The Haunting of Hill House ha rinnovato il genere horror

Il genere horror è stato per anni una certezza per i box office, e le grandi saghe degli anni Settanta e Ottanta, come L’alba dei morti viventi, Nightmare, Venerdì 13 o Halloween continuano a generare sequel e reboot. Nell’horror è infatti più facile appoggiarsi a un immaginario decodificato, piuttosto che dare vita a nuove storie. Al giorno d’oggi lo spettatore è più cosciente del proprio ruolo e delle tecniche narrative e per questo è sempre più difficile sorprenderlo o spaventarlo. Gli horror che ci fanno paura non sono più quelli in cui spuntano mostri all’improvviso o vengono decimate bande di ragazzini, ma quelli che si insinuano nel quotidiano mettendo in scena le nostre paure più prossime. È il caso, ad esempio, della saga di Paranormal Activity: oggetti che levitano o porte che sbattono non costituiscono di per sé causa di spavento, a spaventarci è l’idea che un’entità invisibile stia invadendo la nostra casa, il nostro spazio privato, e che essa agisca mentre dormiamo, ovvero quando siamo impotenti. In questi elementi risiede il successo di un filone nato come film a basso costo e poi diventato quasi un genere a sé, ma si tratta di un caso isolato che da solo non riporta però il genere horror ai fasti del passato.

Se l’ambiente cinematografico langue, nuove idee possono venire dalla tv. Nell’ultima settimana, ad esempio gli schermi degli abbonati Netflix sono stati monopolizzati dalla serie-evento The Haunting of Hill House, scritta e diretta da Mike Flanagan, già autore di horror meritevoli come Oculus e Oujia. Il regista – che aveva già in passato trasposto sullo schermo soggetti letterari, come ad esempio Il gioco di Gerald, tratto da un romanzo di Stephen King – stavolta adatta l’omonimo romanzo della scrittrice Shirley Jackson, capolavoro della gothic novel americana del Novecento. Se però il racconto è ambientato negli anni Cinquanta, e riprende le fascinazioni vittoriane de Il giro di vite di Henry James, Flanagan ambienta la serie tv ai giorni nostri e incentra la storia sui legami familiari.

Negli anni Novanta la famiglia Crain, composta da Hugh, Olivia e dai loro cinque figli, si trasferisce a Hill House, una vecchia tenuta da tempo abbandonata. Lo scopo dei Crain è ristrutturare la casa per poi rivenderla, un lavoro che si rivela difficile perché la casa sembra infestata dai fantasmi. Gli spiriti dei vecchi inquilini – la famiglia Hill, avvolta da un passato di sangue – si manifesta inizialmente ai figli dei Crain, i maschi Steven e Luke e le bambine Shirley, Theo e Nell. Il carattere delle apparizioni si fa sempre più concreto, al punto da incidere sulla psiche degli inquilini, fino alla notte in cui il padre fugge da Hill House con i figli dopo il suicidio della madre Olivia. Ventisei anni dopo, i figli dei Crain sono cresciuti e non hanno ancora capito che cosa sia esattamente successo quella sera: se i fantasmi dell’infanzia fossero reali o meno e perché la madre si sia uccisa.

Ciascuno ha rielaborato il lutto in modo diverso: Steven scrive storie di fantasmi, Luke manifesta disturbi psichici, Shirley lavora in un’agenzia di pompe funebri, Theo è diventata una psicologa infantile e Nell crede di parlare con i morti. Ognuno, in un modo o nell’altro, è ossessionato dai ricordi di Hill House, e la misteriosa scomparsa di Nell sarà l’occasione per fare i conti con il proprio passato. La narrazione si muove su due piani: da una parte c’è la vita presente dei protagonisti, fatta di idiosincrasie e battaglie quotidiane, dall’altra ci sono i flashback di un passato che ritorna sotto forma di incubo. Attraverso la narrazione approfondiamo l’introspezione dei personaggi, mentre ai ricordi d’infanzia sono destinate le scene più orrorifiche. Flanagan adotta il punto di vista dei bambini e grazie a un semplice espediente riesce a creare un’atmosfera onirica, in cui lo spettatore non sa mai cosa possa accadere e soprattutto se le apparizioni siano reali oppure solo fantasticherie.

Un altro punto di interesse sono i rapporti fra i vari membri della famiglia: la stabilità apparente dei genitori, il rapporto simbiotico fra Nell e Luke, l’incontro-scontro fra Steven e il resto della famiglia, il rancore di Shirley, la forza di volontà che anima le scelte di Theo. Possiamo vedere i legami strutturarsi nel corso degli anni, cercando nel racconto del passato i fattori che hanno influenzato affinità e divergenze nei rapporti del presente. Appare chiaro che, in Hill House, alla storia di fantasmi si accompagnano riflessioni importanti sui traumi infantili, sulla stabilità psichica, sull’esito non sempre felice dei legami familiari e sulla capacità umana di esorcizzare il dolore.

Ciascuno dei Crain incarna una delle cinque fasi della rielaborazione del lutto e si approccia alla perdita della madre in modo diverso. Le cosiddette “cinque fasi della separazione” vennero teorizzate dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross nel libro La morte e il morire del 1969. Il primo stadio è la negazione, rappresentata dal più grande dei Crain, Steven, che rifiuta categoricamente l’esperienza paranormale. Il secondo stato è la rabbia: si imputano alla persona cara presunte colpe che l’avrebbero portata alla morte. Shirley, la secondogenita, prova risentimento nei confronti della madre perché crede che abbia rifiutato di curarsi dalle “visioni”. Poi c’è la negoziazione del dolore, impersonata dalla psicologa Theo, che cerca di sfruttare la conoscenza dei traumi infantili per aiutare altri ragazzi. Luke e Nell, i gemelli più piccoli, rappresentano invece gli stati più estremi: Luke è la disperazione, manifestata nella tossicodipendenza, e Nell l’accettazione, poiché non mette mai in dubbio la veridicità dell’esperienza medianica.

Il romanzo di Shirley Jackson gioca sul rapporto conflittuale con la tradizione, le reminiscenze dell’immaginario gotico ottocentesco vengono rielaborate in una cornice moderna, che vede personaggi degli anni Cinquanta increduli di fronte a superstizioni obsolete. La serie di Flanagan va poi a riflettere sullo spazio che riserviamo al dolore nella nostra società. Nella quotidianità è quasi impossibile manifestare il dolore senza suscitare imbarazzo o compassione, per questo tendiamo a reprimerlo, razionalizzandolo ed evitando il confronto con i nostri traumi, un mancato incontro che spesso sfocia nella psicosi. In Hill House Steven, Shirley e Theo reprimono i propri sentimenti, perché non troverebbero spazio nell’ambiente di lavoro: nella società iper-produttiva in cui viviamo, mostrare le proprie debolezze significa perdere credibilità. Nell e Luke invece soffrono costantemente, il trauma si è sedimentato a una profondità tale da diventare l’unico orizzonte possibile. Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati, da qui si originano i fantasmi: ricordi improvvisi mistificati dietro gli incubi o incarnazioni di una sofferenza troppo grande.

The Hunting of Hill House fa paura perché mette in relazione il paranormale con la nostra interiorità. I fantasmi non sono manifestazioni immutabili del reale, ma rimodulazioni dei nostri sentimenti e durante la visione ci si chiede se sia più proficuo continuare a fuggire o affrontarli. Flanagan ci pone di fronte al racconto di una scelta che facciamo anche nella vita reale: lasciare che il corso del tempo seppellisca nodi irrisolti oppure rievocare i brutti momenti nella speranza di esorcizzarli. Vedere dei sentimenti così difficili da interpretare trasformati in immagini ci terrorizza, come se anche noi, insieme ai protagonisti, stessimo ripercorrendo il nostro passato alla ricerca di un momento buio che non vogliamo ricordare.

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