza a X-Factor.

Roshelle
Levante

Un discorso a parte, poi, andrebbe fatto per tutti quei protagonisti della scena trap italiana che hanno apertamente invertito il discorso “indosso un certo marchio perché sono diventato famoso con la musica” in “faccio musica in cui canto del fatto che indosso un certo marchio”. Prestare la propria immagine a scopi pubblicitari, per i trapper, è un vanto, non una fonte di imbarazzo; essere cosparsi di brand non significa che la tua musica va male e che devi racimolare qualche spicciolo con le pubblicità, bensì il contrario. Transformarsi in veri e propri manichini ambulanti e convertire il proprio profilo Instagram in una versione di lusso del catalogo PostalMarket che mia nonna teneva accanto alle riviste di gossip, per gli esponenti di questo genere, non è affatto un problema. Anzi, la trap sembra proprio essere un genere ibrido che mischia queste categorie dell’intrattenimento in un pentolone postmoderno in cui se canti sei anche un modello che sfila in passerella, se sfili in passerella hai anche un profilo social da riempire costantemente con tutti gli aggiornamenti sulla tua vita da artista, ma anche da simbolo per la moda.

Tony Effe

Dire che Halsey, Dua Lipa, Roshelle, e chiunque altro appartenga a questo segmento della cultura pop, non abbiano un talento se non quello della propria immagine sarebbe un’affermazione parziale e facile da smentire. E anche se non ascolterei un album di Roshelle nemmeno se me lo regalasse il suo sponsor, non è sulla sua voce o sulla sua capacità compositiva che ritengo di dovermi soffermare. Il mio dubbio, piuttosto, sta nel rischio di un’esposizione esagerata della vita, del corpo, dell’immagine di chi comincia come musicista e si ritrova a dover postare a cadenza regolare delle foto che la ritraggano a bordo piscina, in certe pose, trasudando un certo stile di vita. Non che si tratti di una tortura cinese, né di un obbligo, ma è comunque triste immaginare che ci sono artisti – non per forza solo cantanti – che si ritrovano a cavallo tra una vita di sponsorizzazioni e cura ossessiva del proprio profilo Instagram e poi una effettiva carriera nel campo in cui teoricamente dovrebbero esprimere la propria creatività. Magari a loro sta bene così, magari neanche si rendono conto del fatto che più che artisti sembrano appunto degli indossatori, dei dispensatori di lifestyle; magari invece non era quello che volevano, e non è nemmeno quello che vogliono i fan, e una strumentalizzazione simile a scopi commerciali non è poi così necessaria.

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