Forse non vi siete accorti che Mahmood sta parlando di noi - The Vision

Il libro preferito di Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, è una raccolta di racconti di Raymond Carver dalla genesi piuttosto travagliata: Principianti. L’opera era stata infatti inizialmente pubblicata con un diverso titolo, What We Talk About When We Talk About Love, e con molte parti tagliate dall’editor Gordon Lish. Uno dei racconti più interessanti contenuti in questa antologia è sicuramente Mirino. Il protagonista della storia ritrae di nascosto le case e chi le abita con la sua Polaroid, usando le foto per capire chi sia la persona immortalata dal suo obiettivo prima ancora di incontrarla. Dopodiché bussa alla porta delle persone fotografate per provare a vender loro i suoi scatti. La cosa curiosa è che i soggetti ritratti non sempre si riconoscono immediatamente nelle foto, quando le ricevono dalle mani dell’autore: “Che ci facevo con la foto di questa tragedia? Ho guardato con più attenzione e ho visto la sagoma della mia testa, la mia testa, dietro la finestra della cucina, a pochi passi dal lavello”.

Le canzoni di Mahmood assomigliano un po’ alle istantanee scattate dall’uomo senza braccia di Mirino: sono pezzi in cui si finisce per riconoscere se stessi, anche se l’immedesimazione nelle storie raccontate non è sempre così istantanea come nella musica di altri suoi colleghi. Quando Mahmood ha vinto il Festival di Sanremo con Soldi tanti si sono inizialmente concentrati sulla storia personale del cantante, sulle sue origini; solo dopo ci si è accorti di quanto dentro la musica del cantante nato a Milano si trovasse in realtà il vissuto comune di un’intera generazione di coetanei.

Come ha fatto notare Marta Blumi Tripodi nella sua intervista a Mahmood, le canzoni contenute nel primo vero disco dell’artista italo-egiziano, Gioventù Bruciata, paiono in effetti “una raccolta di istantanee, pensieri sparsi, immagini”. Nel suo libro del 2010 Dietrologia, Fabri Fibra – che con Mahmood ha più volte collaboratoscriveva che il rap era proprio la fotografia di un momento: “istantanee più che manifesti”. Da allora sono passati quasi dieci anni e questa caratteristica dell’hip-hop è  stata assimilata anche da una musica pop ibrida come può essere quella del trionfatore di Sanremo 2019.

Quello che ci ha detto il successo di Mahmood con Soldi è che il pubblico non vuole più che il testo di una canzone si basi su emozioni “astratte”: non è più il tempo di canzoni d’amore che si soffermano sul sentimento in quanto tale. L’ascoltatore di oggi cerca brani-polaroid, che fissino in qualche modo in una canzone il ricordo di ciò che si era e del mondo in cui si viveva. Un pezzo come Soldi funziona perché chiunque può potenzialmente ritrovarci dentro parte del proprio vissuto, compreso uno youtuber ucraino che decide di farne una cover nella sua lingua.

Soldi (2019)

La musica di Mahmood è molto attenta al concetto di relatable: il tormentone Soldi contiene il resoconto di una storia estremamente personale ma in fondo racchiude anche questioni su cui ruota la vita di molti giovani di questa generazione: si parla dei contrasti con la figura genitoriale e soprattutto si fa riferimento al rapporto poco sano che lega tanti ragazzi dell’età di Mahmood al denaro, visto ormai quasi più come una preoccupazione che come qualcosa di cui poter godere. Non è un caso che, come racconta l’artista stesso in un’intervista, tanti giovani lo abbiano contattato dopo il boom del brano per dirgli quanto condividessero le ansie e le inquietudini rievocate in Soldi.

“Quando parlo prendi quello che ti conviene”, canta Mahmood in Anni 90 e sembra rivolgersi a chi ha voluto ridurre la sua musica a un discorso chiuso e relativamente interessante attorno all’immigrazione. Il Mahmood che emerge dai pezzi del suo primo album, intitolato non casualmente Gioventù Bruciata, assomiglia ai suoi coetanei e non si tira indietro quando si tratta di fare da megafono alle loro preoccupazioni. Il riferimento nella title track a chi, al pari del cantante, è cresciuto giocando ai Pokémon sul Game Boy in realtà è solo la punta dell’iceberg, la spia di un dialogo ben più profondo tra l’artista e il suo pubblico. Mahmood ha molti punti di contatto con la sua audience: lo dimostra anche la malinconia di fondo che permea l’album, familiare di certo alla maggioranza dei giovani, mentre in alcuni brani viene chiaramente esplicitata la difficoltà di convivere con una forma di insicurezza che rischia di diventare cronica. L’incertezza e la conseguente mancanza di coraggio può portare, se sottovalutata, anche a una pericolosa apatia, altro tema ricorrente nei testi di Mahmood: già in uno dei suoi primi pezzi, Pesos, cantava di questo particolare sentimento di smarrimento, tipico di chi si trova ad avere una determinata età nel decennio in corso: “Seduto davanti a un videogame senza il coraggio di premere play, senza il coraggio di premere play”. Mahmood si fa portavoce di una generazione che combatte giornalmente con la forte tentazione di rinunciare alle ambizioni per “scegliere la noia su questo divano”.

Soldi (2019)

Alessandro Mahmoud è come noi figlio di un mondo complicato, in cui si sono persi i riferimenti su cui a lungo si era potuto contare. Il padre assente che emerge in Soldi non è purtroppo un trauma esclusivo di Mahmood e, in generale, è tutto il concetto di famiglia a essere radicalmente cambiato rispetto al passato, non sempre in meglio. Se prima una guida quasi paterna poteva emergere anche in un gruppo di amici, oggi negli amici e nei propri coetanei si finisce per vedere più che altro dei fratelli, cui non si può chiedere consiglio perché in molti casi versano nella tua stessa situazione, anche quando hanno dieci anni in più di te. Uno dei brani più significativi dell’esordio discografico di Mahmood riassume questa per certi versi inedita prospettiva già nel titolo: Mai Figlio Unico. In un Paese con un tasso di natalità in discesa il paradosso è che, tra un Erasmus e una fuga per lavoro all’estero, si finisce per avvertire un legame fraterno anche con persone geograficamente lontane. A volte si  arriva a coltivare un certo affetto addirittura per persone che si “conoscono” solo tramite quello che scrivono su una testata o un social e che si reputano in qualche modo affini. In Mai Figlio Unico Mahmood canta: “Ho una sorella e un fratello dall’altra parte del mondo, forse di me, forse di te manco lo sanno”. Siamo una generazione che, impossibilitata a costruire relazioni profonde, prova a sopperire al conseguente deficit d’affetto aumentando in maniera esponenziale il numero di amicizie superficiali. Per dirlo con le parole di Mahmood: “Ho tanti amici, lo ammetto è una ricerca d’affetto. Forse di me, forse di te si scorderanno”.

Gioventù Bruciata (2018)

Anche negli episodi più leggeri e solari di cui si compone Gioventù Bruciata aleggia sempre lo spettro di una solitudine difficile da mettere da parte. Non si ha mai quella sensazione di “festa collettiva”, spesso artefatta, che si respira nella maggioranza dei brani pensati per diventare tormentoni estivi. La Milano estiva del singolo Milano Good Vibes diventa l’emblema di una solitudine con cui si è arrivati a convivere fino al punto di apprezzarla. Il capoluogo lombardo ad agosto è vuoto ma, visto che  “Sentirsi uno schifo non ha senso se a pagare sono sempre i tuoi”, tanto vale convincersi che Milano sia un deserto sì ma “bellissimo”, come decreta il cantante nel ritornello.

Milano Good Vibes presenta, come quasi tutte le canzoni che compongono la discografia di Mahmood, rimandi chiari a sonorità arabe . Questo tuttavia non per forza allontana chi non ha confidenza con quella tradizione dal “Moroccan Pop” del cantante di Gratosoglio. L’adozione di certe soluzioni musicali certifica al contrario ancora maggiormente l’appartenenza di Mahmood a una generazione che, più di qualunque altra prima di lei, è affascinata dall’incontro di suggestioni diverse. In una intervista post-Sanremo rilasciata a Antonio Dikele Di Stefano era proprio lo stesso artista a mettere in risalto la passione dei suoi coetanei per l’incontro, per il pastiche: “In Italia è forse mancato anche un po’ il connubio naturale tra le varie culture. Siamo la prima generazione che mischia. Io credo che i ragazzi della mia età siano cresciuti quasi sempre in un ambiente talmente misto che questa cosa la si percepisce meno. Io in classe avevo il cinese ma pure il russo”.

Milano Good Vibes (2018)

Un ragazzo che cresce in una realtà aperta in generale sviluppa una curiosità maggiore e se oggi esplodono fenomeni come Mahmood o, a livello globale, il flamenco ibrido della catalana Rosalía e la tradizione tuareg “rivisitata” dai Tinariwen, è perché l’accostamento di “sapori” diversi è vissuto come un passo naturale da chi è cresciuto in un determinato contesto, non solo quando si parla di musica. Non è un caso che le resistenze e le sterili polemiche nate a seguito dell’esplosione mediatica di Mahmood siano state spinte quasi sempre da persone non “costruite” per vivere questa epoca e senza la forza o la voglia di avvicinarsi con intelligenza al presente. Si può cercare metaforicamente “il Nilo nel Naviglio ci dice la musica di Alessandro, e imparare a percepire come estremamente logico l’arricchimento che deriva da questa ricerca, senza attaccare per forza a questo processo etichette di alcun tipo.

Mahmood va pensato come un esponente della prima generazione mista per scelta prima ancora che per origine: una generazione che si sente universalmente unita dalle difficoltà ma anche da una miriade di interessi comuni che si intersecano in maniera spesso e volentieri imprevedibile. I giovani d’oggi nascono dall’incrocio di diverse strade e dalla scelta di sostituire all’antagonismo che aveva caratterizzato la gioventù dei padri la ricerca di un dialogo, meno focoso ma paritario. I ragazzi nel 2019 sono collage formati da istantanee scattate in momenti diversi e in cui non si riconoscono sempre subito. Assomigliano alla musica che ascoltano e che parla di loro, assomigliano quindi anche un po’ alla musica di Mahmood.


A fronte dell’evidente frattura generazionale che The Vision ha riconosciuto essere in atto e che come mai prima di oggi si è manifestata come un’impossibilità di un incontro tra la nuova generazione e la precedente, Basement Cafè riesce nell’impresa di rimetterle in dialogo. Attraverso l’intervistatore Antonio Dikele Distefano, appartenente alla generazione più giovane, personaggi rilevanti provenienti da mondi diversi a due a due sono invitati a raccontarsi e a ragionare insieme sull’Italia di oggi, confrontandosi in modo costruttivo e stimolante.

Se la prima stagione di Basement Cafè aveva scelto come protagonisti gli esponenti di spicco della cultura giovanile più legati alla scena rap nostrana, la seconda si trasforma in un vero e proprio format culturale che valica i confini del panorama musicale per approfondire i temi oggi di maggiore interesse, che innegabilmente avranno un impatto sul futuro di ciascuno, ma soprattutto dei più giovani: l’informazione, l’ambiente e la creatività.

Il giornalista Enrico Mentana e il vincitore dell’ultimo festival di Sanremo Mahmood, il rapper Rancore e lo scienziato Stefano Mancuso, il rapper Kaos e il fumettista Zerocalcare nel salotto di Basement Cafè sono chiamati a passarsi il testimone e a mettere in comune le proprie prospettive senza filtri o censure, nella totale libertà editoriale garantita da parte del brand Lavazza, che insieme a Chili ha dato vita al progetto. Per queste interviste Basement Cafè ha adottato Il formato “longform”, per offrire contenuti video di lunga durata in grado di evitare semplificazioni e di rispondere a quelle domande che oggi è necessario porsi per sviluppare un’adeguata coscienza generazionale.


 

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