Salviamo Harry Potter da J.K. Rowling

C’è una cosa che condividono tutti i nati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, anche se con gradazioni diverse di interesse: Harry Potter. Non è possibile che tu sia stato ragazzino nei primi anni del Duemila senza aver visto anche solo per sbaglio un episodio della saga cinematografica del mago britannico, com’è improbabile che nessuno ti abbia regalato per Natale almeno uno dei sette romanzi da cui è tratta. Harry Potter è un fenomeno popolare di portata gigantesca che si è inserito con prepotenza nell’immaginario di una generazione, tramandandosi alle successive con altrettanta intensità. Per chi come me infatti ha dovuto attendere l’uscita di ogni volume, trepidando per il seguito de Il prigioniero di Azkaban o facendo la fila al cinema per vedere La camera dei segreti, questo universo narrativo non solo è collegato a una bellissima fase della vita in cui ci si perde letteralmente in fantasticherie ma anche a un momento di formazione dell’individuo. L’apporto di Harry Potter nella mia seconda infanzia – e in quella di molti altri – fino alla prima adolescenza non è affatto trascurabile, e non ho nessun problema ad ammetterlo rischiando di passare per fanatica che si trafigge la fronte con una saetta e si tatua i doni della morte sull’avambraccio. Harry Potter è infatti il motivo per cui ho cominciato a fare una delle cose che amo di più, ovvero leggere romanzi, ed è anche la fonte di apprendimento di una serie di regole della vita che ritengo fondamentali: lealtà, rispetto, lotta alle diseguaglianze. 

JK Rowling

J. K. Rowling, in sostanza, è stata il faro nei pomeriggi di tantissimi bambini che non vedevano l’ora di compiere undici anni per poter ricevere quella famosa lettera di ammissione da Hogwarts, accompagnata da uno stormo di gufi in stile Hitchcock, ma meno minacciosi. Ha messo in piedi un intero universo narrativo e ha saputo mantenerlo vivo in modo coerente, mai deludente, dando ai miei coetanei ma anche a persone più adulte un personaggio da portare con sé negli anni a venire – oltre che nei poster sul letto. Penso che un po’ tutte le generazioni abbiano il proprio feticcio, che sia Star Wars o Il Signore degli Anelli, un bel modo di condividere un innamoramento collettivo che ci coglie indistintamente. Dire che il lavoro di questa autrice sia stato irrilevante o persino dannoso sarebbe da pazzi, così come criticarne il valore: può non piacerti Harry Potter, può non averti mai conquistato, ma non puoi dire che non sia un’opera fatta a regola d’arte. Detto questo, mettendo in chiaro la premessa per cui J.K.Rowling ha avuto la straordinaria capacità e intuizione di dare vita a una delle grandi saghe della nostra epoca, non si possono non notare alcuni atteggiamenti controproducenti e ossessivi di questa scrittrice nei confronti delle sue creazioni. Uno su tutti quello di riscrivere in maniera retroattiva le sue stesse storie, come succede da ormai diversi anni. Rowling ha infatti deciso che una volta finita la saga dei suoi romanzi il suo ruolo sarebbe stato non tanto quello di madre soddisfatta che lascia che i figli facciano la loro vita da adulti indipendenti, ma piuttosto quello di demiurgo di un universo fatto di bacchette magiche e mantelli scomodi in costante espansione, totalmente sottomesso alla sua volontà di creatrice. 

È come se J.K.Rowling fosse diventata un membro del fandom di Harry Potter, anzi la più autorevole e costante autrice di fanfiction potteriana: se solitamente sono i seguaci di qualche prodotto di intrattenimento a fare sì che la storia dei propri idoli proceda anche su universi di fantasia paralleli, in questo caso è l’autrice stessa che ha continuato ad alimentare teorie, cambi di rotta, introduzione di personaggi laddove la trama era conclusa. In particolare però, Rowling sembra voler sopperire a un certo senso di colpa generato dal fatto che negli anni in cui stava dando vita al mondo di Harry Potter la narrazione ufficiale fosse, per usare un termine americano abbastanza fastidioso ma anche piuttosto esemplificativo, “whitewashed”, oltre che eteronormativa. L’autrice britannica ha evidentemente gettato le basi del suo pubblico tra giovani adulti e adolescenti, oggi i più sensibili all’argomento dell’inclusività, della diversità intesa come valore, dello spostamento del focus da un modo di raccontare il mondo fatto solo di bianchi, eterosessuali e occidentali a una visione più multiculturale e aperta alla fluidità.

Il problema, però, è che se scrivi un romanzo negli anni Novanta e ci metti dentro solo qualche piccola comparsa di colore o nessun riferimento all’omosessualità di uno dei tuoi personaggi non puoi risvegliarti vent’anni dopo pensando di mettere toppe qua e là e giustificare le tue mancanze con una serie di raccontini fatti uscire su Pottermore. E non è nemmeno una questione di profitti, sembrerebbe, considerato che tutte queste produzioni postume legate all’universo di Harry Potter aggiungono semplicemente altra ricchezza a una delle donne già più ricche del Regno Unito – o almeno così voglio credere. Voglio immaginare che più che per continuare a guadagnare fino a spremere l’ultima goccia dalla sua creazione, Rowling si stia comportando così per una sua tendenza a non voler perdere il controllo in alcun modo, oltre che per una forma di prepotenza nei confronti dei suoi lettori. 

Esiste una cosa, infatti, che si chiama La mort de l’autor, che oltre a essere il nome di un saggio di Roland Barthes del 1967 è anche una definizione che evidentemente è sfuggita a Rowling: la scrittura come atto e lo scrittore sono collegati fino a un certo punto, pretendere che si legga un testo solo in funzione di chi lo ha composto e della sua biografia equivale a imporre un limite interpretativo, una tirannia della comprensione e della rappresentazione. Rowling ha fatto l’esatto opposto ed è stata così invasiva nei confronti del suo stesso testo da impedire a chi lo legge di crearsi una propria visione e una propria realtà delle cose, quando forse l’atto più bello della fruizione di un romanzo è proprio quello di riempire gli spazi dei non detti con la propria interpretazione. Lo ha fatto per poter dire di essere lei stessa parte di un movimento di attivismo sociale: di per sé non una cosa negativa, se non fosse che Rowling ha travisato completamente il suo ruolo di autrice, rendendosi despota e morbosamente attaccata a tutto ciò che reputa essere sua invalicabile proprietà. E così, anni dopo la chiusura della saga di Harry Potter, ci ritroviamo con una dichiarazione sul matrimonio di Ron e Hermione e sulla poca compatibilità di questa coppia che a detta di Rowling addirittura avrebbe dovuto prendere tutt’altra piega, visto che Hermione sarebbe stata meglio con Harry. Ma perché a noi lettori dovrebbero interessare gli appunti del loro terapista di coppia se abbiamo già concluso il racconto nel migliore dei modi nella nostra testa? Così come non è poi così tanto necessario essere informati in modo esplicito del fatto che Voldemort e Bellatrix Lestrange fossero amanti focosi, quando, riletto il libro da adulti, risulta chiaro da una serie di dinamiche.

E così, per esempio, J.K. Rowling ci ha tenuto a precisare con una certa fermezza che tutti quelli che avevano osato provare a paragonare Jeremy Corbyn a Silente si stavano sbagliando, solo perché lei stessa non nutre simpatia per l’attuale segretario del partito Laburista inglese. Come a dire, se volete fare dei parallelismi tra personaggi di finzione e personaggi della realtà fate pure, ma non con i miei bambini, uccidendo di fatto tutta la “magia” che c’è nell’immaginazione di chi legge. Ma l’episodio di Corbyn è solo uno dei tanti: uno dei più famosi, ad esempio, è quello che riguarda l’etnia di Hermione. Per l’adattamento teatrale della saga, Harry Potter and the Cursed Child, infatti, è stata scelta un’attrice nera per interpretare la secchiona del “Leviòsa, non leviosà”, decisione che ovviamente ha creato sia un dibattito becero sulla purezza del personaggio, sia una risposta di Rowling altrettanto poco convincente. La scrittrice ha fatto intendere che non ci fosse nulla nelle descrizioni del suo personaggio che lasciasse intuire che Hermione fosse caucasica, considerato che le aveva attribuito capelli crespi e indomabili, compatibili con quelli di una donna afroamericana. Sembra come se Rowling abbia provato a salvarsi in calcio d’angolo, come a dire: “non ho mai detto che quel personaggio fosse di colore ma nemmeno che non lo fosse”. Una spiegazione piuttosto paracula, che invece avrebbe avuto molto più senso analizzare come sintomo di un passato abbastanza recente in cui semplicemente non si dava altrettanta rilevanza a questioni di questo tipo. 

Anche rispetto a Silente e alla sua sessualità Rowling si è arrampicata sugli specchi del detto e del non detto, dichiarando qualche anno fa che la relazione tra il preside barbuto e saggio di Hogwarts e il temibile mago Grindelwald fosse in realtà di tipo omoerotico. Anzi, proprio in occasione dell’uscita del nuovo capitolo della saga di spin-off Animali fantastici, la scrittrice si è addirittura sbilanciata nella descrizione di un rapporto passionale tra i due maghi, alimentando la sottotrama omosessuale del suo romanzo che di fatto però nel romanzo non c’è. Ma se la sessualità di Silente fosse stata così importante ai fini della trama, allora viene da chiedersi: perché aggiungere queste informazioni postume, appiccicandole a una storia già conclusa solo per dire di averlo fatto? Perché non potevamo sapere quindici anni fa che Albus Silente era gay? Perché, banalmente, quindici anni fa un personaggio omosessuale in una saga per ragazzini avrebbe avuto una ricezione molto diversa da quella di oggi. Anche questo è un fatto e anche questo dato ci fa capire quanto sia importante invece includere questo tipo di caratteristiche, ma non a scoppio ritardato, quando i tempi sono maturi per uscire allo scoperto, in modo forse anche un po’ opportunista. 

Nella saga di Harry Potter ci sono tanti temi che vale la pena ricordare per il loro apporto alla narrazione mainstream: ci sono personaggi femminili forti, autonomi, per nulla subordinati a quelli maschili, nonostante anzi incarnino stereotipi come quello della secchiona saccente che invece sappiamo tutti essere più che importante proprio per le sue caratteristiche, “Furbizia e tanti libri”, come dice Hermione stessa; c’è la rappresentazione di una discriminazione, quella nei confronti dei mezzosangue, e la chiara lotta a un pregiudizio di supposta superiorità dettata da condizioni genetiche; c’è anche la raffigurazione di un atteggiamento di sprezzante classismo da parte dei Malfoy nei confronti della famiglia Weasley, trattata come feccia perché povera; c’è la lotta di un elfo domestico, Dobby, che rompe le catene che lo imprigionano nella schiavitù della sua condizione esistenziale e lavorativa.

C’è in Harry Potter un racconto del bene che vince sul male, una battaglia che assume toni metaforici rispetto alla realtà che viviamo in cui la cattiveria e la sete di potere vengono battuti da solidarietà e intelligenza. Una realizzazione anche banale di certi topoi narrativi che però Rowling è stata in grado di declinare in modo originale e mai noioso. Non c’è davvero nessun bisogno di riscrivere la storia, di agire dittatorialmente sul proprio universo narrativo per imporre una sola visione del racconto, quella dell’autrice, che come un proprietario geloso non consente a nessuno di vedere le cose con i propri occhi. Così come non c’è nessun bisogno di aggiungere dettagli postumi a una storia già conclusa solo per potersi sentire in regola con i conti del presente. Se i lettori di Harry Potter hanno bisogno di narrazioni più inclusive, saranno quelle che verranno a dare loro questo spazio, e già la storia sta andando così. Inutile cercare un incantesimo per sistemare le mancanze del passato. Ce lo ha insegnato proprio lei ne I doni della morte che a riportare in vita i morti si fa sempre un grosso sbaglio.

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