È tempo di rivedere la serie in cui i concorrenti del GF vengono sbranati da zombie

L’epoca in cui non avevamo ancora cominciato a guardare serie tv in modo sistematico e costante sembra ormai abbastanza lontana da poterla considerare alla pari di quella in cui compravamo i CD. Eppure non sono passati poi così tanti anni da quando a fare da padrone sulle nostre esigenze seriali era il palinsesto di Italia 1 o di MTV. Tra i primi veri e propri fenomeni virali di quegli anni di passaggio tra uno streaming e un file Torrent che nasconde un porno ungherese, quando Netflix ancora era fantascienza, ricordo bene il momento in cui tante persone cominciarono a parlarmi di Black Mirror. Era il tipico esempio di “non puoi vivere tra i tuoi coetanei se non l’hai vista”, come Breaking Bad o Game of Thrones. A un certo punto, guardare serie era diventato un lasciapassare sociale che risolveva molti problemi di comunicazione dettati da carenza di argomenti di discussione in contesti di gruppo. Black Mirror, appunto, era forse la più stimolante perché non si limitava a raccontare una lunga storia di un professore di chimica che vende metanfetamine o di una serie di successioni dinastiche truculente piene di sesso e sangue, ma dava la possibilità di fruirne in modo saltuario e slegato. Niente rischio di spoiler, tanti spunti di riflessione.

Come sa bene chiunque abbia visto una puntata di Black Mirror, si tratta di storie autonome, ognuna con una trama indipendente. Nel corso degli anni il successo della serie si è trasformato in una vera e propria categoria narrativa: ogni volta che accade qualcosa di paradossale legato alla tecnologia e che richiami anche solo lontanamente all’immaginario dello show britannico, c’è sempre un simpatico di turno che commenta “sembra una puntata di Black Mirror!”. Al di là della noia e del fastidio che generano tormentoni demenziali che associano anche un semplice momento di down di Instagram all’inizio di un racconto distopico, è indubbio che questa serie abbia tracciato un solco profondo nel nostro immaginario, e il merito di questo successo – criticabile o meno – è del suo creatore, Charlie Brooker.

Charlie Brooker

Black Mirror

Critico, sceneggiatore, autore televisivo, giornalista per il Guardian, Brooker è un personaggio pieno di risorse e prolifico. È probabilmente questa sua natura eclettica ad avergli consentito di creare una serie come Black Mirror, pastiche tecnologico e fantascientifico che, partendo dai media con cui ci rapportiamo regolarmente ogni giorno, li esagera fino a portarli a quel famoso stato inquietante e distopico che conosciamo bene. Non è un caso dunque che si sia ispirato anche a fatti che lo hanno colpito in prima persona, come quando rimpianse che gli assassini dei vari presidenti statunitensi non potessero operare nei confronti di Bush e venne poi sommerso da email, minacce e lettere d’odio: qualcosa di molto simile a quanto succede nell’episodio della terza stagione Hated in the Nation. Al centro delle sue opere c’è quindi l’esperienza di una persona che è ben cosciente delle conseguenze terrificanti di internet, della televisione, proprio perché fa parte lui stesso di questa realtà che osserva con lo sguardo privilegiato di chi sta dietro le quinte. Prima di Black Mirror, infatti, Brooker ha anticipato i temi dell’esasperazione tecnologica e dell’industria dell’intrattenimento con una serie di cinque episodi che preannuncia l’atmosfera di uno degli show più conosciuti di sempre. Si tratta di Dead Set, la serie che dà il via a quel filone dell’audiovisivo in cui ci divertiamo a guardarci mentre ci facciamo risucchiare dallo schermo nero, da quel Black Mirror che ci osserva, appunto.

Hated in the Nation
Dead Set

Uscita nel 2008 sul canale britannico E4, Dead Set segue il solito canovaccio da film horror dove gli zombie si impadroniscono delle nostre città fino a trasformarle in un impero di non-morti che divorano qualsiasi brandello di vita si pari loro davanti. Non è una trama particolarmente originale, né la rappresentazione dei morti che camminano risulta diversa da altre mille che ho già visto in altrettanti film con gli zombie. L’elemento interessante di Dead Set è che in questa atmosfera apocalittica, solo i concorrenti del Grande Fratello riescono a sopravvivere alla catastrofe che avanza inesorabile. Durante i cinque episodi, infatti, vediamo cosa succede attorno all’ultima roccaforte di persone ancora sane rimasta integra: l’esperimento sociale che nasce come banco di prova degli istinti primordiali dell’essere umano messo a strettissimo contatto e in costante osservazione si complica ulteriormente quando in ballo c’è la sopravvivenza della razza intera. Negli studi in cui si ritrovano gli ultimi uomini e le ultime donne non ancora contagiati dal morbo, si consumano scene splatter con riversamenti di budella e smembramenti di cadaveri, ma, come spesso accade in questo genere di produzione, il messaggio finale è più profondo di qualche arto amputato a morsi.

È infatti come se i concorrenti del reality show più longevo di sempre fossero sottoposti a un’ennesima prova per intrattenere il pubblico: gli zombie sono quella stessa folla che si ammassa e urla per accaparrarsi un autografo o una foto con i protagonisti di una futile e momentanea celebrità. Così come uno zombie necessita di un corpo vivo di cui nutrirsi, allo stesso modo la massa di spettatori che continua ad alimentare l’esistenza di questo tipo di televisione si fionda sulla vita del concorrente per accaparrarsene un pezzo. E la cosa più interessante è che nonostante siano passati ben dieci anni dall’uscita di Dead Set, la riflessione di Charlie Brooker rimane perfettamente calzante anche in questa epoca televisiva contemporanea, in cui il Grande Fratello non smette di esistere. È un paradosso abbastanza curioso, perché si tratta probabilmente dell’unica trasmissione di cui non ho mai sentito parlare bene – si tratta sempre o di “un gioco” o di un “la guardo per passatempo, non mi interessa davvero” o di “è una schifezza”. Eppure è ancora là, con l’aggiunta di varianti, con i soliti episodi che generano piccoli casi mediatici, e con la solita sete di poter scrutare senza interruzione la vita di qualcun altro. Che si tratti di Nina Moric che va a fare una strigliata all’ex fidanzato, in una scena inquietante in cui si mescolano le esigenze private di due persone e quelle televisive che impongono tempi, reazioni, atteggiamenti consoni ma allo stesso tempo in bilico con la trasgressione, o che si tratti della punizione di concorrenti che vengono umiliati al patibolo per aver agito male, il Grande Fratello rimane ben saldo su se stesso. E con lui, resta viva l’esigenza di potersi cibare dello spettacolo della vita vera, quella che faceva da mangiatoia per gli zombie di Dead Set.

Dead Set, dunque, fa parte di quella produzione britannica di serie tv che vale la pena di esplorare. Insieme a Black Mirror (di cui è l’innegabile precursore), a Misfits, ma soprattutto a Utopia – a mio parere una delle migliori serie di sempre – si colloca in quella fascia di intrattenimento made in Uk che esercita sempre un grande fascino e che si differenzia molto dalle produzioni americane a cui siamo abituati. È un modo diverso di fare serie, spesso più cupo, più cinico e attraversato da quella vena di british humor che personalmente trovo molto più divertente di una certa demenzialità in cui a volte sfocia lo stile statunitense. In questo panorama, non c’è dubbio che Charlie Brooker abbia un ruolo di spicco, e ciò che gli va riconosciuto è la sua capacità di aver preso dalla sua esperienza televisiva gli elementi giusti per trasporla in chiave critica, ma anche affascinante. Perché sì, il Grande Fratello è una trasmissione squallida, Barbara D’Urso è il ritratto del perbenismo, Nina Moric che urla frasi a effetto al suo ex fidanzato di CasaPound è uno spettacolo miserevole, ma tutti finiamo per essere curiosi di sapere cosa è successo e mangiare un pezzetto della loro vita, anche solo per qualche minuto.

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