Se da teenager ti è piaciuto Karate Kid dovresti guardare Cobra Kai

Uno dei ricordi più vividi della mia adolescenza – e scommetto di tanti altri nati nei primi anni Ottanta – è il tentativo di replicare il “colpo della gru” del finale di Karate Kid. Costatando la relativa facilità della mossa, in molti avremmo dovuto ridiscutere la veridicità del film. Per fortuna eravamo piccoli, la parola verosimiglianza ancora non la conoscevamo. Il 2 maggio, a trentaquattro anni dall’uscita del film, il colpo della gru è tornato in Cobra Kai, una serie in dieci episodi da mezz’ora prodotta e distribuita da Youtube Red, di cui i primi due episodi sono visibili gratis.

Avevo solo 3 anni quando uscì negli Stati Uniti The Karate Kid. Il film, diretto dallo stesso John G Avildsen del primo Rocky – operazione furba, quella di cercare di replicare il successo del film cult con Sylvester Stallone in un’ottica teenager – fu un successo in patria e nel resto del mondo, segnando l’inizio della fortuna sui magazine adolescenziali di Ralph Macchio. Dopo il primo capitolo della saga uscirono altri due sequel dai risultati alterni (il secondo incassò più dell’originale mentre il terzo fu un flop) e, recentemente, il figlio di Will Smith ha cercato di vestire i panni di un nuovo Karate Kid in un remake del 2010.

Mi è capitato di rivedere per caso, qualche giorno fa, The Karate Kid su Sky. Il film si iscrive nel più classico filone coming of age anni Ottanta, genere prolifico indirizzato a un pubblico giovane in cui la morale era sempre uguale: se credi in te stesso riuscirai a fare quello che vuoi. Mi sembra normale che, crescendo, noi di quella generazione ci siamo rimasti un po’ di merda scoprendo che non era esattamente così. Il film è divertente, ha un cast azzeccato e una trama lineare che, in alcuni momenti, non manca di emozionare. Il rapporto tra il giovane Daniel, rimasto senza padre, e il solitario Myagi ha plasmato l’immaginario di un’intera generazione. Il famoso allenamento (“metti la cera, togli la cera”) è diventato una battuta ricorrente e il manifesto del già citato scontro finale con colpo della gru è stato appeso nelle camere di milioni di teenager. Poi, certo, con occhio critico si possono trovare centinaia di difetti alla pellicola. Non ci sono colpi di scena, ed è tutto abbastanza prevedibile. I personaggi sono tagliati con l’accetta, in particolare il cattivo, Johnny Lawrence, tratteggiato senza nessun tipo di spessore – è solo un bullo ricco e violento; insomma una pellicola non particolarmente brillante, neanche per gli standard dell’epoca, ma con alcuni punti di merito evidenti. Non si parlava ancora in modo diffuso di whitewashing, e il maestro Myagi è interpretato da uno splendido Pat Morita (ruolo per cui ottenne la candidatura all’Oscar). Il film aprì gli occhi a migliaia di ragazzini sulle arti marziali, iniziando un filone di film action di grande successo, a cui abbiamo contribuito anche noi italiani con il nostro Il Ragazzo dal Kimono D’oro.

Cobra Kai, la produzione più ambiziosa a oggi di Youtube Red, parte da quel successo e cerca di attualizzarlo per le nuove generazioni. Per chi non lo sapesse, anche Youtube da un paio di anni si è lanciata abbastanza seriamente nel mercato dei contenuti originali e della distribuzione su piattaforma online. L’idea iniziale era quella di proporre contenuti musicali senza interruzioni pubblicitarie, ma con l’utilizzo estensivo di ad block si è rivelata una scelta non troppo fortunata. Per questo hanno pensato bene di ampliare e rendere più contemporanea l’offerta. Ora Youtube produce show con i suoi youtuber (famoso il caso della serie di PewDiePie, Scare PewDiePie, cancellato per uno scandalo su delle frasi antisemite), film di cui pochi conoscono l’esistenza e alcune serie tv ancora meno conosciute. E ora Cobra Kai.

Il punto di partenza della storia è tanto semplice quanto catchy: cosa è successo a Johnny,  il cattivo del primo Karate Kid, quel bullo bidimensionale pieno di soldi e prepotente? Trentaquattro anni dopo essere stato atterrato con il colpo della gru, Johnny è diventato un adulto solo e triste. Un fallito che vive in un monolocale di periferia, guida una macchina semi-distrutta da ex ricco e si arrangia con lavori occasionali. Nulla è rimasto dell’antico splendore, a parte quei capelli biondi, sbiadita testimonianza di una bellezza ormai scomparsa. Johnny si muove senza speranza in un labirinto di strade californiane che sembrano costellate di enormi manifesti in cui è ritratto proprio Daniel La Russo, il suo rivale di Karate che, al contrario, ha avuto fama, denaro e una famiglia in apparenza felice. Quando ormai tutto sembra perduto per Johnny, ecco che arriva Miguel, un giovane messicano bullizzato (proprio come lo era stato anni fa Daniel da Johnny) che cerca un modo per difendersi. Dopo mille insistenze Johnny decide di riaprire il Cobra Kai, il dojo che, tanti anni fa, gli insegnò i valori del Karate, ora pronti per essere trasmessi al giovane Miguel.

L’inizio è un classico della ormai non più tanto attuale attenzione americana per i loser, da Californication a BoJack Horseman. Tifiamo per i perdenti perché vediamo in loro un baratro che risuona di tragicità, perché nella loro perdizione troviamo qualcosa di eroico e perché sappiamo che, alla fin fine, sono dei buoni. La differenza è che Johnny Lawrence noi lo conosciamo da anni e non dovremmo provare nessun tipo di empatia per lui. Ce lo ricordiamo (e lo sottolinea la presenza di diversi spezzoni del film originale) mentre scaraventa Daniel in bici giù per una collina, mentre lo pesta vestito da scheletro alla festa di Halloween, in diverse scene ormai iconiche che appartengono al nostro immaginario condiviso. Eppure, mentre lo osserviamo perdere il lavoro, la macchina e poi, ovviamente, la dignità, non possiamo fare a meno di provare un moto di compassione per lui. Allo stesso tempo, guardando al successo presuntuoso di Daniel La Russo, dovremmo individuarlo come il polo negativo della storia, ma ci viene difficile perché ci sembra di vederlo ancora mentre toglieva e metteva la cera alle macchine del maestro Myagi. Ritrovare oltre trent’anni dopo personaggi che conosciamo e vederli ribaltati nei loro ruoli è un’operazione non scontata, in cui Cobra Kai riesce molto bene.

Credo che ci siano tre principali motivi per investire cinque ore del proprio tempo nella serie e il primo è proprio questo ribaltamento. In una delle scene meglio riuscite dello show, grazie a un montaggio alternato tra il presente e il passato, Johnny rivisita tutta la storia di Karate Kid dal suo punto di vista. Johnny, racconta, era un ragazzo con problemi familiari. A casa il padre dava importanza solo ai soldi, e a renderlo felice c’era solo Ali, una ragazza di cui era innamoratissimo (una splendida Elizabeth Shue). Tutto questo fino a quando non arriva Daniel che, sin dall’inizio, ci prova spudoratamente con Ali. Ed è Daniel a dare il primo pugno a Johnny (non si direbbe ma è proprio il Karate Kid il primo ad attaccare, in modo scorretto per giunta), sempre Daniel a rovesciargli addosso un secchio d’acqua, Daniel ad andare in giro con un maestro di Karate giapponese che picchia Johnny e i suoi amici. Raccontato così sembra un altro film, non meno credibile di quello visto nei cinema trent’anni fa.

Le motivazioni delle proprie azioni, in un personaggio, sono tutto. Sono ciò che lo rende umano e, di conseguenza, comprensibile allo spettatore. In questa ottica, Cobra Kai fornisce solide ragioni per farci credere che Johnny sia eroe almeno quanto Daniel. Se il ribaltamento nella prospettiva di Johnny parte da uno sguardo sul passato, quello che riguarda Daniel è contemporaneo. Per quanto tempo ci può stare simpatico un vincente? Quanto possiamo affezionarci a una persona che ha avuto solo successo? Sappiamo che Daniel è un buono ma, almeno inizialmente, sembra aver tradito gli insegnamenti del maestro Myagi. Nella vacuità dei discorsi domestici di casa La Russo, intravediamo una vita non molto invidiabile. Ci saremmo aspettati di più dal Daniel dell’84, e invece ritroviamo un uomo intrappolato nei demoni del suo passato che non riesce a perdonare un bullo per le sue bravate di trent’anni prima.

Il secondo motivo per cui mi sono goduto questa piccola serie risiede nel modo in cui gli autori hanno lavorato per creare lo scontro generazionale tra i valori tipici dell’immaginario anni Ottanta di Karate Kid e i valori adolescenziali contemporanei. Una delle battute chiave, in questo senso, è nelle prime puntate, quando Johnny intima a Miguel: “You don’t want to be a pussy, you want to have balls!” e il ragazzo risponde: “Don’t you think you’re doing a lot of genderizing?”. “Non esiste la paura in questo dojo!” gridava il maestro di Johnny nel vecchio Karate Kid, insegnando un approccio violento e scorretto sul tatami. Quello stesso grido risuona nel Cobra Kai attuale, estendendolo alle battaglie di tutti i giorni, lasciando perplessi tutti gli studenti nerd che si sono iscritti. È quanto meno straniante vedere come un approccio aggressivo alla vita sia assolutamente fuori luogo per i giovani di oggi. Gli insegnamenti (non solo cinematografici) di una volta ponevano il problema fuori da noi, in un qualcosa di estraneo che non si riusciva a “sconfiggere” per ottenere il risultato. Ora i problemi vengono sempre da “dentro”, dalle nostre insicurezze e debolezze: siamo i nemici di noi stessi. Una delle prime allieve del nuovo dojo è una ragazza di colore con problemi di peso che viene trollata continuamente online. Quello che il Sensei Johnny non capisce è come mai la ragazza non reagisca, perché subisca tutto passivamente. Sappiamo che il problema del cyberbullismo è un po’ più complicato di così, ma in un’ottica cinematografica è estremamente coerente. Un personaggio del cinema anni Ottanta, catapultato in un mondo seriale contemporaneo, non può che trovarsi su un pianeta alieno, fatto di inutili paranoie, introspezioni non necessarie e drammi apparentemente incomprensibili.

E questo ci porta al terzo merito della serie. Cobra Kai è divertente. Divertente come nessuna serie contemporanea vista di recente. In un momento dove le serie tv si spingono sempre “oltre”, non solo in termini di mondi immaginati ma anche di linguaggio e di riflessioni sottese alla storia, in un momento dove sono addirittura le serie documentaristiche a spadroneggiare il mercato del settore, Cobra Kai si pone come un prodotto di puro intrattenimento. Non rimane nulla di particolarmente incisivo dopo la visione di Cobra Kai,  ma per questo dobbiamo ritenerla inferiore? Ricordiamoci che gli antenati delle serie tv che apprezziamo ora erano proprio serie come questa, dove i plot point possono risultare prevedibili ma non per questo meno funzionali, dove i personaggi non sono poi così tridimensionali, ma non per questo lontani dal nostro affetto. Non ha senso dunque paragonarla ad altre serie attuali teen e di genere. Cobra Kai non fa mai mistero dei suoi intenti e delle sue potenzialità e, in questo, c’è molta più onestà di tante produzioni inutilmente pretenziose viste di recente.

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