Jane the Virgin è la serie tv più sorprendente e sottovalutata in onda ora

Quando è andato in onda il primo episodio di Jane the Virgin era il 2014 e la Tv era dominata da drama come Mad Men e Breaking Bad, che per la loro popolarità e il loro impatto culturale si erano consolidati come imprescindibili modelli di riferimento. Erano i prestige drama a vincere i principali premi e ad attirare la maggior parte degli elogi della critica, e il loro genere iper-riconoscibile – anche se oggi standardizzato e non più così innovativo – di fatto dominava la televisione degli anni Duemila sull’onda di toni cupi e di protagonisti come Walter White, antieroi costantemente attratti dal lato oscuro. È forse anche perché è nata in tempi avversi alle sue tematiche che Jane the Virgin è stata spesso percepita come una serie molto divertente, al massimo “carina” (aggettivo usato più spesso per ridimensionare qualcosa che per esaltarla), ma imparagonabile alle produzioni “di qualità”, soprattutto perché appartenente a un genere che per anni ha annichilito ogni discussione legata alla qualità televisiva: la telenovela. Le prime quattro stagioni della serie sono disponibili su Netflix.

Al cospetto di serie come Il trono di spade, Jane the Virgin è stata accolta come un brillante esercizio di stile o, peggio ancora, declassata a prodotto romantico per ragazzine, perché per anni la legittimazione artistica della Tv sembrava non poter prescindere da toni seriosi, atmosfere noir e dalla centralità di figure maschili. Poi la televisione e la società hanno iniziato a cambiare, le serie realizzate da donne si sono moltiplicate e grazie al loro potenziale di innovazione e originalità hanno conquistato l’attenzione di pubblico e critica. Mentre gli orfani del grande drama aspettavano l’arrivo del nuovo Breaking Bad, alle loro spalle il panorama si riempiva di novità: Jane the Virgin (insieme ad altri show come Transparent, Giorno per giorno, Broad City e Crazy Ex-Girlfriend) ha infatti dimostrato che una serie può essere culturalmente rilevante senza per forza essere creata da un uomo e avere al centro della sua narrazione un maschio bianco, tormentato e dall’ambigua moralità.

Jane the Virgin riesce infatti a essere contemporaneamente una serie di qualità e non negare la propria natura, che è quella di una telenovela la cui premessa narrativa è assurda e inverosimile, proprio come i twist narrativi che ne caratterizzano la trama. La premessa, infatti, è quella di un’immacolata concezione: Jane Gloriana Villanueva, felicemente fidanzata con Michael e cameriera in un hotel (ma aspirante scrittrice di romanzi d’amore) durante un controllo ginecologico viene inseminata artificialmente per errore con il seme di Rafael, il ricco proprietario dell’albergo per cui lavora. Il problema è che Jane è vergine e ha deciso di rimanerlo fino al matrimonio, sia per tenere fede alla promessa fatta alla sua religiosissima nonna, sia perché segnata dall’esperienza della madre, rimasta incinta di lei da adolescente. 

Questo paradossale incipit dà l’imprinting narrativo allo show, che per cinque stagioni racconta con un ben dosato mix di ritmo, realismo magico e momenti comici le vicende della famiglia Villanueva e soprattutto di Jane, che come in ogni telenovela che si rispetti è il perno di un triangolo amoroso formato dall’affidabile fidanzato Michael e dal seduttore Rafael. Jane the Virgin non ha paura di piacere e neppure di utilizzare tutte le forme retoriche del suo genere di appartenenza, come le morti improvvise, i tradimenti, le resurrezioni e i cambi di identità, ma li usa per costruire una narrazione innovativa e autoriflessiva, con tanto di voce fuori campo dall’accento sudamericano che sottolinea ogni evento, caricandolo di uno humor metanarrativo irresistibile. 

La serie, creata da Jennie Snyder Urman, ritrae con una prospettiva innovativa tre generazioni di donne (Jane, la madre Xiomara e la nonna Alba) e il loro tentativo di rivendicare un posto nel mondo, inserendole all’interno della cornice pop e colorata di Miami ma senza perdere mai di vista la narrazione emotivamente coinvolgente del mondo latinx negli Usa, legato alle discriminazioni razziali e alle difficoltà economiche ma anche al modo in cui la cultura latinoamericana, fondendosi con quella statunitense, produce il crogiolo di identità, tradizioni, abitudini e linguaggi messo in scena dalla serie. Le sceneggiatrici della serie costruiscono un racconto che ribalta gli stereotipi e invece di affidarsi ciecamente ai meccanismi del colpo di scena tipici delle telenovele aggiungono progressivamente sostanza a ogni personaggio, rivelando personalità complesse, sfaccettate e impossibili da incasellare in categorie prestabilite. Jane the Virgin delinea per la sua protagonista un percorso di formazione fortemente realistico che ne mette in scena la crescita sia come madre single e ispanica negli Stati Uniti, sia come giovane scrittrice che deve imparare a gestire il proprio talento e a fronteggiare fallimenti e sconfitte inaspettate.

L’attenzione alla diversity dello show è la conseguenza della varietà di voci presenti al suo interno, perché a differenza di tante serie realizzate da uomini considerati all’unanimità dei geni, che si sono affermati con il mito dell’Autore e spesso convinti di essere autosufficienti dal punto di vista creativo, l’autrice di Jane the Virgin Jennie Snyder Urman ha avuto l’intelligenza di costruire una squadra inclusiva e piena di punti di vista differenti. Lo staff di sceneggiatori è infatti formato da dieci donne e tre uomini, di cui quattro sono latinx e una, Carolina Rivera, ha lavorato anche a diverse telenovelas. Urman ha infatti capito che per offrire una rappresentazione autentica e capace di sganciarsi dagli stereotipi, è necessario chiedere il contributo di persone in grado di mettere il proprio vissuto al servizio del processo creativo collettivo. Come Rafael Augustin, ex immigrato senza documenti assunto da Urman come autore e grazie al quale la serie è riuscita a ritrarre con realismo il misto di paura ed eccitazione che si prova durante il percorso che porta alla cittadinanza americana.

La quinta e ultima stagione di Jane the Virgin è appena iniziata negli Stati Uniti (le prime quattro sono disponibili in Italia su Netflix) e porterà a termine una serie che negli anni ha edificato un’architettura narrativa perfetta per trattare questioni complesse e raccontare personaggi ricchi di sfumature. Paradossalmente, il lavoro più rivoluzionario è stato fatto sui personaggi maschili attraverso i quali la serie ha operato una vera e propria ridefinizione della mascolinità, tratteggiando profili di uomini lontani dai modelli tradizionali. I tre maschi al centro della narrazione sono l’esempio di come si possano costruire personalità maschili complesse e sfaccettate senza ricorrere allo stereotipo dell’antieroe alla Don Draper. Michael, pur essendo una figura prepotentemente positiva che ha come ragion d’essere l’integrità morale e la fedeltà, non viene mai appiattito dalla serie su queste caratteristiche perché descritto con precisione anche nei suoi lati oscuri. Con Rafael la serie ha invece preso lo stereotipo del latin lover e l’ha riscritto in maniera inaspettata, affrontando attraverso di lui i temi della paternità e dell’importanza di mettersi in discussione. Rogelio, padre di Jane, è infine uno dei lasciti più importanti della serie, un uomo pieno di vanità ma anche di energia e voglia di esprimersi, che non ha paura della propria vulnerabilità e rappresenta un’alternativa all’immagine di virilità granitica e impermeabile ai sentimenti che per troppi anni ha inibito i maschi di ogni età.

Jane the Virgin parla di ambizione, crescita personale, emozioni e creazione artistica ma rimane fino in fondo e con orgoglio una telenovela, rischiando così di non essere capita da chi non attribuirebbe mai a una serie così soapy la stessa “qualità artistica” di Mad Men. In una recente intervista, Jennie Snyder Urman ha raccontato di non essere per nulla interessata alle serie che si presentano come esempi di “televisione profonda, seria e importante, in cui i personaggi parlano al rallentatore, ci sono un sacco di pause per conferire maggior nobiltà ai dialoghi e in cui ci sono quasi solamente uomini che prima o poi staranno davvero male.” A questo modello di qualità Urman ne contrappone uno che emana femminilità da ogni fotogramma, ricco di gioia, colori e colpi di scena, capace di rompere l’eterno dualismo tra cultura alta e cultura bassa.

Dopo cinque anni di messa in onda, il lascito di Jane the Virgin è un incoraggiamento per quelle autrici che cercano di inserirsi nell’industria televisiva, un esempio emblematico di quanto l’audacia e la creatività alla fine paghino, anche se non tutti se ne accorgono nell’immediato. La serie ha avuto l’intelligenza di percorrere un tracciato inedito, con attenzione all’innovazione ma anche al soddisfacimento del pubblico e ha dimostrato che in un panorama in cui gli show cosiddetti “di prestigio” sono sempre più ripetitivi e standardizzati, i generi da sempre snobbati come la telenovela rappresentano uno spazio d’azione pieno di opportunità e fertile alla sperimentazione.

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