Il Primo Re è il primo vero blockbuster italiano. E vale la pena vederlo.

Quando si gira per Roma è molto probabile che a un certo punto ci si imbatta in una statua che raffigura una lupa e due bambini che prendono il latte dalle sue mammelle. Oltre a essere il celebre simbolo della AS Roma, rappresentato praticamente ovunque in giro per la città, è anche la raffigurazione della leggenda del mito della fondazione dell’Urbe. La storia di Romolo e Remo ci viene raccontata sin dalle scuole elementari, ed è forse l’unica nozione di cultura generale sulla civiltà romana che abbiamo assimilato tutti, con annesse varianti onomastiche da libera interpretazione. Sappiamo tutti che i due gemelli, discendenti di Enea e di Marte, sono stati cresciuti da una lupa perché orfani e, a un certo punto, si sono trovati l’uno contro l’altro, e dal loro litigio ne è scaturita la morte di Remo e la supremazia di Romolo, dalla quale discende il nome della Capitale. Le nostre conoscenze su questo mito nella maggior parte dei casi si fermano qui: animali che allattano, fratricidio e poi Roma, proiettata direttamente sul set de Il Gladiatore.

In realtà, in quel 21 aprile del 753 a.c., la civiltà romana era ancora molto diversa da come ce la raffiguriamo oggi nella nostra testa, tra centurioni da foto al Colosseo e lettighe lussuose su cui trasportare imperatori viziati che vomitano tutto quello che mangiano. Complici di questo falso immaginario da parco dei divertimenti a tema che si costruisce nella nostra testa senza ombra di dubbio è il cinema, primo fornitore di stereotipi e falsi storici, a maggior ragione poi se pensiamo a quanti peplum siano stati portati in scena nella storia della cinematografia mondiale, con qualche Liz Taylor di turno che interpreta una Cleopatra dai tratti vagamente occidentali. Ma a dare una bella ripulita a questo vasto repertorio di romanità hollywoodiana è arrivato un film che ha delle caratteristiche molto insolite per essere una produzione italiana: si tratta de Il Primo Re, il film di Matteo Rovere uscito il 31 gennaio del 2019 che, oltre a parlare del primo dei sette sovrani dell’età regia di Roma, è anche il primo vero kolossal moderno italiano – se escludiamo quelli molto più antichi, come il Cabiria di Pastrone. È davvero una produzione insolita, prima di tutto perché sono stati spesi un sacco di soldi – circa otto milioni di euro, niente a che fare con le cifre d’oltreoceano, sia chiaro, ma pur sempre una somma esorbitante – e poi perché mette in scena una rappresentazione dei due gemelli di Alba Longa che si discosta molto da tutto quello che ci eravamo potuti immaginare fino a questo punto.

Non si tratta tanto di una ricostruzione filologicamente accurata, anche considerate le molteplici varianti che esistono del mito, tutte volte a giustificare in qualche modo la discendenza divina dei romani. Tra le varie versioni – la più nota e citata è quella di Tito Livio e del suo Ab urbe condita libri, ma ne parlano anche Varrone o Plutarco –  c’è però sempre la costante dell’omicidio di Remo e l’insediamento di Romolo come unico fondatore della città. Oltre all’aspetto politico, strategico e sentimentale della vicenda dei due fratelli, di questa storia, Rovere ha deciso di approfondire   anche il rapporto tra l’uomo e dio, inteso come forza soprannaturale imperscrutabile e arbitraria. Non è un dio buono, né misericordioso né protettivo quello che si intreccia nella storia di Romolo e Remo, ma un’entità arcana, oscura e vendicativa. Perché come recita la citazione di William Somerset Maugham all’inizio del film, “Un Dio che può essere compreso non è un Dio”, una presenza incomprensibile. Ed è proprio questa tracotanza che spinge l’uomo a mettersi al di sopra delle divinità, quella hybris che i greci raccontavano nelle loro tragedie, che giocherà a sfavore dei due fratelli: per tutta la durata del film, infatti, si è portati a chiedersi cosa potrebbe succedere di così grave da rompere il legame tra Romolo e Remo, rappresentato con tanta forza da apparire viscerale.

Ma la profezia parla chiaro, uno dei due fratelli deve morire per fare sì che il grande regno prenda vita, e col procedere del film risulta sempre più chiaro cosa può sconvolgere talmente tanto l’equilibrio di un affetto potente come quello di due fratelli gemelli sopravvissuti a tutto grazie all’aiuto reciproco: la follia, la prepotenza e la mancanza di lucidità che derivano dal senso smisurato di potere. Solo Romolo può fermare Remo nel momento in cui viene colto da un delirio di onnipotenza distruttivo, uccidendolo e ristabilendo l’ordine nella gerarchia della vita – non tanto una forma di cieca sottomissione alla divinità, piuttosto un senso di ridimensionamento dell’umano. Che sia la natura selvaggia e irrefrenabile del Tevere che esonda o la paura di un fuoco sacro che si spegne, il divino è presente in forma preistorica, come forza inspiegabile ma necessaria per capire il limite degli esseri viventi. Non un dio misericordioso, né un dio a cui confidare i propri peccati e chiedere perdono, ma una presenza anche ingiusta e spietata con cui bisogna sempre fare i conti e che trasmette quel senso di insignificanza dell’essere umano rispetto alla grandezza di qualcosa di incomprensibilmente forte.

In tutto ciò, la violenza sporca e cruda è protagonista, con lotte spietate tra uomini che si contendono il dominio della terra. Si uccide a mani nude, si soffoca nel fango, si tagliano teste, si rompono gambe: le scene di combattimento sono tante e tutte molto curate al fine di apparire il più realistiche possibile. Più che combattimenti tra re dell’antica Roma, sembrano ricordare le battaglie dei gladiatori contro bestie feroci, l’aggressività senza limiti della legge del più forte portata all’ennesima potenza. E infatti non c’è traccia di armature o di cavalleria che tradisca qualche accenno di civiltà moderna, escluso qualche scudo rudimentale e qualche maschera di ferro. La sporcizia, il fango, i capelli ingarbugliati, i denti marci, le voci roche e, soprattutto, la lingua che viene parlata. Il Primo Re è stato interamente girato in un proto-latino che ogni tanto tira fuori qualche parola comprensibile a chi ha passato ore sulle versioni di Cicerone, tra un “hodie” e un “cras” che si riesce ad afferrare tra tutte quelle urla o i sussurri dei protagonisti. Il risultato di questa scelta molto audace di lasciare a una versione plausibile e accurata di un latino più che arcaico – supportata dall’aiuto di esperti della Sapienza, ci risparmia quanto meno l’ennesima rappresentazione di antichi romani che parlano in un romanesco cinematografico da S.P.Q.R. 2000 e mezzo anni fa. E bisogna riconoscere al cast de Il Primo Re, specialmente ai due protagonisti Alessandro Borghi e Alessio Lapice, di aver colto bene l’occasione di poter recitare in una lingua non solo diversa dalla propria ma addirittura morta: sembra che l’immedesimazione nello scenario primitivo sia resa ancora più completa attraverso quelle parole, riflesso di un’atmosfera vecchia di millenni. Si evita così persino l’effetto hollywoodiano da Brad Pitt che interpreta Achille in Troy, quella dissonanza postmoderna tra forma e contenuto che inevitabilmente stridono.

Altro elemento di forza del film è senza dubbio la fotografia di Daniele Ciprì, che con la sua incredibile bravura – e in quanto grande fan sia di Ciprì che di Ciprì e Maresco non potevo aspettarmi altro – rende spettacolare l’ambientazione delle foreste nebbiose, dei consessi notturni illuminati solo dal fuoco e delle immense paludi tiberine, tutto ripreso quasi interamente con luci naturali. Il rischio di questo film era proprio quello di conformarsi allo standard americano di kolossal, dove gli effetti speciali diventano i soli protagonisti di pellicole infinite in cui la trama si riduce a ben poco; Il Primo Re è però riuscito a evitare questo tragico destino da polpettone farcito di eroi e meritocrazia made in USA – tranne forse per certi momenti in cui la colonna sonora ricorda troppo l’atmosfera forzatamente epica di questo genere. Certo, se ci si aspetta di vedere un film intimista pieno di dialoghi e di interni, forse sarebbe meglio guardare qualcosa della Nouvelle Vague piuttosto che andare a vedere la pellicola di Rovere. Così come se ci si aspetta un film in costume con Russel Crowe sudato e sporco di terra del Colosseo, forse è meglio virare su qualche altro gigante da miliardi di dollari e comprare i popcorn. Il Primo Re non è infatti un film da secondo spettacolo, a meno che non si abbia il dono di saper contrastare le palpebre che cadono dopo le 22.30 quando c’è silenzio da troppi secondi e buio attorno. Ma nonostante la lentezza e i momenti in cui la colonna sonora dirotta leggermente il film in una versione latina di qualche scena con i Dothraki di Game of Thrones, vale la pena di dargli una chance. Quanto meno per poter dire di essere andati al cinema e aver visto finalmente un kolossal che non sia stato girato da un regista americano col cappellino da baseball e la sedia di tela col suo nome stampato dietro.

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