Entro il 2050, 240 milioni di persone dovranno lasciare le proprie case per l’emergenza climatica

I migranti climatici che le Nazioni Unite prevedono esplodere nell’emergenza futura di milioni di rifugiati in realtà esistono già, e sono in larga parte le centinaia di migliaia di richiedenti asilo dall’Africa. Genericamente etichettati come migranti economici e rifiutati in larga parte dai Paesi europei: in Italia in media solo 1 richiesta di asilo politico su 10 è stata accolta negli ultimi anni, tra gli africani soprattutto agli eritrei. Altre forme di protezione internazionale, come la sussidiaria, per gravi pericoli a restare nei Paesi di origine, sono limitate da governi di destra e populisti come il passato italiano. La stessa Ue, nell’ultima relazione della Commissione sull’agenda europea sulla migrazione, si propone di “rimediare al basso tasso di rimpatri”, “obiettivo fondamentale” e “anello indispensabile”, che si tenta di aumentare soprattutto con accordi con Stati africani. Terre dove le condizioni di vita peggioreranno ulteriormente anche a causa del riscaldamento globale. Da nessuna parte, nella relazione di Bruxelles, è scritto che la fame e la povertà che spingono le popolazioni del Sahel ai viaggi della morte verso la Libia, e poi verso Lampedusa, sono in primo luogo una diretta conseguenza delle mutazioni climatiche. Uno studio del Consiglio nazionale della ricerca (Cnr), pubblicato nel marzo 2019 sulla rivista internazionale Environmental Research Communication, dimostra ciò che sostengono le Ong perseguitate dalle destre sovraniste e ostracizzate oggi anche dal governo: ovvero che si scappa dalla fame così come dalla guerra, per ragioni umanitarie, e si ha diritto a essere accolti con una protezione, come ha ribadito anche il Papa.

La ricerca scientifica prende come riferimento e analizza solo gli indici sui cambiamenti ambientali tra il 1995 e il 2009 nell’Africa subsahariana e dimostra che, tra i fattori ambientali, soprattutto l’aumento delle temperature rovina i raccolti, fondamentali per la sopravvivenza e per le economie agricole dei Paesi del Sahel (Senegal, Gambia, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Chad, Sudan, Eritrea). Tanto basta, conclude l’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr, a spiegare “quasi l’80% della variabilità nelle correnti migratorie verso l’Italia” degli anni esaminati, precedenti agli sconvolgimenti politici delle Primavere arabe nel Nord Africa e in Medio Oriente. Non a caso anche l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Onu sostengono che grandi flussi migratori sono avvenuti anche dopo la fine dei conflitti in Siria o in Iraq. Nel Sahel, evidenzia la ricerca, da dove proveniva “il 90% dei migranti sbarcati in Italia” si rilevano “intensi impatti del riscaldamento globale” anche riguardo alla “tolleranza termica”, inquadrata come elemento dominante per far migrare esseri umani e specie animali. Attraverso esatte computazioni matematiche, il gruppo del Cnr ha individuato “cambiamenti non graduali ed effetti del superamento di determinate soglie nelle variabili meteo-climatiche”, sufficienti di per sé a innescare la grande maggioranza degli spostamenti da e nella regione. In altre parole, i Paesi subsahariani risultano “molto vicini” al limite di sopportazione degli esseri viventi dell’aumento delle temperature: una fascia del Pianeta dove la desertificazione non risparmia ormai neanche le rive del Lago Ciad (tra Camerun, Niger e Nigeria e Ciad) che per decenni ha dato sollievo a circa 30 milioni di rifugiati climatici interni. La grande riserva africana di acqua rischia l’evaporazione, e dal 1960 sono già scomparsi tre quarti della sua superficie.

Soprattutto in Africa, la scarsità, l’esaurimento e la distruzione delle risorse provocano turbolenze e guerre continue. Un allarme certo non recente. Dagli anni Ottanta, l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) registra un “aumento significativo dell’intensità” delle catastrofi naturali (dalle 122 all’anno tra il 1981 e il 1992 alle 260 all’anno tra il 2005 e il 2016), in particolar modo in Africa e in Asia. E dal 1990 l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) dell’Onu prende in considerazione la stima di 200 milioni di profughi climatici entro il 2050. L’Africa è al momento il continente più esposto ai cambiamenti climatici e il più stravolto dai disastri naturali, che secondo il rapporto dell’agenzia Onu del 2018, negli ultimi 10 anni hanno colpito in media 16 milioni di africani, con danni di oltre 6,7 miliardi di dollari. Nel continente circa 257 milioni di abitanti soffrono la fame: 237 milioni nell’Africa subsahariana del picco migratorio, dove il tasso di malnutrizione è il più alto degli ultimi 10 anni. E l’Unicef ci dice che nel 2018 più di un milione di bambini non aveva cibo a sufficienza.

Come le agenzie dell’Onu, i ricercatori del Cnr invitano il “mondo della politica a prendere in seria considerazione” i fattori climatici nelle migrazioni. La loro equazione è d’altronde intuitivamente immediata: milioni di coltivazioni e di case distrutte, milioni di persone in fuga. Eppure, sebbene le agende politiche dei governi dell’Ue siano fin troppo dettate dalla paura verso gli stranieri, i fattori ambientali non vengono investigati. Il caso del Senegal è esemplare. Questo Paese risulta tra i luoghi del mondo più divorati dall’erosione costiera, ed è tra i 13 Stati dichiarati “sicuri” nel decreto sui rimpatri del nuovo governo giallorosso. Si applaude ai progressi politici e all’economia, al momento in crescita, della terra per eccellenza dei cosiddetti migranti economici – l’Italia è casa della prima comunità di senegalesi di Europa – ma si elude, come già era successo nel 2012, che per questo Paese la Banca mondiale abbia previsto un innalzamento del livello del mare che, di questo passo, entro il 2080 arriverà a mangiarsi due terzi delle coste. E il 60% della popolazione abita proprio lì, generando il 68% del Pil nazionale. Senza agire urgentemente però resterà senza case e senza lavoro e quindi sarà costretta a spostarsi.

Un destino comune con la Mauritania e con il Gambia: gli Stati africani affacciati sull’Atlantico sono afflitti da inondazioni sempre più devastanti, mentre nel loro entroterra, come in tutto il Sahel, si aggravano le siccità e le carestie. Nel 2017 la produzione di cereali del Gambia è calata del 35%, rincarando il costo degli alimenti. Anche il Burkina Faso già così instabile e tra i Paesi più poveri al mondo può dirsi in piena emergenza climatica per l’aumento, dal 1970, delle temperature di quasi un grado. Un terzo del suolo è improduttivo e l’80% dei burkinabé vive di agricoltura e allevamento: la desertificazione sottrae circa 360 mila ettari all’anno ai raccolti. Circa 100 mila al Niger, come in Mali dove in compenso tra le popolazioni debilitate proliferano le bande jihadiste. Le guerre agricole tra pastori e contadini per i pochi spazi coltivabili scoppiano nella Nigeria dilaniata dai terroristi di Boko Haram. L’accesso limitato alle risorse è la causa profonda anche delle guerre etniche e religiose del Sudan, che in essenza sono guerre climatiche. Di nuovo nel 2017, la Fao si è appellata per scongiurare un bis della fatale carestia del 2011 che tra le popolazioni del Corno d’Africa colpì anche gli eritrei.

Dall’ex colonia italiana migliaia di giovani trovano asilo politico nell’Ue da una dittatura di stampo nordcoreano che li obbliga alla leva a vita. Inviare fondi e assistenza tecnica per seri progetti di contrasto ai cambiamenti climatici ai regimi corrotti africani  nel 2017 l’Ue ha destinato 8,5 milioni di euro al sanguinario dittatore del Sudan, Omar al Bashir – pone grossi problemi etici agli Stati e alle istituzioni democratiche sovranazionali. Ma il tempo stringe e sarà indispensabile, per governare migrazioni altrimenti drammatiche. L’Oim calcola dai 25 milioni fino a un miliardo di migranti climatici, entro il 2050, sia interni sia verso altri Paesi. L’esodo, secondo il primo rapporto approfondito sul tema a carattere globale della Banca mondiale, potrebbe arrivare a 140 milioni di migranti climatici entro il 2050: 86 milioni – il flusso più alto – interni all’Africa subsahariana. Se però la desertificazione sarà contenuta, anche con progetti locali, scenderà sotto i 100 milioni. Nello scenario più ottimista, a 30 milioni: perciò la Banca mondiale esorta a far fronte comune con “azioni urgenti a livello globale e nazionale”.

Omar Hasan Al Bashir

L’impatto dei cambiamenti climatici sull’Africa, per motivi strumentali, è ancora lontano dal ricevere la giusta copertura mediatica, pari, per esempio, alla doverosa attenzione sui drastici mutamenti dell’Artide. Dal 2017 sono quasi 150 mila i sopravvissuti alle traversate nel deserto e nel Mediterraneo sbarcati in Italia. “Aiutare a casa loro” questi migranti ingiustamente privati dello status di rifugiati climatici è la sfida più grande, proprio perché la loro terra in questo momento è la più a rischio del pianeta a causa dell’emergenza climatica.

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