I festival musicali arricchiscono la cultura e le città. Perché in Italia se ne fanno così pochi?

La cultura dei festival musicali sta crescendo anche in Italia, e questa è una buona notizia. I festival attraggono turisti, riqualificano i luoghi che li ospitano, creano posti di lavoro e soprattutto mantengono vivo un fermento culturale e sociale live che altrimenti verrebbe schiacciato dall’epoca di YouTube e Spotify. La cultura dei festival musicali sta crescendo anche in Italia nonostante la politica, e questa è la triste notizia.

La politica locale e nazionale – soprattutto quella che dovrebbe occuparsi delle strategie per il turismo e la valorizzazione culturale del territorio – non ha infatti ancora compreso la portata di certi eventi. Non soltanto non si rende conto di aver a che fare con un fenomeno, quello del turismo legato ai festival musicali, che vale oltre 600 milioni di euro l’anno, ma fa di tutto per mettere il bastone tra le ruote agli organizzatori. Chi vuole creare e gestire un festival nel nostro Paese è costretto a scontrarsi con l’ostacolo per antonomasia: la burocrazia. Tra permessi negati, mancato sostegno delle amministrazioni locali e ignoranza in materia dei politici, gli organizzatori dei festival sono costretti ad arrangiarsi. D’altronde siamo la nazione che negli ultimi decenni si è arroccata sul concetto secondo cui “Con la cultura non si mangia”. Ovviamente è una baggianata, considerando che la cultura nel nostro Paese muove 250 miliardi di euro, il 17% del Pil.

Se in Italia portare avanti un festival è un’impresa ardua, al Sud le difficoltà sono ancora più evidenti. È dunque una lieta notizia quando emergono nuove realtà in grado di partire da zero e raggiungere traguardi inizialmente impensabili. È il caso di Ortigia Sound System, che da oggi, fino al 28 luglio, torna nella sua suggestiva cornice. Ortigia, isola centro storico di Siracusa, è infatti patrimonio dell’Unesco, e il festival offre spettacoli in alcuni scenari impossibili da replicare: dai boat party ai concerti al castello Maniace, dagli eventi in riva al mare ai dj set al mercato e alle conferenze – quest’anno ci sarà il filosofo Leonardo Caffo. La scorsa edizione si è chiusa con numeri che delineano una crescita costante del festival: 13mila presenza da oltre 40 Paesi diversi. La lineup di quest’anno comprende nomi come Giorgio Moroder, Neon Indian, Colapesce, Ben UFO e tanti altri artisti che miscelano le nuove tendenze musicali provenienti da tutto il mondo con la tradizione del territorio. Ci sarà anche un dj set di Boiler Room con Virgil Abloh, oggi probabilmente la figura più influente nel mondo della moda. Un evento che già attraverso i nomi mostra il proprio valore, ma essendo in Italia bisogna lottare per sopravvivere.

Andrea Cavallaro, project manager del festival, spiega bene la situazione: “Bisognerebbe capire che eventi del genere sono un valore aggiunto per la ricchezza del luogo. Attorno al patrimonio storico e culturale possono essere riqualificati e rigenerati luoghi altrimenti quasi abbandonati, come nel caso dell’esperienza di Ortigia Sound System. È necessario oliare meglio il meccanismo tra pubblico e privato e facilitare la gestione di questi eventi, anche perché creano occupazione. Si fa fatica a trovare risorse, non sempre la politica ci viene incontro e dobbiamo arrangiarci con i nostri mezzi. Le normative italiane legate alle attività culturali sono in alcuni casi limitanti, manca una vera e propria riforma”.

I problemi risultano particolarmente evidenti quando ci si confronta con i festival in giro per l’Europa. Ad esempio, il modello inglese si sostiene per un terzo con le entrate della biglietteria, per un altro terzo attraverso partner e per l’ultimo terzo grazie a fondi pubblici. In Italia c’è ancora un disequilibrio tra questi parametri, considerando che i fondi pubblici latitano e spesso è difficile trovare sponsor esterni. Cavallaro spiega che “la stessa politica dovrebbe comprendere certi vantaggi. Si investe per redistribuire ricchezza ai cittadini: il festival porta a Ortigia persone da tutto il mondo che arricchiscono il territorio. Quindi investire su un festival vuol dire crescere organicamente, aumentando il turismo e di conseguenza il Pil”. Ma soprattutto le amministrazioni locali fingono di non sentire, e la cultura dei festival viene ostracizzata. Se entrano in gioco addirittura tribunali e Tar un’opera di rivalutazione di quella che era la piazza d’armi del Castello Maniace – per anni preda dell’incuria più totale – vuol dire che l’Italia va a una velocità diversa rispetto al resto del mondo. O, più semplicemente, che gli interessi che si vogliono tutelare sono ben altri rispetto a quelli della collettività.

Restando in Sicilia, un altro esempio da seguire è quello di Ypsigrock. Il festival, fondato nel 1997 da giovani appassionati di indie rock, ha reso Castelbuono, il piccolo paese in provincia di Palermo che lo ospita, meta di turisti da tutto il mondo. Inizialmente gli abitanti vedevano il festival come un disturbo: la quiete di Castelbuono sembrava minata dall’invasione di persone considerate corpi estranei, scalmanati in cerca di rumore. Con gli anni gli abitanti del luogo, rendendosi conto della crescita esponenziale dell’evento (8mila presenze la scorsa edizione) e dell’indotto, hanno convertito la diffidenza in calda ospitalità verso i turisti. Adesso Ypsigrock è uno dei festival più importanti in Italia e in Europa, e ha dato l’occasione di portare in un remoto paese della Sicilia artisti come Alt-J, Primal Scream, Editors, Motorpsycho, Apparat, Blonde Readhead e tanti altri. Un fiore all’occhiello della Sicilia e dell’Italia, che negli anni non ha però trovato il sostegno delle istituzioni, se non per il comune di Castelbuono – che non può finanziare più del 5% del costo di produzione – e da qualche sporadico sponsor privato. La maggior parte degli introiti viene dai biglietti, dal bar e dal campeggio. Nemmeno la più modesta sagra di paese riceve così poca considerazione, ed è assurdo che accada quando si parla di un festival che ci invidiano ovunque.

A livello nazionale le difficoltà si riscontrano in tutte le regioni. Ad esempio il Club to club di Torino, un’eccellenza nel campo della musica elettronica che lo scorso anno ha registrato il suo record di presenze (60mila), si è più volte scontrato con l’assenza delle istituzioni e con la carenza di fondi pubblici. Stessa sorte per il Lucca Summer Festival, l’Home Festival di Venezia o il Mi Ami di Milano: l’idea di ricreare tanti Glastonbury in Italia si perde nella burocrazia e negli intralci della politica. È andata peggio al Siren Festival di Vasto, che ha cancellato la sua edizione del 2019 per problemi logistici legati all’amministrazione locale e ai partner. Un peccato, perché negli anni ha portato sul suo palco artisti e band internazionali come Mogwai, The National e Slowdive. Probabilmente è anche una questione di mentalità, con una nazione che per anni non è stata pronta ad abbracciare il concept di un festival, mentre solo adesso si vedono i primi risultati, visto che quasi tutti i festival stanno registrando nelle loro ultime edizioni dei record di presenze. In Italia siamo più abituati all’evento singolo, al concertone di Vasco a San Siro, mentre in realtà le opportunità che offre un festival sono molteplici: non solo per i musicisti, a cui viene offerta la possibilità di raggiungere un’audience più vasta con meno costi. Il vantaggio è anche per il pubblico, che ha l’opportunità di vedere più artisti dal vivo in un’unica occasione, a un prezzo più basso, in ambienti più affascinanti rispetto a un palazzetto e vivendo l’intera cornice del festival, che comprende eventi paralleli come conferenze, workshop e intrattenimento di ogni tipo.

La gente non va a un festival esclusivamente per il concerto, ma organizza le proprie vacanze in base a questi eventi, trascorrendo diversi giorni nei luoghi scelti ed entrando in totale sintonia con l’ambiente circostante e creando un circolo virtuoso di turismo. Un rapporto della Confcommercio mostra i risvolti economici positivi di determinati eventi, oltre allo sviluppo turistico e alla valorizzazione territoriale. Parla infatti della spesa degli spettatori che vengono da fuori e portano ricchezza al luogo visitato, ad esempio con l’acquisto di prodotti enogastronomici o di artigianato locali, pernottando negli alberghi e nei b&b del luogo e visitando le principali attrazioni della città che li ospita. Il rapporto analizza nel dettaglio gli esempi della Notte della Taranta, dell’Home Festival e di Time in Jazz, tre festival che hanno portato ricadute positive sul territorio.

All’estero hanno capito prima di noi l’occasione di mettere insieme cultura e introiti, favorendo il turismo. I nostri cugini spagnoli, in particolar modo a Barcellona, hanno alimentato la cultura dei festival fino a rendere i loro eventi, tra tutti il Primavera Sound e il Sónar, appuntamenti imperdibili per ogni appassionato di musica. Georgia Taglietti, a capo della comunicazione e figura di rilievo del Sónar dal 1995, spiega che “L’aspetto più importante nell’organizzazione di un festival è mantenere l’indipendenza delle scelte e delle idee. Per il Sónar c’è una parola che riassume il contatto con il territorio unito all’identità del pubblico che viene da fuori: ‘translocale’. Il festival è un ecosistema: gli artisti, il pubblico e gli organizzatori sono partecipi di un’unica dimensione, creando un equilibrio tra tutte le parti”.

Inoltre, in un’epoca dove la prevalenza delle azioni si compie online, un festival garantisce un’aggregazione “offline”, la possibilità di essere al centro di un’esperienza reale e condivisa. Per Taglietti “È il massimo dell’esperienza offline ai giorni nostri: non ascolti Spotify, non ti attacchi a Facebook o a Instagram ma vieni per vivere un’esperienza dal vivo a 360 gradi. La gente ha bisogno di una rassicurazione che vada oltre il mondo virtuale. Mondo comunque rilevante, visto che con gli anni è cambiata la velocità di trasmissione e di divulgazione. La digitalizzazione permette di non avere intermediari, si fa un discorso diretto con il pubblico durante tutto l’anno. È una connessione che vive oltre il festival”. Connessione che ha fatto segnare, la scorsa edizione, il record di presenze per il Sónar: 126mila spettatori, di cui quasi la metà provenienti da altri Paesi. Non è un caso se la città di Barcellona, a partire dagli anni Novanta, ha subìto una trasformazione collegandosi alla cultura, al progresso, allo sport (con l’esempio delle Olimpiadi) e a tutti quegli aspetti che in Italia vengono considerati ancora inutili, perché “non danno il pane”. La conseguenza di questa mentalità è palese: loro progrediscono, noi arranchiamo. Eppure anche in casa nostra abbiamo gli esempi di alcuni eventi che hanno fatto da traino per il turismo e l’economia. Se le Olimpiadi hanno segnato la svolta per Barcellona, a Milano è stato Expo a rendere la città sempre più internazionale, attirando investitori e aumentando i progetti di crescita. Solo che in Spagna hanno seguito quel trend, mentre in Italia (tolta l’eccezione di Milano) sembra di vivere in un’epoca arretrata.

Certo, i difetti esistono anche nei festival all’estero. Ad esempio per quanto riguarda la presenza delle donne nelle lineup. Analizzando i principali festival mondiali, tra i quali Lollapalooza e Coachella, si nota una discrepanza tra la presenza femminile come pubblico (il 60%) e quella sul palco (soltanto il 15%). Oppure anche la tendenza a trasformare certi luoghi in passerelle per influencer alla ricerca di contratti e visibilità, con i media più interessati a quello che succede fuori dal palco che all’espressione della musica (e qui torniamo al Coachella). Sono difetti limabili col tempo, o per lo meno si spera – soprattutto per la presenza femminile sui palchi, come ha tentato di fare quest’anno il Primavera Sound con una presenza femminile sui palchi del 50%. Quello che invece resta di positivo è una coesione che non si riscontra in altri frangenti della nostra epoca. Fare parte di qualcosa, essere in mezzo ad altra gente in carne e ossa e unirsi al flusso della musica è un’esperienza che da Woodstock a oggi ha mantenuto lo stesso potere, la stessa armonia cosmica che è tipica di un festival. Se il discorso può apparire troppo astruso, non costa niente tornare ai freddi numeri: i festival portano soldi e turismo. Forse è l’unico modo per svegliare le amministrazioni italiane, il cimitero degli elefanti che ancora chiude gli occhi di fronte a questo fenomeno.

Questo pezzo è stato realizzato in collaborazione con Oss – Ortigia Sound System Festival, quest’anno a Ortigia dal 24 al 28 luglio.

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