Lazzaro felice è un film che sembra un romanzo di realismo magico

Fa uno strano effetto non avere qualcosa di cui lamentarsi, come ad esempio di una produzione cinematografica italiana scadente. Se l’entusiasmo poi coinvolge pure gli animi più incorruttibili vuol dire che forse non è solo un’illusione, ma siamo davvero in una fase positiva del nostro cinema. Goffredo Fofi lo ha addirittura definito un “momento formidabile”, e in effetti, stando ai risultati di Cannes, sembrerebbe che questa primavera del 2018 possa venire ricordata come un bel momento di prolificità e soddisfazioni. C’è stato il premio per l’interpretazione di Marcello Fonte in Dogman, quello per il miglior documentario a Samouni Road di Stefano Savona e poi, last but not least, quello ad Alice Rohrwacher per la miglior sceneggiatura con il suo Lazzaro felice. Un risultato rincuorante, con un valore simbolico rispetto alla prospettiva di un’ipotetica rinascita. Ma i premi sono medaglie conferite da persone che ne sanno più di noi spettatori, e fino a quando non ci mettiamo seduti al cinema a guardare con i nostri occhi l’oggetto delle lodi possiamo solo fidarci delle commissioni e sperare di trovarci d’accordo per non fare la figura dei gretti filistei. Il caso ha voluto che fortunatamente all’aspettativa corrispondesse una conferma, anzi, nel caso di Lazzaro felice mi sono trovata a ricredermi su tutta la linea rispetto alle sensazioni che avevo avuto nei confronti di questo film.

Alice Rohrwacher

Lo ammetto, avevo dei pregiudizi. Ero stata depistata dalle poche righe che avevo letto sulla trama, forse anche dal titolo e probabilmente anche dalla locandina – che in realtà a guardarla bene è molto bella, e contiene in sé un piccolo affresco del lungometraggio. Sono andata a vedere Lazzaro felice convinta di trovarmi davanti un ritratto sdolcinato di un ragazzo semplice, una sorta di Simple Jack in chiave nostrana, una fiaba contemporanea per grandi e piccini sulla commovente bellezza delle anime pure. Avevo letto della presenza di uno youtuber nel cast, Luca Chikovani, e mi ero immaginata persino un risvolto musical pensato appositamente per tredicenni in preda ai furori ormonali. Sapevo che Nicoletta Braschi avrebbe recitato una parte nel film, e già mi figuravo scene alla “buongiornoprincipessa”, senza Benigni ma con la stessa attitudine romantica e trasognata. Nella sinossi diffusa in rete o sui giornali, si allude a una sorta di racconto in stile Mark Twain su due ragazzi che diventano amici nonostante le insormontabili differenze di classe, una metafora di speranza e di conciliazione, due termini che appaiono cozzare con il sentimento generale attuale. E invece, niente di tutto ciò corrisponde al contenuto di Lazzaro felice. O perlomeno, sono tutti dati veritieri, ma nessun youtuber si slancia in una cover di Justin Bieber, né Roberto Benigni fa capolino da sotto una finestra per urlare al mondo il suo grande amore.

Lazzaro felice, dunque, più che una fiaba sembra un racconto di realismo magico, dove l’elemento sovrannaturale si intreccia delicatamente con la trama, mantenendo un principio di verosimiglianza che non tradisce quel patto di fiducia tra chi guarda e chi rappresenta. È una storia che si divide nettamente in due, sia attraverso i cambiamenti dei personaggi che quelli di ambientazione, ma che sfrutta il protagonista e la sua immutabilità come costante di osservazione della realtà che viene raccontata. Lazzaro è infatti un personaggio tipico di una certa narrativa, è una specie di Ciàula pirandelliano o un Rosso Malpelo verghiano, una bestia da soma sempre pronta a lavorare per chiunque gli chieda di farlo, senza sosta e senza domandarsi il perché. La sua ingenuità è il filtro attraverso il quale passano tutte le inconsapevolezze del posto in cui è nato e cresciuto e da cui nessuno degli abitanti si è mai allontanato: si tratta di un’isola di mezzadria laziale che sopravvive – a insaputa dei suoi abitanti – nella modernità, ferma a un assetto sociale ed economico totalmente obsoleto e fuori da ogni principio etico corrente. Lazzaro lavora a capo chino e allo stesso modo i suoi parenti, colleghi, amici – gli abitanti della contrada Inviolata – continuano a servire la Marchesa Alfonsina De Luna senza manifestare nessun tipo di ribellione, se non qualche timido mormorio di dissenso che prende la forma di un nomignolo vagamente insolente. Dalla torre del castello, la Marchesa osserva i suoi bravi contadini che non hanno mai conosciuto la libertà. La sua giustificazione per l’isolamento e la prigionia che impone ai suoi mezzadri è la tipica ipocrisia paternalista del “se sapessero cosa c’è fuori starebbero ancora peggio”, e così va avanti la storia nella sua bolla anacronistica.

A scombussolare il delicato equilibrio della contrada c’è un evento imprevisto, la conoscenza tra Lazzaro e il Marchesino Tancredi, un viziato ed egocentrico nobile metropolitano che sbuffa all’idea di stare lontano dalla sua città per passare del tempo in mezzo ai contadini. Tancredi è a modo suo convinto di poter sconfiggere la perfidia di sua madre e di mettere fine a questa farsa che va avanti da troppi anni, ma è un capriccio. Un divertissement da aristocratico annoiato, nulla a che vedere con chissà quale senso di empatia o altruismo nei confronti del suo nuovo passatempo, il contadinello scemo. Il contatto tra l’esterno e l’interno dell’isola fuori tempo genera inevitabilmente un cortocircuito, e si spezza l’illusione, Il grande inganno, come titolano i giornali che raccontano la storia di Inviolata. Dal Medioevo del latifondo, gli abitanti della contrada vengono trasportati nel Medioevo della metropoli, diventano ladri o mendicanti, restano ai margini della società, si accampano sui binari e sopravvivononella miseria urbanizzata degli esclusi. Sono passati tanti anni da quando non vivono più come contadini condannati al debito eterno con la Marchesa, e sono stati scaraventati nel debito infinito di una realtà spersonalizzata, senza comunità, senza solidarietà. Cosa ci fanno dei contadini analfabeti nel presente industrializzato? Mangiano patatine in busta invece della cicoria che troverebbero ai margini della ferrovia, perché la cicoria è da poveri. Un paradosso del momento storico in cui ci troviamo: sono i ricchi borghesi che mangiano biologico e riscoprono i piaceri della vita rurale, fanno le vendemmie e comprano il cibo a chilometro zero. I poveri preferiscono le confezioni da dodici di cotolette surgelate dell’Eurospin, altro che pane di timilia e grano saraceno, sapori antichi e gite al frantoio.

In tutto ciò, Lazzaro rimane uguale, si sveglia da un lunghissimo sonno e cammina fino a ritrovare tutte le persone che aveva lasciato nella contrada per scoprire che sono diventate grandi, o vecchie. Dalla campagna alla città, un ragazzo della via Gluck trova davanti a sé la contraddizione della modernità che ha svuotato i villaggi per riempire un unico grande contenitore. È una sorta di santo, ha fatto il miracolo di viaggiare nel tempo o di manifestarsi come un fantasma, non è chiaro, ma non è nemmeno importante saperlo. L’unica cosa che possiamo fare è seguire attraverso il suo punto di vista la conclusione di una fiaba triste e malinconica, il disvelamento finale della decadenza: Tancredi è in miseria, la sua famiglia peggio ancora, la nobiltà si è estinta, la schiavitù no. Ha solo preso un’altra forma, più insidiosa. E come un martire Lazzaro prova a sacrificarsi per ciò che crede sia giusto, ma che in realtà lo teneva bloccato a metà tra un passato impossibile e un presente spietato.

Lazzaro felice è un film in grado di raccontare con poesia e forza un pezzo di realtà, il rischio di passare da un padrone a un altro, l’illusione della libertà e la concretezza della schiavitù, presente e passata. Non c’è la Marchesa nella città grigia e fredda dove arriva Lazzaro, ci sono solo i residui del suo passaggio al mondo. Ma non c’è nemmeno quella prospettiva di riscatto e umanità in cui speravano di ritrovarsi tutti i mezzadri che per anni avevano vissuto nella follia di un progetto perverso. È una storia che scorre lenta, con colori forti, con la lingua antica delle montagne del centro Italia che si impone con il suo suono deciso e rurale. E ogni pregiudizio che potevo avere sulla sceneggiatura di questo film è caduto, perché Alice Rohrwacher ha fatto un gran bel lavoro, compresa la scelta di girare in Super16 e di dare quelle tonalità da quadro impressionista che rendono tutto ancora più bello; tutte le mie riservesono state vinte, tranne quella sullo youtuber al cinema e sulla sua recitazione.

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